Le proteste francesi e i saccheggi di Milano: cosa hanno in comune e quale svolta potrebbe arrivare
Quanto è accaduto in questi giorni a Milano mette l’Italia di fronte a riflessioni importanti, che potrebbero annunciare delle novità per i prossimi anni. Gruppi di giovani, in molti casi minorenni, si assembrano coprendosi il volto per saccheggiare negozi, per lo più grandi catene della distribuzione tecnologica, del vestiario o di articoli sportivi.
Il primo elemento che colpisce è il carattere di fatto transnazionale dell’appello alle mobilitazioni, circostanza quasi senza precedenti. Sugli account social italiani compaiono riferimenti espliciti alla Francia, ed è comune la corrispondenza con manifestazioni studentesche o contro il carovita. In queste mobilitazioni, alla presenza in Italia di cori in francese (“Tout le monde déteste la police!”, ovvero: tutti odiano la polizia) corrispondono quelli in italiano intonati in tutte le piazze francesi (“Siamo tutti antifascisti!”). Contrariamente a quanto dichiarato in questi giorni da rappresentanti istituzionali, partiti e sindacati di polizia, non soltanto le manifestazioni pacifiche ma anche quelle dirette contro i negozi o la polizia sono azioni collettive dotate di una loro politicità. Quando formulate in maniera organizzata, e quand’anche illegali, tanto la rivendicazione dell’accesso immediato a beni che sarebbero acquistabili regolarmente con un reddito più alto quanto l’ostilità alle forze dell’ordine costituiscono potenziali vettori politici di mobilitazione sociale.
Accanto a questi elementi se ne possono ipotizzare altri: la percezione di una discriminazione sistemica fondata su linee di frattura connesse al colore della pelle e alle procedure di accesso a diritti e cittadinanza; quella di una stigmatizzazione pubblica di gruppi linguistici, nazionali e religiosi (ai quali in molti casi, anche se non in tutti, si appartiene); le violenze di cui viene accusata la polizia; quella che viene giudicata come una reticenza sulla storia coloniale nella comunicazione pubblica, nella politica e negli istituti di formazione; la distruzione della Palestina ad opera di un alleato dell’Unione Europea.
Questi elementi, che sono presenti da anni nel linguaggio di molti studenti e adolescenti, non fanno pensare a soggettività mosse da una puntualmente teorizzata irrazionalità; né il fatto che delle persone si approprino “egoisticamente” di beni durante una rivolta ha mai significato, nella storia, che non coltivassero rappresentazioni del mondo e non agissero in ottemperanza a valori, magari in parte distanti da quelli di chi esprime la loro condanna.
Un ulteriore elemento che sta emergendo è il rapporto con i gruppi politici organizzati, che sembra cambiare. Nonostante la politicità di queste azioni collettive, esse appaiono almeno in parte organizzate in modo esterno rispetto ai circuiti strutturati tradizionali, ossia i collettivi autonomi, anarchici o similari, o gruppi organizzati del tifo sportivo. Non si deve interpretare questa circostanza necessariamente come espressione di una distanza politica o ostilità. Possono esistere molteplici forme di contatto, fino all’amicizia tra questi due mondi. Ciò che sembra trasparire è semmai una tendenziale autonomia organizzativa e dei codici di comunicazione e azione degli uni rispetto agli altri.
Tale autonomia può costituire una novità importante per l’Italia, dove la sinistra sociale radicale è sempre stata caratterizzata da un ceto politico frammentato ma ben presente e strutturato, puntualmente in grado di porre sotto il proprio controllo l’accesso a pratiche illegali di piazza, per lo più, anche se è poco noto, per disinnescarle. Benché i centri sociali siano considerati da gran parte dell’opinione pubblica e dalla destra come fucine di illegalità e violenza, la tendenza prevalente in essi, dalla metà degli anni Novanta, è stata quella di scongiurare sistematicamente lo scontro con gli apparati di sicurezza, per non parlare delle attività di danneggiamento urbano o saccheggio.
I disordini dello scorso gennaio a Torino dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna dimostrano che vi sono eccezioni, ma confermano anche la diversità – che non significa incompatibilità – tra quel tipo di rapporto con l’ordine pubblico e quello milanese degli ultimi giorni. Nel primo caso un “fronte” piuttosto compatto di manifestanti si contrappose alle forze dell’ordine con il difficile obiettivo di raggiungere un luogo politicamente connotato, secondo una logica di concentrazione simbolica a difesa di un’eredità politica. Nel secondo aggregazioni variabili non disdegnano il confronto con la polizia, ma lo associano a quella che sembrano comprendere come la riappropriazione contingente ma metodica di una ricchezza che sarebbe stata loro ingiustamente sottratta, lasciando prevalere una logica decentrata e una stratificazione delle rivendicazioni in parte implicita.
Questi caratteri ci riportano alla transnazionalità seminale ma decisiva di questi eventi. Quello appena descritto è il modo in cui i processi di mobilitazione francesi sono evoluti in questo secolo: frequente compresenza di manifestazioni pacifiche, resistenza collettiva alle forze dell’ordine e dispersione urbana di gruppi interessati ad eludere gli spostamenti tanto dei cortei quanto della polizia al fine di porre in essere comportamenti banditi dalla legge, e trattare tanto la distribuzione commerciale quanto una parte del decoro urbano come espressioni di una violenza sociale, coloniale e di classe percepita come infinitamente più grande e letale, sistematica e strutturale.
Ciò che mi ha colpito partecipando alle manifestazioni parigine di questi giorni è quanto poco i manifestanti che non hanno preso parte ai disordini sembrassero trovare urgente esprimere una condanna dei saccheggi dei supermercati. Ho visto folle di giovani (e meno) applaudire queste iniziative o ridere di esse, talvolta proferendo commenti sorprendenti. Una signora sulla sessantina ha detto: “La polizia picchia e mutila ragazzini in tutta la Francia, e ancora pensano di dare lezioni di diritti umani ad altri paesi. Io non dimentico cosa accadde qui il 17 ottobre del 1961” (centinaia di manifestanti pacifici per l’indipendenza dell’Algeria furono uccisi e gettati nella Senna).
I movimenti sono anche terreno di condensazione e trasmissione di memorie che le istituzioni pubbliche faticano a prendere adeguatamente in considerazione. Sul piano etico-politico emergono per questo da profonde faglie accumulate intorno alla comprensione di cosa e chi sia “morale”. Il fatto che governi che armano le istituzioni che stanno commettendo un genocidio in Palestina parlino di “violenza” appare spregevole o ridicolo a una parte consistente dell’opinione pubblica, soprattutto giovane e non soltanto di sinistra. Gaza ha a che fare con le proteste anche in questo senso, scavando un fossato nella percezione sociale della legittimità presso strati importanti delle popolazioni europee, non bianche ma anche bianche.
L’Italia è un paese diverso dalla Francia; ma le perturbazioni di Milano e la corrispondenza d’intenti con il movimento francese potrebbero annunciare mutamenti significativi per il nostro futuro.
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