Vendemmiare, dormire in un’antica stalla e scoprire la “villa dei cento camini”: la nostra guida per un weekend d’autunno ad Artimino, tra le colline della Toscana
Salutare l’estate non è mai facile. Lasciarsi alle spalle la spensieratezza della bella stagione è un passaggio che malgrado si ripeta ogni anno risulta per molti ugualmente ostico. C’è un posto, però, sulle colline del Montalbano, nel cuore della Toscana, dove l’arrivederci si fa più dolce come un acino di Sangiovese. Siamo ad Artimino, frazione di Carmignano, nella provincia di Prato. Basta allontanarsi di una trentina di chilometri da Firenze perché lo sguardo si perda tra distese di ulivi e filari di viti. Un verde abbraccio che se da una parte coccola ancora per un attimo le ultime gocce di un’estate ormai prossima a finire nel cassetto dei ricordi, dall’altra ricarica lo spirito in vista di un nuovo inizio. È qui che sorge la Tenuta di Artimino, 700 ettari tra boschi, uliveti e vigneti, con la monumentale Villa Medicea La Ferdinanda a dominare il paesaggio dall’alto. Una meta che mette insieme ospitalità, cucina, vino e benessere, ma che, scavando letteralmente appena sotto la superficie, rivela una storia antichissima dagli Etruschi ai Medici fino ai giorni nostri.
È tempo di vendemmia
Da queste parti settembre significa prima di tutto vendemmia. Guanti e forbici alla mano, pur sotto il sol cocente vale la pena infilarsi tra i filari e vestire i panni del vendemmiatore. E che soddisfazione quando nella cesta si riescono ad adagiare i grappoli più abbondanti, sfuggiti ai danni del caldo e all’appetito dei cinghiali. Uno dei grandi protagonisti nei vigneti di Artimino è il Sangiovese, che con il Cabernet è l’anima del vino più rappresentativo di questo territorio: il Carmignano DOCG. Ed è proprio sorseggiandone un calice che si finisce per “incontrare” i Medici. Un bando del 1716 del granduca Cosimo III de’ Medici, infatti, decretò il riconoscimento di Carmignano come una delle quattro zone a vocazione viticola del Granducato di Toscana, costituendo la prima “doc” esistente al mondo.
Dentro la “villa dei cento camini”: dai Medici al Novecento
Per capire quanto la presenza dell’illustre famiglia che governò Firenze e la Toscana abbia segnato questo territorio basta alzare gli occhi dopo le fatiche della vendemmia. Ecco La Ferdinanda, villa commissionata sul finire del Cinquecento da Ferdinando I de’ Medici a Bernardo Buontalenti e oggi parte del Patrimonio UNESCO oltre che sede di congressi, eventi e matrimoni. Rapidissima la realizzazione, iniziata nel 1596 e portata a termine in soli quattro anni. Nota anche come “villa dei cento camini”, benché in realtà siano una cinquantina tutti di forme diverse progettati per riscaldare gli ambienti della grande dimora e alleviare così i sintomi della gotta di cui la famiglia soffriva, Ferdinando la volle come residenza di caccia e soggiorno. Degli arredi originari è rimasto ben poco, dal momento che nei secoli la proprietà è passata più volte di mano. Il Novecento, poi, ha lasciato ferite profonde. Durante la Seconda guerra mondiale la villa, che dal 1989 è proprietà della famiglia Olmo, fu occupata dalle truppe tedesche e successivamente danneggiata dai duri scontri che si tennero in zona. Qualche traccia della stagione medicea, però, resiste, come gli affreschi seicenteschi di Domenico Cresti, detto il Passignano, che decorano gli interni.
1 / 6
012TenutaDiArtimino_MeliaCollection-Villa Ferdinanda and vineyards
2 / 6
033TenutaDiArtimino_MeliaCollection-La Paggeria Medicea Hotel
3 / 6
107TenutaDiArtimino_MeliaCollection-Singular Room
4 / 6
Incensiere in bucchero, Museo Archeologico Francesco Nicosia
5 / 6
L'aperitivo tra i filari
6 / 6
Villa La Ferdinanda
L’hotel diffuso in cui si può dormire anche in una ex stalla
La storia, qui, si insinua persino tra le lenzuola. La Paggeria, oggi hotel della tenuta e parte di The Meliá Collection, ospita 36 camere ricavate negli antichi ambienti dell’edificio, incluse le stalle, recuperate e trasformate in stanze dotate di tutti i comfort. Trattandosi di un hotel diffuso, è possibile soggiornare anche presso i 59 appartamenti che si trovano nel borgo di Artimino, o nelle Fagianaie, sei sistemazioni di lusso ricavate da due casali.
Prima dei Medici c’erano gli Etruschi
La verità, però, è che prima di Ferdinando I, già altri avevano lasciato impronte significative sulle colline del Montalbano. Artimino fu sede di un importante insediamento etrusco dalla seconda metà dell’VIII secolo a.C. fino al I secolo a.C., come evidenziato da campagne di scavo iniziate negli anni Sessanta e proseguite, a più riprese, fino ai giorni nostri. Visitare il Museo archeologico Francesco Nicosia vuol dire rendersi conto di come sopra una civiltà se ne sia posata un’altra: la villa medicea sorge infatti dove un tempo si trovava l’acropoli etrusca. L’area della Paggeria ha restituito frammenti di un tempio, e lungo il viale che collega La Ferdinanda al borgo sono state rinvenute tracce di edifici, botteghe e abitazioni. Il Museo custodisce reperti provenienti dagli abitati e soprattutto dalle necropoli circostanti. Tra le chicche, tre incensieri in bucchero, la caratteristica ceramica nera prodotta dagli Etruschi, esemplari che al momento non sono attestati altrove nel mondo etrusco. Impressionante anche il ritrovamento, all’interno di una tomba, di circa 10mila frammenti di avorio, decorati e lavorati, che racconta non solo il gusto per oggetti preziosi: l’avorio, infatti, non era disponibile in loco e la sua presenza testimonia l’esistenza di aristocrazie sufficientemente ricche da potersi permettere materiali tanto pregiati. L’eco di quel passato parrebbe nascondersi nel nome stesso di Artimino, che deriverebbe da Artumes, nome etrusco della dea Artemide e oggi scelto pure per uno dei vini bianchi prodotti nella tenuta. “Mancano prove archeologiche che diano la certezza che questo sito fu dedicato ad Artemide” ci dicono al Museo, “ma la toponomastica sembra parlare chiaro”.
L’ultimo brindisi all’estate
Ora, su quelle stesse colline, Etruschi e granduchi hanno lasciato il posto a viaggiatori che si godono la vista di Firenze e Prato mentre sorseggiano un bicchiere di Carmignano. Passato e presente, però, ad Artimino continuano a incrociarsi, e nei vigneti una tradizione secolare si rinnova ogni anno con il taglio dei primi grappoli. Qui l’addio alla bella stagione si fa meno malinconico: il sole si prepara a scendere dietro le colline, le forbici vengono riposte e tra i filari ci si siede attorno a una lunga tavola apparecchiata con fiori, grappoli d’uva e calici di vino. Un ultimo brindisi all’estate prima di lasciare spazio a qualcosa di nuovo.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.