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Wednesday, October 7, 2026

L’Argentina dice addio a Messi, ma non al numero 10: il cavillo che impedisce di non usare la maglia e il precedente di Maradona

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L’Argentina dice addio a Messi, ma non al numero 10: il cavillo che impedisce di non usare la maglia e il precedente di Maradona

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Il problema del numero 10 dell’Albiceleste è cominciato pochi minuti dopo che Lionel Messi ha segnato il suo ultimo gol con la nazionale. L’Argentina ha battuto 3-0 il Benin al Monumental, Messi ha partecipato a tutte e tre le reti e poi ha salutato in una serata commovente, tra lacrime, abbracci e omaggi. La partita è finita, la festa anche. Il numero, invece, è rimasto. Da oggi la domanda non è più quando Messi lascerà la Selección, ma chi potrà prendere il suo posto sulla schiena dell’Argentina.

Un problema che a Buenos Aires conoscono già bene. Nel 2002, infatti, la federcalcio argentina decise di ritirare il numero 10 in omaggio a Diego Armando Maradona, presentando per il Mondiale una lista che lo escludeva dalla numerazione. La Fifa respinse però la scelta, imponendo l’utilizzo dei numeri previsti per i 23 convocati e aprendo così, per qualche ora, anche alla curiosa possibilità che il 10 finisse a Roberto Bonano, terzo portiere della rosa. Sepp Blatter ironizzò sulla situazione, osservando che in quel caso il numero 10 argentino avrebbe potuto usare le mani. Alla fine la AFA rinunciò al proposito, assegnando il 23 a Bonano e il 10 ad Ariel Ortega.

Ventiquattro anni dopo, l’Argentina si è ritrovata davanti allo stesso problema. Il Monumental ha salutato Lionel Messi nella vittoria per 3-0 contro il Benin, nella sua 208esima e ultima partita con l’Albiceleste. Sugli spalti c’erano circa 85mila spettatori, mentre la AFA aveva preparato una Fan Fest chiamata “Gracias, Leo” e ribattezzato la serata “La noche que nadie quiere que termine”. Messi ha anche segnato il terzo gol, trasformando l’addio in una festa completa. Da quel momento, però, è rimasta aperta la questione del Diez. Perché in Argentina il 10 non è un numero. È una carica pubblica senza elezioni, una corona senza monarchia, una responsabilità che si porta sulle scapole.

Il mito del Diez, infatti, parte da lontano. Nel Mondiale del 1978 i numeri della Selección furono assegnati in ordine alfabetico. Mario Kempes ricevette il 10 perché il suo cognome cadeva lì, tra Houseman e Killer. Segnò sei gol e trascinò l’Argentina al primo titolo mondiale. Quattro anni dopo Menotti mantenne l’ordine alfabetico, ma fece un’eccezione: Diego Maradona scambiò il proprio numero con Patricio Hernández per poter avere il 10. Maradona lo portò ai Mondiali dell’82, dell’86, del ’90 e del ’94. Dopo di lui arrivarono Ortega e Riquelme, grandi giocatori costretti ad abitare una casa dove il proprietario precedente aveva lasciato i miracoli alle pareti. Poi, il 28 marzo 2009, con Maradona commissario tecnico, Messi indossò per la prima volta il 10 dell’Argentina contro il Venezuela: segnò e l’Albiceleste vinse.

Anche Messi, però, ha dovuto prima convincere il suo Paese di meritare quella maglia. Per anni gli hanno rimproverato di essere più catalano che argentino, di non cantare abbastanza l’inno, di non avere il fuoco di Diego, di essere sostanzialmente un “pecho frio”, ovvero troppo timido per essere investito di una missione così importante. Poi sono arrivati la Copa América, il Mondiale in Qatar, un’altra Copa América.

Adesso Claudio Tapia vorrebbe mantenere una promessa fatta già alla fine del 2023, quando aveva spiegato che, una volta ritiratosi Messi, la AFA non avrebbe più assegnato il numero 10, ritirandolo definitivamente in suo onore. Un progetto che però deve fare i conti con i regolamenti Fifa: ai Mondiali i giocatori della rosa devono utilizzare la numerazione prevista, che nell’ultima edizione andava dall’1 al 26.

Anche Lionel Scaloni, parlando prima della despedida di Messi, aveva lasciato aperta la questione. Il ct aveva spiegato che fino all’ultima partita del capitano il 10 sarebbe rimasto senza proprietario, aggiungendo che soltanto dopo si sarebbe deciso a chi affidarlo. “L’idea è che se lo tenga qualcuno, con quanto è bello portarlo“, aveva detto, facendo capire che almeno dal punto di vista tecnico la Selección sembra orientata a cercare un erede piuttosto che a lasciare definitivamente vuota quella casella.

I nomi più naturali sono quelli della nuova generazione, soprattutto Nico Paz e Franco Mastantuono; quest’ultimo lo ha già indossato nel settembre 2025, quando Messi non c’era. Ma la domanda non è davvero chi abbia il piede sinistro migliore o chi abbia più fantasia. È quasi antropologica: come si entra in una maglia abitata da Maradona e Messi senza sembrare un usurpatore?

Forse il problema è proprio l’idea dell’erede. Maradona non è stato il nuovo Kempes. Messi, per vent’anni, ha sofferto ogni volta che qualcuno pretendeva che fosse il nuovo Maradona. La Fifa, con la sua arida numerazione progressiva, potrebbe allora avere involontariamente ragione. Il prossimo numero 10 dell’Argentina dovrà portare due fantasmi sulle spalle e trovare comunque spazio per il proprio nome. È questo il paradosso della maglia più sacra del calcio argentino: per restare immortale, deve continuare a essere indossata.

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