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Sunday, October 25, 2026

Il paradosso dei maschi alfa: perché scegliamo chi vuole dominarci?

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Il paradosso dei maschi alfa: perché scegliamo chi vuole dominarci?

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di Nicolantonio Agostini

Il candidato democratico al Senato degli Stati Uniti Abdul El-Sayed ha definito il suo avversario repubblicano Mike Rogers un “maschio beta”, accusandolo di sottomettersi a Donald Trump, il presunto “maschio alfa”. Una dichiarazione che mostra quanto il linguaggio della dominanza maschile sia penetrato nella politica americana, anche tra chi si oppone al trumpismo.

Eppure, la storia evolutiva umana racconta qualcosa di diverso. Se proprio vogliamo utilizzare la distinzione tra alfa e beta, questi ultimi non dovrebbero essere identificati con individui remissivi e subordinati, ma con coloro che rifiutano tanto di sottomettersi quanto di sottomettere gli altri. Individui che privilegiano cooperazione, empatia e mediazione rispetto alla competizione per il dominio. Sono proprio queste caratteristiche ad aver svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della socialità umana. Come ho già ricordato in precedenti articoli su questo blog, dedicati al patriarcato e al culto del testosterone, per gran parte della propria storia Homo sapiens ha vissuto in gruppi di cacciatori-raccoglitori relativamente egualitari. La cooperazione e il controllo collettivo delle ambizioni individuali limitavano la concentrazione del potere; l’autorevolezza dipendeva frequentemente dall’esperienza, dalla generosità e dalla capacità di ottenere consenso.

La rivoluzione agricola contribuì a modificare questi equilibri. Sedentarizzazione, accumulazione delle risorse e stratificazione sociale favorirono gerarchie più stabili e forme di potere coercitivo. Ma potrebbe essersi verificata un’altra trasformazione: non furono avvantaggiati soltanto gli individui capaci di imporsi, bensì, in certe condizioni, anche quelli più inclini ad accettare la subordinazione, a scapito di coloro che rifiutavano entrambe le condizioni.

Quando contestare l’autorità comportava punizioni, esclusione o morte, una maggiore propensione all’obbedienza poteva favorire la sopravvivenza e forse il successo riproduttivo. Poiché alcune predisposizioni psicologiche connesse all’autoritarismo e alla deferenza mostrano una componente ereditaria, è possibile ipotizzare che le nuove strutture sociali abbiano modificato anche le pressioni selettive sulle popolazioni umane. Sarebbe un caso di coevoluzione tra geni e cultura: i cambiamenti sociali avrebbero influenzato non solo i comportamenti appresi, ma potenzialmente anche l’evoluzione biologica.

Nelle democrazie contemporanee emerge così un paradosso: il consenso che nelle società relativamente egualitarie poteva contenere le ambizioni dei dominatori oggi può legittimare leader che esaltano forza e potere personale. Naturalmente votare per un leader deciso non significa necessariamente sottomettersi: possono contare interessi, convinzioni e giudizi sulle politiche proposte. Tuttavia, in condizioni di insicurezza economica e sociale, affidarsi a una figura percepita come forte può offrire una scorciatoia cognitiva: risposte semplici a problemi complessi e una promessa di protezione. Il punto non è dunque soltanto l’ambizione dei cosiddetti alfa, ma anche l’attrazione che esercitano. E quando chi li contrasta ne adotta il linguaggio, rischia di rafforzarne il modello.

La lezione evolutiva non è che debbano governare i più remissivi. È che la capacità di cooperare e limitare il dominio individuale ha avuto un ruolo decisivo nella nostra storia. La sfida democratica non è scegliere un alfa cui obbedire, ma costruire istituzioni nelle quali nessuno possa governare come un alfa incontrastato.

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