I latinoamericani preferiscono l’alleanza con la Cina (65%) a quella con gli Usa (57%). Pesano stabilità economica e sicurezza
Nel pieno dell’avanzata Usa in America Latina — dalla presa di Caracas, all’ingerenza in Brasile — l’opinione pubblica della regione cerca rifugio nella Cina, ritenuta un “alleato commerciale fondamentale“. Poco importa se Pechino è una “potenza autoritaria”, dove “non c’è democrazia alcuna”. In fin dei conti, “un po’ di mano dura non fa male a nessuno”. È questa, in sintesi, l’istantanea venuta fuori dal dossier 2026 ¿La crisis de la democracia liberal?, recentemente pubblicato dalla Corporación Latinobarómetro. “In primo luogo, la democrazia liberale si è mai ‘insediata’ in America Latina?”, si legge nel dossier che ha coinvolto 19.207 intervistati in 17 Paesi della regione.
Stando alle rilevazioni: “Nessuna democrazia dell’America Latina è consolidata, eccezion fatta forse per l’Uruguay“. Il sostegno alla democrazia è diminuito dal 63% al 52% negli ultimi sedici anni. Inoltre, circa il 75% degli intervistati si dichiara “insoddisfatto” della democrazia e il 30% sarebbe disposto ad accettare un governo autoritario in cambio di sicurezza, stabilità economica, posti di lavoro e benessere individuale. Emerge quindi una “crescente tendenza autoritaria“, là dove “non c’è uguaglianza davanti alla legge” e “la forza vale più del diritto“. Le disparità sociali persistono a tal punto che il 25,5% degli abitanti della regione, 162 milioni di persone, vive in condizioni di povertà. Ed è qui che entra in gioco Pechino. “La Cina riempie il vuoto delle tasche, più di ogni altra cosa”, osserva Marta Lagos, fondatrice e direttrice della Corporación Latinobarómetro ribadendo il beneficio pragmatico portato dal colosso asiatico, capace di guadagnarsi “il favore della popolazione attraverso l’accesso a importazioni più economiche“. Ed è la prima volta, in 31 anni di rilevazioni, che la Cina supera gli Usa agli occhi della regione. “Attualmente, il 65% dei latinoamericani vede positivamente l’influenza di Pechino nella regione mentre il gradimento verso gli Usa è fermo al 57%”, spiega lo staff di Latinobarómetro interpellato da Ilfattoquotidiano.it.
“Non è plausibile uno scenario in cui la Cina perda l’elevato livello di influenza che possiede nella regione. Oggi Pechino è più influente degli Stati Uniti in America Latina – osservano – Parliamo di un mutamento drastico rispetto a sei anni fa (2020, ndr), quando gli Stati Uniti erano in vantaggio di dodici punti percentuali. Ora, i pareri positivi sull’influenza cinese sono passati dal 48% al 65%, mentre il gradimento Usa è crollato di almeno tredici punti”. I risultati sono eterogenei da un Paese all’altro: in Messico, il tasso di disapprovazione verso l’amministrazione Trump raggiunge il 79% degli intervistati, in Uruguay il 70%, in Argentina il 62% e in Brasile il 61%. Sul versante opposto c’è il Venezuela che, paradossalmente, approva del 61% la gestione del tycoon. Il protettorato Usa su Caracas suscita perplessità nella regione: il 35% della popolazione ritiene che la cattura di Nicolás Maduro porterà qualche beneficio al Paese sudamericano. Inoltre, il 50% degli intervistati si dice contrario all’embargo Usa su Cuba, mentre il 35% è favorevole.
Il Latinobarómetro mostra anche l’altra faccia dello Shield of the Americas, coalizione militare a cui i Paesi della regione aderiscono man mano che svoltano a destra. Il tentativo sarebbe quello di arruolare l’America Latina nella lotta commerciale contro Pechino con il “pretesto del narcotraffico” e costringendo i soci ad “aumentare la spesa militare“, cioè ad “acquistare più armi vendute dagli stessi Stati Uniti”. Dietro la coalizione c’è quindi l’ardore nostalgico di “restituire agli Usa la potenza industriale e militare che avevano verso la fine della Seconda guerra mondiale, quando il Paese non aveva concorrenti attorno a sé”.
Lo Shield of the Americas intercetta però il militarismo insito nell’inconscio collettivo della regione, i cui abitanti vivono in preda al terrore dei narcos, temuti dal 79% della popolazione. La metà di loro (47%) considera persa in partenza la battaglia contro la criminalità organizzata e il 90% teme il controllo delle gang sul territorio. Non stupisce se, a questo punto, il dittatore Nayib Bukele risulti il leader più amato della regione, con consensi che oscillano dall’85 al 95% in El Salvador che “ha smesso di essere una democrazia”, anche se la maggior parte della popolazione dice di aver intrapreso “l’indirizzo giusto”.
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