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Saturday, October 3, 2026

Borgonzoni fa ‘inceppare’ la legge sul cinema: ma così si mantiene lo status quo!

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Borgonzoni fa ‘inceppare’ la legge sul cinema: ma così si mantiene lo status quo!

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Come è noto a tutti gli operatori del settore (meno al cittadino comune, ché i media italiani purtroppo si interessano assai poco di politica culturale), da tempo si invoca una nuova “legge cinema e audiovisivo”, dato che la norma che governa il settore dal 2017 (la cosiddetta “Legge Franceschini” alias la n. 220 del 2016) ha prodotto sì una crescita complessiva, ma si è trattato di uno sviluppo drogato, soprattutto a causa degli abusi nello strumento del “tax credit” e dell’assenza di un monitoraggio accurato e tempestivo dell’intervento della mano pubblica. Il credito d’imposta – che assorbe la gran parte dei 600 milioni di euro del Fondo Cinema e Audiovisivo – è salito all’attenzione dei media soltanto a seguito dello “scandalo Kaufmann”, il sedicente regista e produttore divenuto tristemente famoso per gli omicidi di Villa Pamphili.

Da tempo era in cantiere una nuova legge, di riordino del settore, ed il 10 settembre 2026 l’Aula di Montecitorio ha approvato un testo di riforma, condiviso da maggioranza ed opposizioni, che è passato qualche giorno fa a Palazzo Madama. Si tratta di un testo non rivoluzionario, ma certamente innovativo, a partire dalla creazione di una Agenzia indipendente, che sostituirà la Direzione Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura, che continua ad operare con lentezza ed inefficienza, caratterizzandosi anche per esasperazioni burocratiche al limite del surreale.

Questo testo è il risultato di una faticosa mediazione – tecnica e politica – il cui merito va attribuito sicuramente a Federico Mollicone, Presidente della Commissione Cultura della Camera, per Fratelli d’Italia e la maggioranza, e, per l’opposizione, ai due esponenti di punta in materia di cultura, Gaetano Amato e Matteo Orfini, rispettivamente per il Movimento 5 Stelle ed il Partito Democratico. Per fare in modo che l’iter fosse veloce – dopo una lunga fase di confronto con gli operatori del settore (oltre 50 soggetti in audizione) – i capigruppo avevano concordato che il testo venisse blindato in Senato, senza rischio di modifiche che costringessero ad una terza lettura.

Il meccanismo – frutto di una rara quanto apprezzabile mediazione politica – è stato inceppato: probabilmente la leghista Sottosegretaria delegata Lucia Borgonzoni si è sentita scavalcata (da destra e da sinistra…) e teme che il suo ruolo di “domina” politica del settore potesse essere offuscato. Risultato?! Nella sua duplice veste – Sottosegretaria ma anche senatrice – ha rivendicato il ruolo di Palazzo Madama ed ha convinto il suo amico e collega leghista Roberto Marti (Presidente della Commissione Cultura) a convocare nuove audizioni, peraltro soltanto di un manipolo di associazioni a lei care, per la settimana prossima. Scontro duro in Commissione – al limite degli insulti – con la senatrice piddina Cecilia D’Elia.

Un vero boicottaggio, a mio avviso: sulla carta, in nome di esigenze di approfondimento tecnico, ma, nella sostanza, per rivendicare la propria primazia nel governo del settore.

Il ministro Alessandro Giuli (FdI) non si è ancora pronunciato: a lui spetta chiarire quale linea sostiene il Ministero: preservare l’intesa faticosamente raggiunta o riaprire un negoziato senza fine?! Sono in molti a temere che questo bastone leghista fra le ruote vada a bloccare l’iter, o comunque a rallentarlo. A vantaggio di chi?! Per me, è semplice: di chi non vuole modificare l’assetto del settore, e quindi i “poteri forti”, ovvero le due associazioni imprenditoriali più influenti – Anica per il cinema, Apa per i produttori televisivi – e le lobby asservite agli interessi delle multinazionali, dalla Fremantle (Rtl/Bertelsmann) a Netflix ad Amazon passando per le nuove e vecchie major americane.

La Sottosegretaria è considerata negli Stati Uniti una sorta di “ambasciatrice” in Italia degli interessi delle multinazionali americane. E nessuno – o quasi – si scandalizza perché centinaia di milioni di euro del danaro dei contribuenti va a tutto vantaggio di film stranieri girati in Italia e di un manipolo di società di produzione tutte controllate da multinazionali straniere (oltre alla Fremantle tedesca, le francesi Mediawan e Banijay-All3Media), come denunciato anche dall’Agcom. Con buona pace del teorizzato “sovranismo culturale”. Con buona pace delle società indipendenti, dei piccoli produttori, degli autori emergenti, della ricerca e sperimentazione… di un cinema libero, sano e creativo.

Sabotare la nuova legge significa voler mantenere lo status quo, con le sue patologie, squilibri, asimmetrie, sperequazioni. Che avvantaggiano i grossi, e penalizzano i piccoli. Rallentare l’iter significa voler azzerare uno sforzo di innovazione raggiunto dopo intrepida mediazione.

Questo protagonismo esasperato di Borgonzoni finirà per uccidere nella culla la nascente “Legge Avati”?! Anche il maestro Pupi Avati – primo proponente di una “agenzia indipendente” sul modello del Cnc francese – è preoccupato, dopo aver faticosamente convinto sia Giorgia Meloni sia Elly Schlein della necessità di uno shock riformatore e tecnocratico rispetto alle storiche ingerenze della politica nei confronti dell’amministrazione e rispetto agli abusi di una burocrazia malata.

Tutto questo mentre continua comunque a mancare una visione organica e strategica delle politiche settoriali. Mancano analisi approfondite e indipendenti, e la “valutazione di impatto” dell’intervento dello Stato – prevista dalla stessa Legge Franceschini – è una presa in giro del Parlamento. L’ultima “valutazione”, relativa all’anno 2025, è stata incredibilmente trasmessa dal Mic (la prima volta in un decennio) entro il termine previsto dalla legge (il 30 settembre), ma si ripropone come documento semi-clandestino (nemmeno un comunicato stampa) ed illeggibile, totalmente privo di approccio critico: sostanzialmente inutile. Chi l’ha realizzato – il Dipartimento Scienze Sociali e Economiche Disse della romana Università Sapienza – s’è prestato al ruolo di portatore d’acqua del Principe, e di coloro che ostinatamente non vogliono modificare l’assetto esistente. Squilibrato e malato, ma funzionale ai potenti. Meno si sa, più il Principe governa liberamente.

Suvvia! Senza i lacci e lacciuoli della democrazia culturale. E che si stenda l’ennesimo red carpet… Con la effervescente sottosegretaria sotto i flash dei fotografi. Politica spettacolo.

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