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Sunday, November 8, 2026

Giglia Marra: "Avevo bisogno di stare da sola". L'intervista su The Nameless Ballad

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Giglia Marra è Imma Rubino, il fantasma al centro di The Nameless Ballad, l’horror di Federico Zampaglione ora al cinema con Filmclub Distribuzione. In questa intervista l’attrice racconta la preparazione estrema per il ruolo: il pianoforte, le lenti bianche, l’isolamento dal mondo e un dolore personale messo al servizio del personaggio. E poi la ribellione per diventare attrice, i consigli a chi sogna questo mestiere, l’horror come specchio deformato della realtà e il ricordo commosso di Federico Frusciante

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«I want to be alone»

Greta Garbo in Grand Hotel, Edmund Goulding, 1932

Giglia Marra e il paradosso dell'attore

Denis Diderot non aveva dubbi: il grande attore non prova nulla. Nel Paradosso sull'attore, scritto negli anni Settanta del Settecento e pubblicato postumo nel 1830, il filosofo sosteneva che le lacrime vere, in scena, sono il marchio dei mediocri, e che l'interprete sublime osserva, calcola e restituisce le passioni con la freddezza di un orologiaio ginevrino. Più di un secolo dopo Konstantin Stanislavskij avrebbe esplorato anche la strada della memoria emotiva, cercando nei ricordi dell'interprete una via d'accesso al personaggio. Il procedimento che racconta Giglia Marra sembra uscito da quella stagione. Per dare corpo e anima a Imma Rubino, la presenza che infesta The Nameless Ballad di Federico Zampaglione, ha frugato nel suo passato fino a toccare la ferita più profonda. E poi si è isolata, lontana da tutto, come la tastiera del pianoforte che troneggia nel film, serrata a chiave da anni.

Sicché l'epigrafe non è scelta a caso. «Voglio stare sola», sospirava la Garbo nei panni della ballerina Grusinskaya, e la Divina è da sempre uno dei miti di Giglia Marra. Ma ci torneremo. Intanto, i fatti. Il film, scritto da Zampaglione con Barbara Baraldi (curatrice di Dylan Dog, dunque esperta di incubi per contratto) e presentato in anteprima mondiale al FrightFest di Londra, è in sala dal 5 novembre con Filmclub Distribuzione. Jamie Ward è Sam Gallo, giovane cantautore paralizzato dall'ansia del secondo album, che in una villa isolata della campagna laziale dissotterra il diario di Imma, aspirante musicista costretta dalla famiglia a rinunciare al pianoforte. Per l'attrice nata a Mottola, formata all'Accademia di Beatrice Bracco e vista in tv in Squadra antimafia e Le indagini di Lolita Lobosco, è il secondo incontro con il cinema di Zampaglione dopo Morrison (2021). E certamente il più estremo.

Imma Rubino, un'anima dannata: «Di lei ho sentito vicino il dolore»

Qual è la prima cosa di Imma che hai sentito vicina a te?

«Sicuramente il dolore. Il dolore di non poter seguire una passione che la divorava, questa ossessione per il pianoforte. Ha dovuto metterla da parte per dedicarsi alla famiglia, e questo mi ha colpito tantissimo. E poi, come attrice, la possibilità di lavorare su un personaggio reale ma anche su un'anima dannata. Perché alla fine Imma è un'anima dannata.»

Hai studiato il pianoforte e hai perso peso. Che cosa ti ha messo più alla prova?

«Imparare le prime note della ballata mi ha portato via molto tempo. Ma la cosa più difficile è stata mettermi in contatto con il dolore del personaggio, e anche con il mio. Questo ruolo mi ha permesso di entrare in quella dark side che tutti quanti abbiamo. È stato complicato, ma molto affascinante.»

Hai attinto ai tuoi ricordi, alla tua esperienza?

«Sì, assolutamente. Il mio personaggio vive un forte dolore, una perdita. E io quella perdita ho dovuto sostituirla con la morte di mio fratello, che era piccolo. Una perdita familiare molto vicina.»

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©Webphoto

Isolamento, lenti bianche e mano fasciata: il set di The Nameless Ballad

Rispetto a Morrison, che cosa è cambiato sul set?

«Su Morrison ero molto più tranquilla, interpretavo un personaggio ordinario. Qui invece Federico mi ha messo veramente sotto pressione, e questo mi ha portato a isolarmi da tutto, dagli amici e anche un po' dalla famiglia, perché avevo bisogno di stare da sola. Studiavo soprattutto di notte, perché mi serviva il mio silenzio. Anche sul set nessuno mi rivolgeva la parola, mi temevano. Rivedendo le foto del backstage ho notato i ragazzi della troupe che mi guardavano con la coda dell'occhio. E in molte scene portavo lenti a contatto bianche: non vedevo nulla, solo fumo.»

Immagino che tutto questo abbia condizionato l'interpretazione.

