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Sunday, November 8, 2026

George Michael, tutta la seduzione di un'icona pop: recensione del film The Faith Tour

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Un giubbotto di pelle, gli occhiali a specchio, una voce straordinaria e un carisma che oggi definiremmo semplicemente "aura". Nel 1988 George Michael aveva appena 24 anni e stava riscrivendo le regole del pop mondiale. George Michael: The Faith Tour ci riporta sul palco di Parigi, nel momento in cui l'ex ragazzo degli Wham! si trasforma definitivamente in una superstar solista.

Ma rivedere oggi quelle immagini significa ritrovare molto più di un concerto: la forza di un artista che sapeva trasformare sensualità, provocazione e desiderio di libertà in un linguaggio musicale personale. E anche riscoprire un'epoca in cui non servivano scenografie monumentali né effetti speciali: bastavano una voce straordinaria, una presenza magnetica e canzoni capaci di conquistare un'intera arena. Quell'energia rivive anche in The Faith Tour, l'album live appena pubblicato dalla George Michael Entertainment e Sony Music Entertainment, che raccoglie 18 registrazioni inedite della tournée parigina.

Guardare oggi The Faith Tour significa osservare un uomo prima che la vita lo trasformasse profondamente. Il film non pretende di raccontare tutto questo. Ci permette, invece, di incontrare George Michael nel momento in cui il futuro era ancora tutto da scrivere.

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Quello che devi sapere

La consacrazione di una superstar

Ci sono artisti che sul palco riescono a superare persino la forza delle proprie canzoni e altri che non hanno bisogno di cercare conferme: George Michael, nel 1988, era già entrambe le cose. Il concerto registrato al Palais Omnisports de Paris-Bercy lo ritrae nel pieno della sua esplosione artistica, ma anche in una fase di passaggio decisiva: quella in cui l'ex idolo delle adolescenti si afferma come artista maturo, autore consapevole e protagonista assoluto della propria musica. Non è più soltanto il volto di un fenomeno pop, ma una personalità capace di imporre una visione, uno stile e un'identità inconfondibili.

Faith, pubblicato nel 1987, non è soltanto un disco di enorme successo: è una dichiarazione di indipendenza. Scritto, arrangiato, prodotto e interpretato quasi interamente da George Michael, fonde soul, R&B, funk e rock con una sicurezza sorprendente per un artista così giovane. Venderà oltre 25 milioni di copie, conquisterà il Grammy come Album dell'Anno e porterà quattro singoli al primo posto della Billboard Hot 100: Faith, Father Figure, One More Try e Monkey. 

Non c'è più soltanto il ragazzo dal sorriso irresistibile di Wake Me Up Before You Go-Go: c'è un musicista che pretende di essere ascoltato, non soltanto guardato. Eppure guardarlo è impossibile da evitare.

Il completo di pelle, la maglietta bianca, gli occhiali scuri, i movimenti sicuri raccontano la nascita di un'icona che ha già capito una regola fondamentale dello spettacolo: lo stile funziona davvero quando sembra un'estensione naturale della personalità. 

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L'aura prima dei social: corpo, musica, carisma

Se oggi si parla continuamente di presenza scenica e di "aura", George Michael ne possedeva una versione quasi sfacciata, senza bisogno di costruirla attraverso Instagram o TikTok.

Sul palco di Parigi indossa giubbotti di pelle dalle spalline pronunciate, T-shirt bianche con le maniche risvoltate, stivaletti appuntiti con tacchi metallici e gli immancabili occhiali a specchio. È un'estetica riconoscibile al primo sguardo, sospesa tra il motociclista americano, il divo hollywoodiano e il ragazzo londinese che ha imparato a giocare con la propria bellezza.

Ma è soprattutto il modo in cui si muove a rendere magnetica la performance. George ruota il bacino, accompagna il ritmo con le spalle, batte le mani per incitare il pubblico, percorre le rampe laterali del palco con un'energia quasi atletica. Alcuni movimenti ricordano persino l'aerobica che aveva conquistato gli anni Ottanta, tra i video di Jane Fonda, la cultura del fitness e la nuova centralità del corpo nella moda e nella televisione.

