“Il ghiacciaio del Monte Bianco è uno spettacolo eccezionale e vederlo sempre più piccolo è un segno del grande cambiamento climatico. Dobbiamo dare un mano alle nuove generazioni”: così Stefano Accorsi
Attori, scienziati, istituzioni e cittadini chiamati a confrontarsi sui grandi cambiamenti del nostro tempo, dal clima alla tecnologia fino al futuro delle città. È questo lo spirito di Planetaria Festival, la manifestazione diretta artisticamente da Stefano Accorsi e arrivata alla terza edizione all’Arena del Sole di Bologna, nata con l’idea di mettere in dialogo arte e scienza e affrontare le trasformazioni ambientali e sociali.
In un’intervista a Vanity Fair, l’attore racconta il suo rapporto con la montagna e con l’“eco-ansia”, ma riflette anche sul peso che rischiamo di lasciare alle nuove generazioni, sulla tecnologia, sulle città e su un bisogno che considera sempre più urgente: tornare a costruire comunità.
“Io sono un grande amante della natura e della montagna. Ci vado spesso d’estate, mi piace molto camminare. La montagna è uno spettacolo che mi regala delle emozioni difficili da definire: il ghiacciaio del Monte Bianco è uno spettacolo eccezionale e vederlo sempre più piccolo, sempre più ridotto, è un segno tangibile del grande cambiamento climatico che stiamo attraversando”. È da qui, racconta Accorsi, che nasce anche la scelta di diventare direttore artistico di una manifestazione come Planetaria. “Tutto è partito da qui e da riflessioni fatte dopo aver letto alcuni studi secondo i quali comunicare i grandi cambiamenti, soprattutto quello climatico, è molto complesso”.
L’obiettivo, spiega, è quello di “unire arte e scienza” e trovare “idee e stimoli per il futuro”. Perché sì, “la famosa eco-ansia certamente esiste, anch’io ce l’ho”, ammette Accorsi. Ma rifiuta l’idea di scaricare tutto sulle generazioni più giovani: “Non credo nella retorica del ‘lo faccio per i miei figli’ oppure ‘le nuove generazioni faranno meglio di noi’. Non ci credo da un lato perché dobbiamo farlo insieme e spetta anche a noi agire, dall’altro per non caricare di responsabilità una generazione che già si trova davanti uno scenario futuro non così roseo. Almeno diamogli una mano. Cominciamo noi, proviamoci”.
Da qui il discorso si allarga alla città ideale e alla qualità della vita quotidiana. “Io vivo a Milano. Pochi giorni fa, quando sono ripartite tutte le attività, dovevo accompagnare mio figlio in un posto e ho sentito l’ansia addosso. Lo percepisci, il contesto nel quale vivi ti trasmette queste cose”. E centrale diventa anche il tema della socialità: “Lo dice la scienza che la socialità è una grande cura per la mente e per il corpo. C’è un documentario che si chiama Zone blu: sono le zone di grande longevità e qualità della vita e sono quelle dove le persone fanno movimento, mangiano cibi semplici, frequentano altre persone, chiacchierano, ridono, scherzano. Il benessere mentale, psicologico ed emotivo aiuta tantissimo, e anche il verde, anche il posto in cui viviamo…”.
Accorsi guarda con curiosità anche al ruolo dell’intelligenza artificiale. “Io non credo a questa demonizzazione dell’intelligenza artificiale. L’uso che se ne fa è un plus, spesso aggiunge. La componente umana sarà difficilmente sostituibile. Se ancora i teatri sono pieni e questa forma di narrazione, la più antica del mondo, resiste, un motivo ci sarà”.
Infine, il tema della longevità. Che per l’attore non significa “né essere Dorian Gray, né cercare solo di sopravvivere e continuare a respirare”. “Io credo che la longevità, la qualità della longevità oggi sia un tema molto importante in una società che diventa sempre più vecchia. Anche quell’età più avanzata deve poter diventare una risorsa e si deve poter ricreare quello che c’era molto di più in passato: il confronto e la convivenza fra le varie generazioni, lo scambio di esperienze, l’ascolto reciproco. È un bisogno che abbiamo e va coltivato”.
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