Gli Stati Uniti e Trump al bivio alle elezioni di midterm: la contesa tra democratici e repubblicani e gli scenari per il Congresso
L’inimmaginabile potrebbe a questo punto accadere. Soltanto qualche mese fa, la previsione più realistica nella politica americana era che alle elezioni di midterm i democratici riconquistassero la Camera e i repubblicani si confermassero maggioranza al Senato. Il dato si basava su un calcolo. Per conquistare il Senato, i democratici avrebbero dovuto conservare quattro seggi che già ora controllano – Georgia, Minnesota, New Hampshire, Michigan – ma che i repubblicani giudicavano “contendibili”. Oltre a mantenere i quattro collegi, i dem ne avrebbero dovuto conquistare altri quattro tra Maine, North Carolina, Alaska, Texas, Ohio, Iowa. Se non impossibile, la cosa appariva ardua. In molte di queste zone Trump aveva vinto nel 2024 con oltre 20 punti di vantaggio. Come sarebbe stato possibile ribaltare una così massiccia prevalenza dei conservatori? Quanto sarebbe stata realistica una vittoria liberal nella Trumpland?
A pochi giorni dall’apertura delle urne, l’inimmaginabile può essere immaginato. Oltre che alla Camera, i democratici potrebbero prevalere anche al Senato. In tutti gli Stati sopra menzionati, sondaggisti e ricercatori parlano di una situazione di sostanziale equilibrio. A rivelarlo, oltre ai sondaggi, è anche la corsa disperata che Donald Trump ha intrapreso da un comizio all’altro in Texas. Ohio, Iowa, Mississippi, fino a qualche mese fa solide roccaforti repubblicane e dove ora si spedisce a far comizi last minute un presidente ottantenne, non si sa quanto consapevole del momento. Il timore è che le roccaforti crollino. Persino il Kansas, che non elegge un senatore democratico dal 1932, non pare più così certa terra repubblicana. Nelle ultime settimane si è assistito a un altro fenomeno significativo. I repubblicani, che pure a queste elezioni dispongono di un solido vantaggio finanziario rispetto ai democratici, stanno riposizionando ingenti risorse dai collegi elettorali “di attacco” a quelli “di difesa”. Gli strateghi del G.O. P. si sono cioè convinti che a questo punto non si tratti tanto di strappare seggi ai democratici ma di difendere, disperatamente, i propri. Con un presidente largamente impopolare e un’economia frenata dalla guerra in Iran, la linea non può che essere quella della resistenza.
Se questo è il quadro che a pochi giorni dal voto emerge da sondaggi e analisi, una certa prudenza è comunque d’obbligo. Chi nel 2016 avrebbe mai pensato che un imprenditore mezzo fallito diventato personaggio TV folkloristico fosse candidato repubblicano alla presidenza, senza esperienza e senza un partito alle spalle, e potesse battere Hillary Clinton e diventare presidente degli Stati Uniti? Chi avrebbe immaginato che sempre quel presidente, sconfitto, allo sbando, circondato da generale riprovazione per aver lanciato i suoi supporter contro il Congresso, potesse tornare alla ribalta e rientrare trionfalmente alla Casa Bianca quattro anni dopo? La carriera politica di Trump – il corso della sua vita – sono costellati da continue cadute e inaspettati ritorni e non si può escludere che istinto e capacità di capire cuore e testa degli americani lo facciano tornare in auge anche questa volta.
La cosa è possibile, ma improbabile. Trump ha ottant’anni e, nonostante le chiacchiere da lui stesso alimentate, nessuna possibilità di un terzo mandato. Tra due anni lascerà la Casa Bianca e il suo principale problema non sarà tanto consolidare il movimento che ha creato e trovargli un leader, quanto difendere se stesso e la sua famiglia dalle inchieste che i democratici, nel caso di ritorno al potere, faranno partire. C’è poi da aggiungere che difficilmente la crisi energetica globale, scatenata dalla guerra in Iran, si risolverà nel giro di qualche settimana. Se si incrociano lo stato attuale delle cose e i dati dei sondaggi, quello che potrebbe accadere il 3 novembre è quindi molto di più di un semplice trasferimento del controllo del Congresso dai repubblicani ai democratici. La sera del 3 novembre potrebbe rappresentare l’inizio della fine dell’era Trump, il momento in cui un presidente ormai anziano, pochissimo amato, segnato da diverse crisi che non sa risolvere, perde anche il sostegno del suo partito al Congresso e diventa una delle figure tragiche dell’immaginario politico americano. Una lame duck, un’anatra zoppa.
Ovviamente gli scenari sono diversi per i diversi risultati del voto. Nel caso i democratici dovessero riprendere il controllo della sola Camera, potranno nominare lo speaker, gestire l’agenda dei lavori e le commissioni, avviare inchieste e indagini formali, ostacolare l’approvazione di tasse e bilancio federale (il power of the purse, il potere di borsa, negli Stati Uniti appartiene al Congresso nel suo insieme, la Camera ha però più funzioni di proposta e il Senato di verifica e approvazione). A Trump resterebbe il potere di veto e la possibilità di governare attraverso decreti e ordini esecutivi. Il Senato in mano ai repubblicani significherebbe una cosa soprattutto – e importante per i conservatori: audizioni più veloci e quasi certa approvazione per i giudici federali nominati dal presidente. Limitato nei poteri sul fronte interno, Trump potrebbe dedicarsi con più tempo e impegno alla politica estera – su cui il presidente ha più ampia autonomia – puntando alla chiusura del conflitto in Ucraina e alla liquidazione della minaccia nucleare iraniana. Per un politico che da sempre sogna di tramandare ai posteri il segno del suo passaggio alla Casa Bianca, non è cosa trascurabile.
Tutto ciò diventerebbe ancora più restrittivo dei poteri del presidente, nel caso i democratici conquistassero la maggioranza di Camera e Senato. A quel punto l’agenda legislativa di Trump subirebbe uno stop quasi totale e la Casa Bianca sarebbe costretta a un’estenuante lavoro di compromesso sulle leggi che fanno funzionare la macchina statale. Per i giudici federali scelti da Trump, l’audizione davanti ai senatori non sarebbe più una formalità. E un ruolo chiave verrebbe a quel punto giocato dalle commissioni del Congresso, controllate in toto dai democratici e da cui partirà una probabile, profonda revisione politica e giudiziaria degli anni di governo di Trump – inclusa la schiera dei collaboratori particolarmente zelanti: Pete Hegseth, Robert F. Kennedy, Todd Blanche. Non ci sono dubbi sul fatto che i democratici faranno partire, proprio dalla Camera, un nuovo impeachment per Trump. Anche questo, come i precedenti, si concluderà nel nulla. Sono necessari i due terzi del voto del Senato per mettere sotto accusa un presidente – e i dem non li hanno. Anche questo, come i precedenti, creerà tensioni e alimenterà la crisi americana nei due anni finali di Donald Trump – destinato a uscire di scena come tigre ferita, più che anatra zoppa.
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