La sua sensualità è evidente, ma difficilmente riducibile a una formula. Un mix di forza, eleganza, vulnerabilità e desiderio. 

I Want Your Sex, pubblicata nel 1987 e accompagnata da polemiche e restrizioni radiofoniche per il contenuto esplicitamente erotico, rappresenta una provocazione importante. George non nasconde il desiderio dietro metafore rassicuranti: lo mette al centro della canzone, rivendicandolo come parte della vita sentimentale e fisica. 

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Il palco senza smartphone: quando bastavano la musica e una voce

C'è un altro motivo per cui George Michael: The Faith Tour merita di essere visto: racconta involontariamente quanto sia cambiato il concerto come esperienza collettiva. Il palco del 1988 è scenograficamente efficace, ma sorprendentemente essenziale rispetto agli standard contemporanei.

Le luci disegnano lo spazio, le rampe laterali permettono a George di muoversi continuamente e la band rimane spesso in penombra, lasciando emergere di tanto in tanto il sassofono e le voci delle coriste.

Non ci sono schermi giganteschi che moltiplicano il volto del cantante, né effetti digitali destinati a diventare virali.

Il centro dello spettacolo è il corpo dell'artista e una voce che non ha bisogno di nascondersi dietro la tecnologia.

Anche il pubblico appartiene a un'altra epoca. Non si vedono distese di smartphone sollevati per registrare ogni secondo, ma mani che applaudono, accendini accesi durante le ballate e qualche stella filante che attraversa l'aria.

La distanza tra palco e platea appare meno regolata visivamente dalle barriere e dai dispositivi di sicurezza che caratterizzano molti grandi eventi contemporanei. È un'immagine che colpisce, soprattutto dopo aver assistito agli spettacoli monumentali di artisti come Taylor Swift, Bad Bunny o agli eventi legati alla reunion degli Oasis.

Oggi il concerto è spesso una produzione spettacolare che comprende scenografie immersive, contenuti social, merchandising esclusivo e biglietti dai prezzi talvolta proibitivi. Sarebbe però ingenuo idealizzare completamente il passato: anche il Faith Tour era una grande macchina commerciale, con un'immagine accuratamente costruita e una produzione internazionale. 

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La fiducia nel futuro e la provocazione del sacro

"Faith", la fede, nel mondo di George Michael assume una sfumatura più intima e meno religiosa: è soprattutto fiducia nella possibilità che qualcosa di bello possa ancora accadere. Nel materiale audio che introduce il concerto, l'artista riflette sul significato di quel titolo, suggerendo una lettura che va oltre la dimensione spirituale.

La fiducia riguarda l'amore, la capacità di ricominciare, il coraggio di esporsi anche quando si rischia di essere feriti. La canzone omonima è costruita su un ritmo irresistibile, una chitarra dal sapore rockabilly e un'introduzione d'organo che richiama la tradizione musicale della chiesa.

Un suono associato alla spiritualità introduce un brano che parla di desiderio, prudenza sentimentale e bisogno di proteggere se stessi. Il sacro e il profano convivono senza necessariamente entrare in conflitto.

Alla fine degli anni Ottanta la cultura pop utilizza sempre più spesso l'immaginario religioso per raccontare passioni terrene. Basti pensare a Madonna e a Like a Prayer, pubblicata nel marzo 1989, con un videoclip che avrebbe provocato proteste per le croci in fiamme, le stigmate e il ricorso a simboli cristiani in un contesto sensuale. George Michael sceglie una strada meno apertamente scandalosa, ma non meno interessante.

La sua musica prende in prestito dalla tradizione gospel e soul la tensione emotiva, la forza della voce e l'idea che cantare possa diventare una forma di liberazione. In Father Figure, per esempio, la relazione sentimentale viene raccontata attraverso un linguaggio che mescola protezione, devozione e desiderio, con un'ambiguità che contribuisce al fascino del brano.

George Michael quando canta, sembra credere profondamente a ogni parola. E quella fiducia, a quasi quarant'anni di distanza, continua a essere contagiosa.

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Un'anima soul nel cuore del pop

La scaletta del concerto è anche una piccola autobiografia musicale, costruita attraverso le canzoni che hanno accompagnato la trasformazione di George Michael da ragazzo prodigio a interprete adulto.

