Bela Lugosi, 70 anni dalla morte: la storia del Dracula che divenne leggenda

16 agosto 1956, in una clinica di Los Angeles, moriva Bela Lugosi pronunciando le parole che sigillarono la sua esistenza: «Io sono il conte Dracula, io sono il re dei vampiri, io sono immortale». Settant'anni dopo, l'attore ungherese che fu il vampiro di Bram Stoker nel 1931 resta prigioniero e sovrano della sua maschera. Dalla gavetta sui palchi di Budapest alla gloria di Hollywood, dal declino tra morfina e film di Ed Wood alla leggenda del pipistrello nel corridoio d'ospedale, fino all'ironia del figlio avvocato che lo rese immortale per legge e all'Oscar di Martin Landau: ritratto di un uomo che, per dirla con Chesterton, divenne umano oltrepassando l'umanità.
Seguici su:
Quello che devi sapere
Bela Lugosi, 70 anni dalla morte del Dracula che si credeva immortale
«L'uomo è meno se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera e vi dirà la verità.» Lo scriveva Oscar Wilde, e non c'è aforisma che calzi meglio (come un mantello foderato di rosso) all'uomo che sto per raccontarvi.
C'è una scatola, in fondo alla stanza. Una stanza bianca, piena di luce, in una clinica di Los Angeles dei primi giorni d'agosto del 1956, e su un tavolino basso a tre piedi un apparecchio televisivo acceso su un mondo che a Béla Lugosi pare (parola sua) molto più assurdo e più folle di quanto possa essere lui. Lui che tutti credono pazzo per un solo, minuscolo motivo: perché si crede il conte Dracula. Sicché il 16 agosto, tirandosi il lenzuolo fin sotto il mento, l'attore ungherese pronuncia la battuta che sigilla la sua intera esistenza e la consegna, di lì a poco, alla leggenda. Settant'anni dopo, quella battuta non ha ancora smesso di risuonare.
La scatola che mostrava il mondo
«Mi si dovrà spiegare perché sono ritenuto pazzo per il solo fatto di credermi il conte Dracula» osserva, gli occhi fissi sullo schermo. E in fondo ha ragione. Nel 1956 il mondo che gli scorre davanti dentro quella scatola luminosa è, in effetti, molto più folle di un uomo che indossa un mantello. Le sue ultime parole, quelle sì, sono già un copione: «Io sono il conte Dracula, io sono il re dei vampiri, io sono immortale». Muore così, a settantatré anni, un attore che aveva passato mezzo secolo a farsi credere qualcun altro e che, alla fine, aveva finito per crederci lui per primo. La sua spoglia mortale verrà sepolta nello Holy Cross Cemetery avvolta nel mantello nero foderato di rosso. Il costume di scena, cucito addosso al cadavere. Nessun attore, giammai, ha firmato una didascalia più perfetta.
BELA LUGOSI & HELEN CHANDLER
pubblicità
Se nasci a Lugos nel 1882, il tuo destino è già scritto in una bara
Facciamo così: mettiti nei suoi panni. Se nasci Béla Ferenc Dezső Blaskó il 20 ottobre 1882 a Lugos, allora Regno d'Ungheria e oggi Lugoj in Romania, e nel 1903 prendi il cognome del tuo paese come si presta un giuramento (Lugosi, ovvero «quello di Lugos»), il nome stesso è già una nostalgia e una condanna. Lasci la scuola a dodici anni, fai il manovale, poi sali su un palco e non ne scendi più: oltre centosettanta allestimenti sui teatri d'Ungheria, Shakespeare, il Teatro Nazionale di Budapest, in una città che profuma di Tokaji e di ottone. Durante la Grande Guerra combatti come ufficiale di fanteria sul fronte russo, dove ti ferisci (ti guadagni la Medaglia al valore), e quando torni il teatro non ti basta più. Poi arriva la Storia, con la sua consueta brutalità: fallita la rivoluzione ungherese del 1919, l'attivismo sindacale e socialista ti costringe alla fuga. Vienna, Berlino, il cinema muto di Weimar (reciti perfino ne La testa di Giano di Murnau), e infine l'oceano. Sbarchi a New Orleans nel dicembre del 1920 come marinaio su un mercantile, risali fino a New York, ti ispezionano a Ellis Island. Un emigrante fra i tanti, con un accento che sarà, insieme, la tua fortuna e la tua rovina.
