Garlasco, Garofano tenuto fuori dalla villa e il mistero del cucchiaino testato dal Ris

Le carte del 2007 tornano al centro del caso Garlasco. Due richieste di Luciano Garofano, allora comandante del Ris di Parma, per entrare nella villetta dei Poggi, e due rifiuti della pm di Vigevano Rosa Muscio. In parallelo, un verbale firmato dal capitano Alberto Marino contraddice il ricordo che lo stesso ufficiale ha reso ai pm di Pavia sul campione di confronto di Chiara Poggi. Intanto la difesa di Alberto Stasi spinge per nuovi accertamenti e Andrea Sempio, a Porta a Porta, definisce «tirato per i capelli» il racconto dell’accusa.
Il 3 settembre 2007 Garofano scrisse a Muscio, titolare delle prime indagini sull’omicidio del 13 agosto, per partecipare alle operazioni tecniche in programma il 5 nella casa della famiglia. Precisò che dalla difesa di Stasi, già indagato, arrivava un «nulla osta». La richiesta fu reiterata l’8 settembre, in vista del sopralluogo del 12: stavolta chiedeva di esserci «in qualità di comandante del Reparto e di ufficiale di pg». Nel verbale del 5 settembre è scritto che Garofano «non ha effettuato alcun accesso» e ha lasciato le pertinenze verso le 13.30. Il 9 la pm rispose no: l’attività rientrava negli accertamenti tecnici irripetibili, aperti ai legali — allora Giovanni ed Eleonora Lucido — e ai loro consulenti. La difesa di Stasi aveva già manifestato la volontà di non consentire persone diverse da quelle nominate o autorizzate, riservandosi di far valere l’invalidità delle operazioni.
Sul fronte genetico il Tg1 pubblica un verbale del Ris di Parma del 4 settembre 2007, firmato anche da Marino, in cui si attesta il prelievo di sangue dalla salma come campione biologico di confronto. Anche il verbale del 7 parla di «tracce della vittima». Sentito il 10 settembre scorso dai magistrati di Pavia, Marino ha detto di non ricordare che quel campione fosse stato trasmesso e ha spiegato così l’uso del cucchiaino trovato in cucina: «Forse non ce lo hanno mandato», «non c’è un campione di confronto». I pm vogliono capire perché non sia stato usato il dato dell’autopsia. Sul cucchiaino risultarono 2,78 nanogrammi attribuiti al Dna di Chiara, identici anche nei decimali al reperto sui pedali della bici di Stasi. L’ipotesi allo studio è uno scambio di provette.
Alberto Stasi, Chiara Poggi e Andrea Sempio (Rainews.it)
La linea degli attuali difensori di Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, punta a smontare l’impianto che ha portato alla condanna definitiva a 16 anni, in vista di una nuova istanza di revisione. Nella memoria dell’agosto 2025 chiedono accertamenti sul dispenser del sapone nel bagno al piano terreno. Fino al 2017 la difesa riteneva che ci fossero solo due impronte, entrambe attribuite a Stasi. La relazione di Oscar Ghizzoni, dopo le foto e i rilievi chiesti al Ris, ha indicato molteplici contatti papillari sovrapposti, di cui solo due attribuiti all’ex fidanzato. Le altre, secondo il Ris, erano frammentarie e non utili al confronto, e non furono elencate. Per anni quell’elemento non pesò: le perizie avevano escluso sangue su sifone, lavandino, rubinetto e dispenser, dove c’era Dna commisto dei familiari. Poi divenne indizio: Stasi si sarebbe lavato, avrebbe ripulito il lavabo e riposizionato il dispenser pulito, lasciando le due impronte.
Stesso fascicolo, altra richiesta: la documentazione fotografica del test al luminol del 2007, comprese le componenti della Golf allora in uso a Stasi. Dai verbali del 10 e dell’11 settembre risultano saggiate le «pedanine poggia piedi» e la regione sottostante, non i «tappetini». L’esito fu negativo. La difesa, con i consulenti, starebbe passando ai raggi X anche l’auto definita «intonsa» e le suole prive di sangue, temi usati come indizi di colpevolezza.
Sul fronte di Sempio, indagato nella nuova inchiesta chiusa il 28 settembre, lunedì Liborio Cataliotti e Angela Taccia si riuniscono con i consulenti per decidere quante e quali memorie depositare entro il 18 ottobre. Sul tavolo le relazioni di Cristina Cattaneo e Biagio Eugenio Leone — intervallo fra le prime lesioni e la morte più verosimilmente di alcune decine di minuti, prudentemente non inferiore a 15-30 e plausibilmente fra 30 e 60 — e quella di Gianpaolo Iuliano e Nicola Caprioli sulla compatibilità di una scarpa Frau 42 con il piede di Sempio. A Porta a Porta l’indagato parla di «follia» per i quasi due anni di indagini, dice che la paura di essere vittima di un errore «assolutamente c’è» e giudica il racconto finale incapace di reggere: ossessione da video non visti, telefonata, porta aperta o scavalcamento in cortile in attesa dei gatti poi trovati in casa. «Aver fatto quadrare tanti elementi», conclude, «però il risultato finale non regge».
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