«Mi ha portato in un altro mondo. Vestita così, magra, con una mano fasciata che, a tenerla chiusa per ore, mi dava i crampi. È stata dura fisicamente, ma anche mentalmente. Poi, finite le mie pose, sono tornata alla vita reale. Però in quel periodo non ero molto piacevole da incontrare.»

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Giglia Marra e Federico Zampaglione - ©IPA/Fotogramma

Da Mozart a Marilyn Manson, andata e ritorno

Gian Maria Volonté, sul set, sapeva costruire distanze reali per rendere più vera l'interpretazione. Ma dare carnalità e presenza a un fantasma è ancora più difficile.

«Sì, e ti dico la verità: mi ha aiutato molto la musica di Marilyn Manson. Mentre mi truccavano avevo sempre le cuffie con la mia musica. Passavo da Mozart a Marilyn Manson in un secondo.»

Il cortocircuito è meno bizzarro di quanto sembri. Mozart morì nel dicembre del 1791 lasciando incompiuto il suo Requiem, commissionato in forma anonima per conto del conte Franz von Walsegg, che intendeva attribuirsi il lavoro. Secondo una celebre tradizione biografica, il compositore si sarebbe convinto di scrivere la messa funebre per sé stesso. Un'immagine che sembra già appartenere al film: una partitura senza firma che reclama la vita di chi la suona. Vi ricorda qualcosa? Quanto all'altro, il reverendo dello shock rock ha costruito il proprio nome cucendo insieme Marilyn Monroe e Charles Manson, la diva e il mostro, la bellezza e l'orrore. Nomen omen. Tra il salisburghese e l'americano, Imma Rubino ha trovato la sua frequenza: un pentagramma classico attraversato da una chitarra distorta.

©Webphoto

Jamie Ward e la nebbia di Villa Pacieri

Com'è stato lavorare con Jamie Ward?

«Mamma mia! Jamie è un attore straordinario. È anche un cantante e un musicista: nel film canta e suona davvero lui. Era tosto, perché anche lui non dava confidenza ed era sotto pressione tantissimo. Non abbiamo parlato molto di noi, eravamo concentrati ciascuno sul proprio lavoro, ma è stato bellissimo lavorare con lui. Un attore pazzesco.»

Avete girato a Villa Pacieri, a Fara in Sabina. Si racconta spesso di presenze in luoghi come questo: è successo qualcosa di curioso durante le riprese?

«L'atmosfera mi ha aiutato tantissimo. Era una villa isolata, con dei sotterranei che facevano paura. Faceva molto freddo e la sera arrivava sempre questa nebbiolina. Diciamo che tutti quanti eravamo un po' terrorizzati dalle presenze. Non era un set come gli altri. C'erano anche due bambini e un cane, e devo dire che è andato tutto benissimo.»

La ribelle di Mottola: «Non ho rinunciato»

Imma è costretta a rinunciare a ciò che ama. Tu hai dovuto fare delle rinunce per diventare attrice?

«Io, a differenza del mio personaggio, mi sono ribellata. Vengo da un paesino della Puglia e i miei genitori volevano per me una vita più rassicurante: il medico, l'avvocato. L'attrice è stata un po' uno shock. Già il liceo artistico lo era stato per mio padre, che voleva lo scientifico. A diciotto anni sono andata a Roma a studiare all'università, mi sono laureata in cinema, ho studiato recitazione e ho cominciato il mio percorso. All'inizio i miei non erano d'accordo, ma io non ho rinunciato.»

Quindi hai sempre voluto fare l'attrice?

«Sì, era la mia ossessione.»

La stessa parola usata per Imma e il suo pianoforte. Con una differenza sostanziale: Giglia Marra quella porta l'ha sfondata. Del resto la Puglia conosce bene il legame tra musica e possessione: Ernesto de Martino, in La terra del rimorso (1961), lo ha raccontato attraverso le tarantate del Salento, per le quali musica e danza erano al centro di un rituale di cura. Imma Rubino, a ben vedere, è una loro lontana parente.

C'era un'attrice che ammiravi, un modello?

«Sono sempre stata affascinata da Greta Garbo, da Monica Vitti, da Anna Magnani, da Giulietta Masina. I miei miti sono quelli.»

Un pantheon che è già un programma. La Garbo che vuole stare sola, la Vitti a cui in Deserto rosso fanno male i capelli, la Magnani che corre dietro al camion in Roma città aperta, la Masina che suona la tromba in La strada. Quattro modi di abitare il dolore senza chiedere il permesso a nessuno.

I consigli a chi vuole fare l'attrice: «Fate la gavetta»

Che cosa consiglieresti a una ragazza che vuole intraprendere questo mestiere? Che cosa fare e che cosa evitare?

