La città dei vivi, Gabbriellini porta a Venezia il requiem per Luca Varani. Un’opera matura che non avrebbe sfigurato in concorso
“Un racconto di formazione interrotto”. Prendi l’efferato, mostruoso, crudele omicidio di Luca Varani e fanne un film dove praticamente non si osserva che qualche striscia di sangue. La città dei vivi, atteso film italiano a Venezia 83 nella sezione Orizzonti, diretto da Edoardo Gabbriellini (conta ancora dire che era l’interprete di Ovosodo?) è un oggetto produttivo e artistico decisamente curioso e magnetico.
“Liberamente ispirato”, per modo di dire, al libro La città dei vivi di Nicola Lagioia, con la casella della sceneggiatura vuota nei credits (dopo la fuga dei fratelli D’Innocenzo il nulla), il film di Gabbriellini si avvicina alla notte tra il 3 e il 4 marzo 2016 quando, in un appartamento del quartiere Collatino a Roma, i giovani benestanti Manuel Foffo e Marco Prato drogarono, seviziarono, torturarono e infine uccisero con oltre 100 tra coltellate e martellate il 23enne Varani durante un festino di cocaina e alcool da loro organizzato. La macchina da presa si avvicina, dicevamo, senza voler permanere, esplorare, mostrare quelle stanze se non per pochi pittorici istanti (l’inquadratura a figura intera di Varani nudo piegato sul water in bagno sembra il dipinto La morte di Marat di David).
La città dei vivi è infatti tutto ciò che nella vita del povero Varani (Emanuele Maria Di Stefano) c’era stato prima e tutto ciò che accade immediatamente dopo la sua morte (e qui forse c’è qualche traccia del libro di Lagioia) tra i familiari e la fidanzata Marta Gaia (Gaia Merlonghi). I titoli di testa scorrono sulla drammatica scelta dei coniugi Silvana e Giuseppe Varani (Silvana Senzacqua e Valerio Mastandrea) di adottare uno dei tre neonati di un orfanotrofio di Sarajevo con quel latente controsenso sottotraccia dell’orfano scelto a cui si ridà vita (i due bimbetti non scelti che piangono sono strazianti) che però appena ventenne troverà una morte atroce e precoce.
Forse già in questo cinico dettaglio si srotola l’inquietante, apparente dimessa, essenziale drammaturgia del film di Gabbriellini. Perché La città dei vivi, con questo suo taglio sommesso e verista nell’algido percorso di coming of age, fatto di vita appena due millimetri fuori dalla marginalità socio-economica (il padre di Luca vende dolciumi su un camion nei luna park, Luca stesso fa svogliatamente le serali e cerca altrettanto svogliatamente un lavoretto), entra decisamente sottopelle, lavorando sul buio recondito dell’inconscio, riemergendo nel suo maturo turbamento diverse ore dopo la visione. Se l’interrogativo di Lagioia nello scrivere il libro, e di oltre mezzo paese davanti alla cronaca, fu il provare a capire cosa poté scatenare quell’insensato barbaro omicidio, nel film di Gabbriellini il quesito etico rimane ovviamente e mai didascalicamente aperto; ma è attraverso la costruzione di un’atmosfera familiare e sentimentale mite e mai urlata (il rapporto tra i due ragazzi liminalmente periferici è di realistica e mai appiccicosa dolcezza) che la normalità di un Luca guascone e perdigiorno, con quella faccia pulita e quei gesti sinceri, si trasforma in un requiem definitivo per la vittima.
Chiaro che le frequentazioni del sottobosco omosessuale e clandestino al quale Luca accede, quasi senza moralmente accorgersene, sembrano più legate ad un realistico discorso classista legato principalmente ad un bisogno economico, con quei 50 e 100 euro che fioccano anche solo per mostrare il pene o guardare qualcuno masturbarsi. Non c’è colpa e non c’è pena, ma solo il passo di lato dell’antispettacolarità. E per favore, non lo si legga come cinema della noia. Semmai Gabbriellini sfodera (come in tutte le sue precedenti opere da B.B. e il Cormorano a Padroni di casa) tra temporalmente lunghi e spazialmente larghi take, tra posizionamenti fluidi e mimetici della macchina da presa (sul camion di Giuseppe, ad esempio) una raffinata dimestichezza del mezzo tecnico e del fascino estetico della visione come pochi. Anche nella direzione degli attori c’è qualcosa di sobriamente scarnificante che attinge più all’atto dello scolpire facce (quella della madre attonita in primo piano dopo l’omicidio è da brividi) e corpi, più che a quello della loro vitale colorazione. Un plauso, infine, a tutti gli attori che sembrano realmente cadere, con le loro felpette dell’Oviesse e le cover a 10 euro dei cellulari, dentro il film dalle periferie romane. Un’opera matura che non avrebbe affatto sfigurato nel Concorso per il Leone d’oro.
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