Bufera sulla portavoce della Casa Bianca, Zacharia già traballa
La nuova portavoce di Donald Trump potrebbe presto entrare a far parte del "club delle prime mogli", il folto gruppo di donne silurate dal presidente americano da ruoli di prestigio nell'amministrazione. Katie Zacharia è appena arrivata alla Casa Bianca ed è già stata travolta da una bufera: presentata dal tycoon come avvocata secondo i media americani, tra cui il Wall Street Journal, non solo non avrebbe mai esercitato ma non ha neanche mai passato l'esame.
La stessa ex opinionista conservatrice è sembrata in difficoltà di fronte ad una domanda sulla sua carriera dopo il primo briefing nella James Brady Room. Quando le è stato chiesto in quale Stato avesse superato l'esame di abilitazione, infatti ha risposto: "Quando mi sono trasferita in Cina".
Un'affermazione che ha suscitato la perplessità dei giornalisti presenti. La donna ha poi precisato al New York Times di aver frainteso la domanda a causa del rumore dell'elicottero Marine One e di aver creduto che le fosse stato chiesto: "Dove si trovava dopo la facoltà di giurisprudenza?". In passato e nel suo curriculum Zacharia ha dichiarato di aver esercitato in California "la professione di avvocato specializzato in diritto commerciale internazionale, con tutte le qualifiche necessarie".
Ma il Campaign for Accountability ha presentato una denuncia all'Ordine degli avvocati dello Stato accusando la donna di non avere la licenza. "Definirsi avvocato senza licenza non è un'esagerazione è un reato", ha dichiarato Michelle Kuppersmith, direttrice esecutiva del gruppo, in un comunicato. Per ora, la Casa Bianca continua a difendere la portavoce. Il direttore delle comunicazioni, Steven Cheung, ha sottolineato che è "qualificata e brillante e può contribuire a informare il popolo americano". Ma nonostante le rassicurazioni dell'amministrazione, la sua posizione potrebbe essere in bilico.
D'altronde sarebbe soltanto l'ultima di una lunga serie di donne in ruoli di prestigio che Trump ha fatto fuori. In primavera, nel giro di appena tre mesi, quattro degli otto membri femminili dell'amministrazione si sono dimesse o sono state licenziate. Dall'attorney general Pam Bondi, capro espiatorio della cattiva gestione dello scandalo Jeffrey Epstein, alla segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem, rimasta schiacciata dalla sua stessa stretta sull'immigrazione. Dalla segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer alla direttrice dell'intelligence nazionale Tulsi Gabbard. Fino alla più recente, l'ambasciatrice in Grecia Kimberly Guilfoyle.
E perfino la fidatissima chief of staff, Susie Wiles, sarebbe in bilico. Un tempo elogiata come "regina di ghiaccio" per averlo guidato alla riconquista della Casa Bianca, la stretta collaboratrice del presidente secondo Politico ha "bruciato i ponti con troppe persone" al punto che Trump avrebbe cominciato a telefonare ad amici e alleati per chiedere se non sia arrivato il momento di metterla alla porta. Il presidente avrebbe già fatto circolare diversi nomi di possibili successori: si parla di una promozione del suo vice Stephen Miller o di una chiamata di Randy Levine, dal 2000 presidente della squadra degli Yankees. Tutti uomini, come quelli che hanno sostituito le altre donne silurate dal tycoon.
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