Regione Lazio condannata a pagare 77 milioni al San Raffaele di Angelucci. Rocca ne voleva versare 82: le opposizioni lo fermano
Sessanta milioni di risarcimento, circa 17 di interessi: 77 milioni di euro in tutto. È la cifra che la Regione Lazio deve al gruppo San Raffaele, riconducibile al deputato della Lega Antonio Angelucci e al figlio Giampaolo, dopo la condanna del Consiglio di Stato per una controversia sulle autorizzazioni sanitarie iniziata quindici anni fa. Ma la giunta guidata da Francesco Rocca (foto) aveva previsto di versare oltre 82 milioni, calcolando ulteriori interessi rispetto a quelli riconosciuti dalla sentenza. Una scelta che, durante la discussione in Consiglio regionale, le opposizioni sono riuscite a modificare attraverso un emendamento, evitando così un esborso aggiuntivo di circa 4 milioni di euro di risorse pubbliche. La seduta è stata anche l’occasione per un nuovo scontro politico sulle responsabilità del maxi risarcimento. Per Rocca, gli errori sono da attribuire alle precedenti amministrazioni di centrosinistra, quelle guidate da Nicola Zingaretti con Alessio D’Amato assessore alla Sanità. Per il Pd e le altre forze di opposizione, invece, l’attuale giunta avrebbe lasciato trascorrere tre anni senza fare abbastanza per contenere il debito. Intervenendo martedì 3 novembre in Aula, Rocca ha difeso la propria scelta di riconoscere il credito al gruppo Angelucci, chiamando in causa anche il suo ruolo editoriale: “Quello che la sinistra non ha ricordato è che sono anche editori dei tre grandi quotidiani che sono oggetto e bersaglio della sinistra ormai da tempo”. E ha aggiunto che questo non può essere un motivo per non riconoscere quanto dovuto a un operatore della sanità privata. “Linearità, trasparenza e correttezza”, ha rivendicato, sono i principi seguiti dalla sua amministrazione.
La storia comincia nel 2010, quando la Regione Lazio, guidata da Renata Polverini, è alle prese con il risanamento dei conti della sanità, commissariata dal 2008. Il piano di riorganizzazione della rete ospedaliera prevede anche il taglio di 450 posti letto nelle strutture private accreditate del gruppo San Raffaele. Per limitare le ricadute occupazionali, nel 2011 la giunta stipula con l’azienda di Angelucci un accordo quadro: parte dei posti soppressi sarebbe stata riconvertita in altre attività sanitarie. L’intesa si basa anche sulla legge regionale numero 6 del 2011, che modifica le regole per l’accreditamento dei privati. La norma viene però impugnata dal governo davanti alla Corte costituzionale e successivamente modificata. Quando alla guida della Regione arriva Zingaretti, l’amministrazione ritiene che alcune delle autorizzazioni previste dall’accordo non siano più legittime e non procede al loro rilascio. Il gruppo San Raffaele ricorre al Tar chiedendo 21 milioni di euro di risarcimento. Nel 2019 i giudici respingono la richiesta: l’accordo, spiegano, non garantiva all’azienda un diritto automatico a ottenere tutte le autorizzazioni e i ritardi della Regione erano giustificati dai cambiamenti normativi. Inoltre, il danno economico non risultava sufficientemente dimostrato. La partita si riapre davanti al Consiglio di Stato. Nell’ottobre 2023 i giudici ribaltano in parte la decisione: non tutte le autorizzazioni dovevano essere rilasciate automaticamente, ma la Regione aveva comunque l’obbligo di concludere tempestivamente i procedimenti legittimi e rispondere dei danni provocati dai ritardi. La quantificazione viene inizialmente affidata alla Regione, che avrebbe dovuto raggiungere un accordo con il gruppo. Il direttore della Direzione regionale Sanità, Andrea Urbani, stima il risarcimento in circa 3 milioni di euro. La proposta viene rifiutata da Angelucci e il contenzioso torna in tribunale. Dopo una consulenza tecnica, nel luglio 2026 il Consiglio di Stato stabilisce che la Regione deve versare 60 milioni di euro di risarcimento, più circa 17 milioni di interessi.
È da quel momento che si apre un secondo fronte. Rocca riconosce il credito e presenta un esposto alla Corte dei conticontro Zingaretti e D’Amato, contestando loro i ritardi nell’attuazione dell’accordo del 2011. Ma le opposizioni accusano proprio l’attuale amministrazione di non aver fatto abbastanza per limitare il conto. “Dal 2023 al 2026 la Regione non ha fatto niente”, sostiene Massimiliano Valeriani, consigliere regionale del Pd e presidente della Commissione Trasparenza. “Come mai, dopo la prima offerta rifiutata dal San Raffaele, la Regione non ha provato almeno con una seconda proposta? Ma soprattutto perché non hanno fatto ricorso in Cassazione o richiesto la revocazione delle sentenze del Consiglio di Stato?”. A questo si aggiunge la contestazione sul calcolo degli interessi. La giunta aveva infatti previsto di riconoscere al gruppo San Raffaele oltre 82 milioni di euro, una cifra superiore ai circa 77 milioni stabiliti dal Consiglio di Stato. Le opposizioni hanno contestato il criterio utilizzato dall’amministrazione, ottenendo che il pagamento venisse ricondotto all’importo risultante dalla sentenza: “Dopo settimane di battaglie abbiamo impedito che 4 milioni di euro di risorse pubbliche venissero dissipate. Un risultato ottenuto grazie al lavoro tenace e unitario delle opposizioni. La Giunta deve assumersi la responsabilità politica di questa sequela di errori e di un atto di legge che rimane assolutamente opaco. La maggioranza dovrà spiegare perché sia stato necessario un confronto così lungo per correggerlo. Le risorse della Regione appartengono ai cittadini: ogni euro deve essere giustificato e utilizzato nell’interesse pubblico. Adesso ci aspettiamo le dimissioni dei responsabili dell’atto”, spiegano in una nota congiunta i capigruppo di opposizione al Consiglio regionale del Lazio.
Il Pd ha sollevato anche la questione dei rapporti pregressi di Rocca con il gruppo San Raffaele. Il capogruppo Mario Ciarla ha ricordato che il governatore è stato presidente del Cda della Fondazione San Raffaele da maggio 2021 a dicembre 2022 e che, una volta eletto, ha mantenuto per sé la delega alla Sanità. “Questo meccanismo di porte girevoli mina alla radice l’integrità delle istituzioni e genera un condizionamento oggettivo: se Rocca fosse stato politicamente libero e privo di legami con il suo ex datore di lavoro, avrebbe potuto negoziare una chiusura a cifre diverse a tutela della collettività, risparmiando decine di milioni; tuttavia, se lo avesse fatto, si sarebbe trovato nella scomoda condizione di dover giustificare l’assegnazione di una cifra ingente al suo ex datore di lavoro, temendone il contraccolpo e il giudizio politico”, ha dichiarato Ciarla in Aula.
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