Tajani e il decalogo della buona sposa: una conferma di quel che pensa delle donne questa destra marcescente
Venerdì, dal palco di “Itaca – viaggio tra le idee” — la kermesse organizzata da Giuseppe Cangemi, vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio — Antonio Tajani, vicepremier e dispensatore di consigli utili (come quello rivolto agli italiani residenti a Dubai dopo lo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Iran: “Se ci sono dei droni non affacciatevi”), ci ha riportato indietro nel tempo. Agli anni Cinquanta, quelli del decalogo della buona sposa: accudente, affidabile, rassicurante e soprattutto sottomessa a una morale sessuale fondata sul doppio standard, ciò che era considerato lecito per un uomo prima del matrimonio diventava sconveniente, se non proibito, per una donna.
Abbiamo ascoltato le parole del vicepremier con incredulità, per la rozzezza del ragionamento e per un sessismo che sembra uscito da un manuale ottocentesco di educazione della sposa virtuosa. Tajani ha infatti costruito un parallelo tra l’affidabilità di una moglie e quella di un partito politico, descrivendo la donna attraverso le categorie della rispettabilità, della fedeltà e della convenienza. Un paragone che, più che parlare a cittadini e cittadine chiamate alle urne, accarezza l’immaginario di certo elettorato maschile per il quale la donna è ancora un oggetto da valutare e apprezzare solo se modesta, brava massaia e sessualmente continente.
Verrebbe da ricordargli che il suffragio universale esiste da ottant’anni e che, insieme agli uomini, votano anche le donne e che la rivoluzione sessuale nel 1968 scardinò ipocrisie e morali sessuofobiche e misogine. Ne emerge una concezione delle donne che ci pone, ancora una volta, di fronte al problema di una destra ancorata a una visione tradizionale dei ruoli di genere, incapace di svincolarsi da un’idea delle relazioni tra i sessi fondata su gerarchie consolidate, stereotipi.
Quale collocazione intende dare alle donne, questa destra becera e marcescente come le bende che avvolgono le mummie egizie, è evidente dall’assenza di politiche di genere che hanno contraddistinto il Governo Meloni, e dallo spazio che gli uomini dei partiti vogliono lasciare alle donne. Il Senato ha bocciato l’emendamento del campo progressista che proponeva di applicare, al ddl sulla legge elettorale, il meccanismo della doppia preferenza di genere anche rispetto ai capilista.
Se il testo sarà approvato, porterà verosimilmente ad abbattere la presenza di deputate e senatrici in parlamento (dal 30% al 15%), con buona pace delle donne di Fratelli d’Italia, di Forza Italia e della Lega che, tutto sommato, dimostrano di essere esattamente quelle donne dedite ad assecondare le aspettative maschili e, proprio per questo, considerate affidabili e di valore. Ubbidiranno approvando la legge alla Camera e facendo fuori se stesse?
Quando si tratta di denunciare l’oppressione delle donne provenienti da altri paesi, ovvero “il patriarcato islamico” le deputate e le senatrici di destra sono molto reattive; ma quando si tratta di patriarcato nostrano, ovvero “mediterraneo” — che decide come e quando aprire o chiudere i rubinetti dell’equa partecipazione delle donne alla politica o vuole limitare l’autodeterminazione in tema di aborto — si trasformano in ancelle, devote fino all’autoeliminazione.
Tornando alla nota dolente delle dichiarazioni di Tajani, alcune attiviste si chiedevano, incredule, in cosa abbia sbagliato il femminismo se nel 2026 ci sono uomini che la pensano ancora come il vicepremier. Barbara Spinelli, avvocata e femminista, ha individuato proprio questo nodo, sottolineando il rapporto tra una cultura patriarcale che attribuisce alle donne un ruolo subordinato e quella stessa cultura che, in forme estreme, può sfociare nella violenza e nel femminicidio.
Cristina Carelli, presidente della rete dei centri antiviolenza D.i.Re, ha ricordato a sua volta che chi ricopre un ruolo istituzionale “non parla mai soltanto a titolo personale“, ma contribuisce a costruire l’immaginario collettivo e a stabilire ciò che una società considera normale, accettabile e rispettabile.
Le donne devono continuamente sottrarsi al giudizio sul proprio corpo, sulla propria sessualità, sulle proprie relazioni e sulle proprie scelte e dalla politica arrivano ancora parole che sembrano volerle ricollocare esattamente lì: nel ruolo di quelle che devono meritare di essere scelte.
Poi arriva la minimizzazione della premier. Chiamata a commentare le parole di Tajani, Giorgia Meloni ha invitato a “non ingigantire” la riproposizione, da parte di un esponente del suo Governo, di uno stereotipo sessista che non sarebbe innocuo neppure in una conversazione da bar – figuriamoci quando viene pronunciato da un palco.
Come ha osservato Clarice Carassi, avvocata femminista e neoeletta presidente del Coordinamento regionale dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna, quella minimizzazione rivela una “totale adesione”, da parte di Meloni, al modello culturale patriarcale. Abbiamo toccato con mano che la prima presidente del Consiglio non ha fatto la differenza per le donne di questo Paese. L’ha fatta sicuramente per lei. Sono proprio i suoi silenzi di fronte alle dichiarazioni inopportune di alcuni compagni di partito e le scelte politiche che ha perseguito, a farla apparire come quelle devote matriarche che, pur esercitando un ruolo centrale nella famiglia, finivano per preservarne l’ordine e le gerarchie.
Da questo punto di vista, non era forse del tutto fuori luogo l’osservazione di Debora Serracchiani, quando il 25 ottobre 2022 disse a Giorgia Meloni che stava “un passo dietro gli uomini”.
Le parole del suo vice, invece, ci svelano quanto siano profonde le radici e la resistenza di una cultura che rende ancora possibile pronunciare certe parole senza percepirne il peso. È la convinzione tanto arrogante quanto ottusa che la nostra libertà possa essere giudicata, contrattata, premiata o punita con la validazione maschile. E allora sì, c’è da essere arrabbiate. Parecchio!
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