Bela Lugosi nei panni di Fernando L'Apache, nello spettacolo teatrale The Red Poppy (1922) - ©Getty
Dracula 1931, o la maschera che divenne volto
Il conte lo trova a Broadway. È il 1927 quando Lugosi indossa per la prima volta il mantello nell'adattamento teatrale del romanzo di Bram Stoker, e lo indosserà (a suo dire) quasi mille volte. Sicché, quando la Universal decide di portare Dracula sullo schermo nel 1931, con la regia di Tod Browning, non c'è altro volto possibile: quello sguardo fisso, quel fraseggio lentissimo e straniero, quel modo di scandire «I am Dracula» come un'orazione funebre, diventano l'immagine stessa del vampiro per generazioni a venire. È il trionfo. Lo stesso anno diventa cittadino americano. Ma è anche l'inizio della trappola, giacché Hollywood, che ama le maschere quanto le teme, gli cuce addosso il costume e getta via la chiave. Nomen omen: l'accento che lo aveva reso unico, adesso, lo imprigiona. Lugosi trascorrerà il resto della carriera a tentare, invano, di essere qualcun altro, per poi scoprire che il pubblico voleva soltanto lui. Il conte, sempre e solo il conte.
©Webphoto
pubblicità
Non solo Dracula: zombie, lupi mannari e perfino Lubitsch
Eppure, prima che Hollywood decida definitivamente di chiuderlo in una bara, Lugosi prova a uscirne parecchie volte. Nel Dottor Miracolo di Robert Florey (1932), liberamente tratto da Poe, è il dottor Mirakle, scienziato folle che cerca di mescolare sangue umano e sangue di scimmia; nello stesso anno, ne L’isola degli zombies, diventa Murder Legendre, signore haitiano dei morti viventi, in quello che passerà alla storia come uno dei primi grandi film di zombie del cinema americano. E sempre nel 1932, ne L’isola delle anime perdute di Erle C. Kenton, da H.G. Wells, è l’inquietante Portavoce della Legge tra le creature del dottor Moreau. Tre film, tre mostri diversi, e nessun mantello.
Il vampiro, naturalmente, torna a cercarlo. Tod Browning lo rivuole nel 1935 per I vampiri di Praga, dove Lugosi è il conte Mora: Dracula con una pallottola nella tempia e un’altra occasione per fissare il pubblico come se sapesse qualcosa che noi ignoriamo. Ma la deviazione più sorprendente arriva nel 1939, quando Ernst Lubitsch lo chiama in Ninotchka: accanto a Greta Garbo, Lugosi è il commissario sovietico Razinin, severo burocrate senza canini né cripte. Una manciata di minuti sufficienti a ricordare che avrebbe potuto fare anche altro, se Hollywood glielo avesse permesso più spesso. Due anni dopo, ne L’uomo lupo, il cerchio dell’orrore si chiude con una bellissima ironia: si chiama semplicemente Bela, è uno zingaro licantropo e mordendo Larry Talbot consegna a Lon Chaney Jr. un’altra delle grandi maledizioni della Universal. Lugosi non è più soltanto il mostro. È diventato quello che passa il testimone ai mostri che verranno.
Bela Lugosi in Ninotchka
Karloff, la morfina e il lento tramonto di Dracula
C'è un altro mostro, accanto a lui, in quegli anni: Boris Karloff, il Frankenstein della Universal, insieme rivale e specchio, fratello e nemico. Girano Il gatto nero (1934), Il corvo (1935), Il figlio di Frankenstein (1939), in cui Lugosi è un memorabile Ygor dal collo spezzato. Ma il declino, intanto, ha già cominciato a lavorarlo dall'interno, tarlo paziente. Una nevrite sciatica lo consegna alla morfina e al metadone, prescritti dai medici e poi mai più deposti, mentre l'alcol fa educatamente il resto. Tant'è che, dopo Il cervello di Frankenstein (1948), i produttori voltano lo sguardo, e cominciano gli anni dei film a bassissimo budget, delle produzioni sgangherate, di un cineasta di nome Ed Wood (passato alla storia come il peggior regista del mondo) che lo raccoglie negli ultimi giorni come si raccoglie una reliquia. La sua ultima apparizione, in Plan 9 from Outer Space, uscirà postuma: un fantasma che recitava già da fantasma.
Bela Lugosi nei panni di Ygor nel film Il figlio di Frankenstein - ©Webphoto
pubblicità
Il pipistrello nel corridoio, la leggenda di una morte in costume
Poi arriva il 16 agosto, e con esso la leggenda, che nel caso di Lugosi è sempre più credibile della cronaca. Lo storico del cinema e collezionista di mostri Jean Boullet racconta che l'ultimo visitatore venuto a inchinarsi davanti al cadavere, mentre si dirigeva verso l'uscita lungo l'interminabile corridoio dell'ospedale, vide volteggiare un gigantesco pipistrello nero, che lo seguiva con volo silenzioso e ovattato; e che, spalancata la porta a vetri sulla strada, udì alcuni colpi d'ala e scorse la bestia fuggire verso il cielo, là dove il sole stava per tramontare. C'è poi l'aneddoto, insieme grottesco e tenerissimo, riportato da Edgardo Franzosini nel suo Bela Lugosi. Biografia di una metamorfosi (Adelphi): si racconta che Peter Lorre si fosse presentato alla salma con l'intenzione (in fondo pietosa) di piantargli nel petto una picca di legno, e che Boris Karloff, che lo accompagnava, lo avesse dissuaso. I due furono visti allontanarsi avvinghiati l'uno all'altro, Lorre che si dibatteva tra le braccia di Karloff come una bestiolina furiosa. Ça va sans dire: perfino la morte, per Lugosi, dovette rispettare la sceneggiatura.
