Tetto agli stranieri, perché non fare il contrario? A classe più complessa, più risorse e ore di italiano
Dopo anni passati a discutere di programmi, riforme, valutazioni, competenze e mille emergenze irrisolte, la politica sembra aver trovato una nuova frontiera del governo dell’istruzione: stabilire quanti alunni stranieri possano stare nella stessa classe.
Il problema esiste, naturalmente. Negarlo sarebbe sciocco. Una classe nella quale siano concentrati molti ragazzi appena arrivati in Italia, che non conoscono la lingua e hanno bisogno di un percorso di alfabetizzazione, può diventare estremamente difficile da gestire. Gli insegnanti lo sanno bene. Le famiglie lo vedono. Gli stessi studenti lo vivono sulla propria pelle.
Ma proprio perché il problema è reale, meriterebbe una risposta diversa.
E invece eccoci ancora una volta davanti alla tentazione della soluzione amministrativa: fissare un numero e dichiarare che il problema è stato affrontato.
Purtroppo non è così.
La scuola non è un parcheggio nel quale distribuire persone affinché nessun posto superi una determinata capienza. Una classe è una comunità educativa. Se aumentano le difficoltà linguistiche, sociali o educative, devono aumentare anche le risorse disponibili per affrontarle. Altrimenti il messaggio è desolante: invece di chiederci come rendere la scuola capace di gestire la complessità, ci chiediamo come distribuire la complessità lontano da noi.
Il punto non è impedire qualsiasi criterio di distribuzione. Se una concentrazione eccessiva crea effettivamente problemi didattici, la distribuzione equilibrata degli studenti può essere uno degli strumenti. Ma non può esaurire tutti gli interventi necessari.
Perché mentre ci accapigliamo sul tetto agli stranieri, rimangono sul tavolo questioni enormemente più pesanti: edifici da sistemare, classi sovraffollate, personale insufficiente, precarietà, sostegno che non sempre riesce a rispondere ai bisogni, dispersione scolastica, divari territoriali, povertà educativa, carenza di orientamento e insegnanti ai quali si chiede sempre di più senza costruire intorno a loro un sistema adeguato. Questi problemi, però, hanno un difetto politico: non producono slogan facili. Richiedono soldi, programmazione, personale ed assunzione di responsabilità. È molto più semplice annunciare una soglia.
E allora perché non fare l’esatto contrario? La proposta potrebbe essere un indice nazionale di complessità delle classi, costruito su dati concreti: studenti neoarrivati, competenza linguistica, bisogni educativi, condizioni socioeconomiche e altri fattori che incidono realmente sul lavoro didattico. Ad ogni livello di complessità dovrebbero corrispondere automaticamente risorse: più ore di italiano per gli studenti non italofoni, docenti aggiuntivi, mediatori linguistici, formazione specifica e sostegno organizzativo alle scuole.
E se una classe raggiunge una soglia di complessità troppo elevata, si interviene sulla composizione delle classi. Ma senza trasformare la cittadinanza nel criterio dominante.
Questa sarebbe, a mio avviso, una politica scolastica seria, che dimostra attenzione alle esigenze del mondo scolastico. Perché il vero interrogativo non dovrebbe essere: “Quanti stranieri possiamo mettere in una classe?”. Dovrebbe essere: “Quanto siamo disposti a investire perché quella classe possa funzionare?”. La differenza non è semantica. È politica.
Una scuola forte non è quella che nasconde la complessità distribuendola meglio. È quella che ha gli strumenti per governarla. E forse il problema più serio non è che nelle nostre classi ci siano troppi stranieri. Perché una scuola forte non è quella che conta i bambini immigrati per decidere dove metterli, bensì quella che sa trasformare la diversità in una responsabilità educativa, senza lasciare soli né gli studenti né gli insegnanti.
Non è certo il numero degli stranieri in classe a misurare la qualità della scuola, ma il numero delle opportunità che quella scuola riesce a dare a ciascuno. E se la politica pensa di risolvere la crisi della scuola contando gli alunni stranieri, forse dovrebbe prima contare i docenti che mancano, le aule che cadono a pezzi, gli edifici scolastici non sicuri e gli studenti che abbandonano gli studi. Quelli sì che sono numeri sui quali sarebbe ora di rendere conto.
Perché una scuola che divide non risolve i problemi. Una scuola che ha le risorse per affrontarli, invece, può ancora cambiare il destino di una generazione.
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