Gli Wham!, il duo fondato con l'amico Andrew Ridgeley nei primi anni Ottanta, avevano conquistato il pubblico internazionale con una miscela di pop, funk e leggerezza adolescenziale, diventando uno dei simboli musicali del decennio. Ma già dietro successi apparentemente spensierati si nascondeva un autore molto più sofisticato di quanto l'immagine del gruppo lasciasse intuire.

Everything She Wants, riproposta nel concerto, racconta per esempio una relazione segnata dalle aspettative economiche e dalla frustrazione. I'm Your Man restituisce invece tutta l'energia dance degli Wham!, ma acquista una nuova maturità nell'interpretazione solista.

George non rinnega il passato: lo incorpora nella propria evoluzione. E poi ci sono gli omaggi ai grandi maestri della musica nera americana. Love's in Need of Love Today, brano di Stevie Wonder tratto da Songs in the Key of Life, diventa un'occasione per mostrare quanto il suo stile vocale sia debitore del soul e del gospel. I Knew You Were Waiting (For Me) ricorda invece l'incontro artistico con Aretha Franklin, con la quale aveva inciso il celebre duetto nel 1987. Nel concerto trova spazio anche Lady Marmalade, successo delle Labelle, con il celebre ritornello in francese che, proprio a Parigi, assume un significato particolarmente giocoso e provocatorio. 

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Le emozioni di "A Different Corner" e "One More Try"

Ci sono momenti in cui il concerto sembra interrompere il proprio ritmo per lasciare spazio a qualcosa di più personale. Uno dei più belli arriva durante A Different Corner, ballata del 1986 che già aveva mostrato un George Michael lontano dall'immagine solare degli Wham!. La canzone racconta la paura di innamorarsi nuovamente dopo una delusione, quella sensazione di vulnerabilità che accompagna chi vorrebbe abbandonarsi a un sentimento ma teme di pagarne le conseguenze.

La macchina da presa indugia sul suo volto, cogliendo un'emozione improvvisa: George sembra commuoversi, si asciuga una lacrima e per un istante si volta, quasi a voler sottrarre quel momento allo sguardo degli spettatori. L'uomo che pochi minuti prima dominava il palco con movimenti sensuali e una sicurezza quasi provocatoria mostra una fragilità che non vuole necessariamente condividere. 

Poi c'è One More Try, uno dei vertici emotivi del concerto. Nell'audio che precede la performance, George riflette sulla difficoltà vocale del brano, che richiede un controllo straordinario dell'estensione e dell'intensità. E quando comincia a cantare, si comprende perché. La voce sale, si apre, si incrina appena, poi torna a farsi intima, quasi sussurrata. Il testo racconta il conflitto di chi desidera amare ma ha paura di soffrire ancora, rivolgendosi a una figura che promette protezione e allo stesso tempo risveglia ferite profonde. La costruzione musicale, vicina alla tradizione gospel, trasforma questa esitazione in una sorta di confessione pubblica. Non c'è bisogno di conoscere ogni parola per sentirne il peso.

George Michael non si limita a eseguire perfettamente una melodia, ma sembra viverla mentre la canta. Il restauro cinematografico restituisce tutta la forza di quella performance, lasciando allo spettatore la sensazione di assistere a qualcosa di irripetibile. E soprattutto ricorda quanto fosse rara la sua capacità di unire precisione tecnica e abbandono emotivo, senza che l'una soffocasse mai l'altro.

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"Careless Whisper" e quel sassofono indimenticabile

Bastano poche note di sassofono per riconoscere Careless Whisper. È uno di quei pochi casi in cui un'introduzione strumentale è diventata famosa quanto la canzone stessa, entrando nell'immaginario collettivo ben oltre la generazione che l'ha ascoltata per prima. Scritta da George Michael insieme ad Andrew Ridgeley quando erano ancora giovanissimi, racconta il senso di colpa di chi ha tradito la fiducia della persona amata e sa che nulla potrà tornare esattamente come prima.

Il suo celebre assolo di sassofono, nella registrazione originale affidato a Steve Gregory, possiede una qualità quasi cinematografica: sembra raccontare una storia prima ancora che il cantante pronunci una parola. Sul palco di Parigi la voce di George alterna malinconia, rimpianto e sensualità.