Bela Lugosi in Planet Nine from outer Space - ©Getty
Bela George, il figlio che rese immortale il padre (per legge)
C'è un'ultima, splendida ironia, e a firmarla è un uomo che di Dracula portava soltanto il cognome. Bela George Lugosi, nato a Los Angeles il 5 gennaio 1938 (papà aveva cinquantasei anni e diciassette di America sulle spalle), non fece l'attore ma l'avvocato, e negli anni Sessanta trascinò la Universal in tribunale, colpevole di lucrare sull'effigie paterna senza permesso. Il processo durò quasi sedici anni; lui, formalmente, lo perse. Ma da quella battaglia nacque il California Celebrity Rights Act, la legge che stabilì che il diritto sul nome e sull'immagine di una celebrità sopravvive alla morte e passa agli eredi. Detto altrimenti: il figlio, per via giudiziaria, rese immortale il padre. Nomen omen, di nuovo. E oggi custodisce quel lascito che definisce, semplicemente, «impagabile». C'è poi chi al mito ha aggiunto un fotogramma decisivo: nel 1994 Tim Burton dirige Ed Wood, e Martin Landau, truccato e ingobbito nei panni del Lugosi crepuscolare e morfinomane, vince l'Oscar come miglior attore non protagonista. Il conte, insomma, risorge perfino nella pelle di chi lo interpreta. Eppure il figlio, con garbo, dissente: quel film, dice, non rende giustizia all'uomo, e si accanisce (come troppi biografi) soltanto sulla fine. Perché Bela Lugosi, ricorda Bela junior, «era un gentiluomo, era coraggioso, e tenne fede alla sua etica del lavoro fino alla morte». Del resto, gli aveva confidato che Dracula era stato «insieme una benedizione e una condanna». Le sei parole più esatte mai incise sulla sua lapide immaginaria.
Martin Landau interpreta Bela Lugosi nel film Ed Wood di Tim Burton - ©Webphoto
pubblicità
Bela Lugosi's Dead, ovvero un morto che non muore mai
Che non fosse davvero morto, del resto, lo grida tutto ciò che è venuto dopo. Nel 1979 il gruppo post-punk dei Bauhaus incide Bela Lugosi's Dead, autentico atto di battesimo del dark, e Peter Murphy la recita dal vivo con un mantello uguale al suo. Sono quei nove minuti funerei che, quattro anni più tardi, spalancano The Hunger di Tony Scott (1983): mentre Miriam, la vampira dal volto di Catherine Deneuve, si sveglia a mezzanotte e va a caccia, i Bauhaus suonano in carne e ossa dentro lo schermo, dietro una grata. «Bela Lugosi's dead», intona Murphy. E intanto, paradosso sublime, non muore affatto. Pier Vittorio Tondelli lo cita in Altri libertini, Anne Rice ne fa un locale gotico nelle Cronache dei vampiri, Caparezza lo tira in ballo ne La mia parte intollerante, e il gioco di ruolo Vampiri: la Masquerade trasforma «Bela Lugosi è morto» in uno sberleffo dei non-morti verso i mortali, destinati a finire. La sua effigie riaffiora sulla copertina di Castlevania, un vampiro di Zagor si chiama Bela Rakosi in suo onore, i Kinks lo salutano fra i loro Celluloid Heroes. Parimenti, a commento di tutto questo, Franzosini cita Chesterton, che dei personaggi di Dickens diceva: «arrivano a essere umani oltrepassando l'umanità, apparendo a prima vista a tal segno eccessivi da sfiorare la caricatura». Ecco: Lugosi è stato esattamente questo. Un uomo che, per farsi immortale, ha dovuto smettere di essere soltanto un uomo. Ed è per questo che, settant'anni dopo, quella scatola luminosa in fondo alla stanza bianca continua, imperterrita, a mostrarcelo.
©Webphoto
Se fosse un cocktail
Sarebbe Il Conte Immortale. In un tumbler basso e brinato, tre quarti di rum scuro invecchiato e una lacrima di Unicum Zwack (l'amaro ungherese, tanto per tornare, novello Ulisse, alla natia Lugos), allungati con succo di arancia sanguinella e una punta di sciroppo al chiodo di garofano. Si versa infine, adagio lungo il dorso di un cucchiaio, un cordone di liquore all'ibisco che affonda rosso sul fondo nero, come una fodera scarlatta dentro un mantello. Guarnitura: una scorza d'arancia ritagliata a mo' di ala di pipistrello, appoggiata sul bordo del bicchiere. Da sorseggiare lentamente, scandendo le sillabe come un'orazione. Al primo assaggio pare grottesco. Al secondo, come diceva lui, ci si crede immortali.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.