«Assolutamente la gavetta. Fare tanto teatro, fare cortometraggi, fare anche cose che all'inizio magari non sono pagate. Purtroppo ci sono colleghi che la gavetta non l'hanno fatta: arrivano alla fiction, al film di successo, e poi perdono le staffe. Se invece metti i piedi ben saldi e hai un bel curriculum, secondo me riesci a tenere meglio le redini.»

L'horror, specchio deformato della realtà

L'horror è oggi il genere più adatto a raccontare una realtà che spesso fa più paura della finzione?

«Sì. Per me è più scioccante accendere la televisione, guardare un telegiornale o leggere i quotidiani, con tutte queste notizie orribili. La realtà supera la finzione. L'horror è uno specchio deformato in cui attingiamo alle nostre paure e alle nostre fantasie. E poi dico sempre che la truccatrice di un set horror è un'artigiana di altissimo livello: io passavo tantissime ore al trucco.»

Il cinema italiano sta riscoprendo effetti materici, fatti a mano. Una qualità che lo spettatore percepisce.

«Sì, ho visto gente davvero appassionata dedicarsi agli effetti speciali fatti con le mani. La truccatrice passava ore a verificare che ogni singolo capillare fosse al punto giusto, con un'attenzione maniacale.»

Viene in mente Kwaidan (1964) di Masaki Kobayashi, Premio speciale della giuria a Cannes, girato quasi interamente su scenografie costruite in studio, tra immensi fondali dipinti a mano e spettri dal volto di porcellana. Nel primo episodio, I capelli neri, un samurai abbandona la moglie per inseguire ricchezza e prestigio, e quando torna a cercarla trova soltanto il fantasma di ciò che ha sacrificato. Lo stesso artigianato della paura, la stessa lezione: l'ambizione presenta sempre il conto, e gli spettri passano a riscuoterlo. Possibilmente di notte.

Il ricordo di Federico Frusciante

Il film si chiude con una dedica a Federico Frusciante. Lo conoscevi?

«Sì, l'ho conosciuto. Siamo stati a cena insieme, siamo stati al FIPILI Horror Festival di Livorno, e quando quest'anno siamo tornati è stato bruttissimo: mi sembrava di vederlo a ogni angolo. Abbiamo pianto tutto il tempo, io, Federico, i ragazzi, perché è una figura che ci manca tantissimo e che ha lasciato davvero il segno. Con sua sorella è nata un'amicizia: mi scrive quasi tutti i giorni, è molto contenta del nostro film e ci segue.»

E Imma? Ti è rimasta dentro?

«Ogni tanto mi viene qualche flash. Mi manca, e ogni tanto la intravedo.»

Ansia da secondo album, progetti top secret e scaramanzia

Il protagonista è paralizzato dalle aspettative sul secondo album. Tu senti il peso dell'attesa tra un ruolo e l'altro?

«Cerco di gestirla, perché l'ansia fa brutti scherzi. Ogni tanto le aspettative ci sono, ma cerco sempre di volare basso.»

Puoi anticiparci qualcosa dei prossimi progetti?

«È tutto top secret, per scaramanzia e per mistero.»

Sei superstiziosa?

«Molto.»

E allora niente nomi, niente titoli, niente date. Tant'è che il cerchio si chiude e torniamo a Diderot. Forse il filosofo aveva ragione a metà: il distacco arriva, ma soltanto dopo, quando le pose sono finite e la vita reale si riprende il suo spazio. Prima, sul set, c'è il dolore vero, quello che non si recita. E qualcosa, inevitabilmente, resta impigliato. Nel finale di La strada di Fellini, Zampanò sente una donna canticchiare la melodia che suonava Gelsomina, e capisce che lei non c'è più. Le ballate senza nome funzionano così: sopravvivono a chi le ha suonate. Imma, confessa la sua interprete, ogni tanto si lascia ancora intravedere. Del resto, i fantasmi che abbiamo amato non chiedono il permesso per tornare

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Se fosse un cocktail: la Lente Bianca

Se Giglia Marra in The Nameless Ballad fosse un cocktail, sarebbe una Lente Bianca. Base di gin secco, sciroppo di mandorla pugliese in onore della ragazza partita da Mottola a diciotto anni contro il parere di papà, succo di limone fresco e un albume, shakerati a lungo prima con il ghiaccio e poi senza (il cosiddetto reverse dry shake, per chi ama le liturgie da bancone), fino a ottenere una schiuma candida e opaca come le lenti a contatto che sul set le lasciavano vedere solo fumo. Si serve in una coppa ghiacciata e si completa con uno spruzzo di mezcal sulla superficie, a evocare la nebbiolina che ogni sera avvolgeva Villa Pacieri. Nessuna guarnizione: un fantasma non ha bisogno di ornamenti. Da bere in solitudine, con le cuffie, passando da Mozart a Marilyn Manson in un sorso. I want to be alone, appunto. Almeno fino al secondo giro.

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