Dietro quel bel volto, il ciuffo biondo ribelle e quell'immagine da seduttore, c'era Georgios Kyriacos Panayiotou, figlio di padre greco-cipriota e madre inglese, cresciuto a Londra e diventato famoso giovanissimo. Un ragazzo che aveva trovato nella musica un linguaggio per esprimere emozioni che nella vita privata faticava ancora a condividere apertamente. Negli anni successivi George Michael avrebbe affrontato il peso della notorietà, il difficile rapporto con l'industria discografica, la propria identità sessuale e perdite personali devastanti, tra cui quella del compagno Anselmo Feleppa e della madre Lesley.

Ma sarebbe diventato anche un artista sempre più indipendente, capace di esporsi pubblicamente, difendere le proprie scelte e sostenere numerose cause benefiche, spesso lontano dai riflettori.

La sua carriera, durata oltre trent'anni, lo avrebbe portato a vendere più di 125 milioni di dischi come solista, collaborare con artisti come Elton John, Whitney Houston, Mary J. Blige e Paul McCartney e ricevere, nel 2023, l'ingresso postumo nella Rock and Roll Hall of Fame.

Guardare oggi The Faith Tour significa dunque osservare un uomo prima che la vita lo trasformasse profondamente. Il film non pretende di raccontare tutto questo e, forse, è proprio uno dei suoi meriti.

Ci permette invece di incontrare George Michael nel momento in cui il futuro era ancora tutto da scrivere.

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"To Yog", la dedica finale

Dopo un concerto che attraversa i grandi successi di un'intera epoca, sullo schermo compaiono i titoli di coda dorati e una dedica tanto semplice quanto significativa: "To Yog". Non è il nome della superstar che ha venduto milioni di dischi, ma quello con cui lo chiamavano le persone più vicine.

Yog era infatti il soprannome d'infanzia di George Michael, nato da un curioso equivoco linguistico legato alle sue origini greche. In famiglia veniva chiamato Yorgos, diminutivo di Georgios, ma l'amico Andrew Ridgeley, sentendo pronunciare quel nome, lo avrebbe trasformato scherzosamente in Yogurt, poi abbreviato in Yog. Un nomignolo rimasto per tutta la vita, anche quando George Michael era ormai diventato uno degli uomini più famosi del pianeta. Dopo aver celebrato il divo, il film restituisce spazio alla persona: diretto da Andy Morahan e David Austin, nasce dal recupero delle riprese in 35 mm realizzate durante i concerti parigini del 30 e 31 maggio 1988, utilizzando quattordici telecamere.

Il materiale, restaurato e rimasterizzato, è preceduto da Finding Faith, il cortometraggio di Mary McCartney che intreccia registrazioni audio inedite, fotografie di Herb Ritts e immagini dietro le quinte del videoclip di Faith.

Non è un documentario biografico tradizionale, né un'operazione che cerca di spiegare retrospettivamente ogni scelta dell'artista.

È soprattutto un'esperienza musicale, e in questo risiede tanto la sua forza quanto il suo limite: chi cerca una ricostruzione approfondita delle contraddizioni personali e professionali di George Michael troverà pochi elementi, mentre chi desidera comprenderne il talento dal vivo avrà davanti una testimonianza preziosa.

A completare il progetto arriva The Faith Tour, l'album pubblicato il 6 novembre da George Michael Entertainment e Sony Music Entertainment, con 18 registrazioni live inedite, tratte dal tour di 109 concerti in 16 Paesi. Disponibile in diverse edizioni, anche in un cofanetto deluxe con libro fotografico, restituisce tutta la forza di quelle esibizioni.

Riascoltando questi brani si comprende quanto George Michael sia ancora attuale e quanto abbia influenzato le generazioni successive, da Harry Styles a Taylor Swift. 

"To Yog", dopo un concerto dominato dal carisma e dalla sicurezza del performer, quella dedica introduce una nota privata e inattesa: il ricordo di una persona che, anche all'apice della fama, non aveva smesso di custodire quella parte di sé che apparteneva soltanto alla sua vita privata, lontano dai riflettori.

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