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Monday, September 28, 2026

Chi saranno gli stilisti di domani? Siamo andati a cercarli alla Milano Fashion Week tra accademie, Fashion Hub e un’industria in cui emergere è sempre più difficile

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Durante le giornate della Milano Fashion Week, l’attenzione della stampa internazionale e dei buyer si concentra quasi per intero sui grandi marchi storici, chiamati a confermare bilanci e aspettative consolidate in decenni di presenza sul mercato. Eppure, il calendario ufficiale e gli spazi dedicati allo scouting, a partire dal Fashion Hub di Camera Nazionale della Moda Italiana, offrono una prospettiva diversa: quella di chi si affaccia per la prima volta alla produzione fisica di una collezione.

Assistere ai défilé delle accademie milanesi significa osservare il passaggio cruciale dal disegno tecnico e dal manichino alla tridimensionalità dell’abito indossato, in una cerniera tra formazione e industria scandita da prove di fitting, selezione dei materiali e styling. In questo spazio si sono mosse due istituzioni con metodologie differenti: da un lato l’Istituto Europeo di Design con The Process, che ha adottato la formula dei junction looks unendo in una singola silhouette capi realizzati da studenti diversi per testare la coerenza visiva tra linguaggi eterogenei; dall’altro l’Istituto Marangoni con lo show Dysflexion, che ha scelto capsule collection individuali chiamando ciascun designer a declinare il tema della trasformazione dell’identità attraverso volumi e strutture personali.

Il contesto in cui questi giovani si inseriscono è tuttavia tra i più complessi dell’ultimo decennio. Le rette delle scuole di moda richiedono sacrifici economici ingenti alle famiglie e agli studenti, che investono cifre considerevoli con l’obiettivo primario di farsi notare dai cacciatori di teste, dagli uffici stile dei grandi gruppi e dai media per aprire spiragli sul proprio futuro. Oggi, però, il sistema attraversa una fase di evidente contrazione: il rallentamento della domanda globale di beni di lusso, la crisi della filiera produttiva tra cassa integrazione e chiusure di laboratori terzisti, unita ai costi proibitivi di campionari, tessuti, uffici stampa e showroom, rendono la sopravvivenza di un marchio indipendente un’operazione finanziariamente quasi proibitiva. Il ricambio generazionale ai vertici creativi è un processo in atto, tuttavia, la distanza tra l’uscita dall’accademia e l’approdo a una direzione creativa resta un percorso a ostacoli. Nel panorama milanese c’è chi lavora con costanza da tempo per consolidare la propria voce sul territorio, come Marcello Pipitone con la sua ricerca legata all’upcycling e alla cultura urbana, e chi è riuscito a compiere il salto e affermarsi a livello internazionale, come Galib Gassanoff con il progetto Institution.

In un calendario compresso tra decine di appuntamenti quotidiani e spostamenti continui da un capo all’altro della città, per gli addetti ai lavori riservare spazio e attenzione al lavoro di questi designer richiede una scelta deliberata. Abbiamo deciso di compierla: qui di seguito vi raccontiamo chi, per rigore costruttivo e visione progettuale, merita davvero di essere seguito.

Alla Marangoni la moda si fa fluida

Il 21 settembre, alle porte della MFW, inaugurano in un certo senso la settimana della moda milanese i dieci migliori studenti del terzo anno del corso di Fashion Design & Accessories di Istituto Marangoni, protagonisti di “Dysflexion”, tenuto a Palazzo Turati. La cornice di riferimento è quella del fluido continuo divenire dell’identità, che oggi ha sempre meno punti saldi e perciò si trova a cambiare costantemente, a non rimanere mai uguale a sé stessa, sfuggente e mai pienamente comprensibile. Forse proprio in questo scarto tra mutamento e intellegibilità si cela il fascino del tema dello show. È in questo spazio di possibilità, trasformazione e costante ricerca di nuovi equilibri e contrapposizioni che prendono senso le creazioni degli studenti, che hanno portato alla luce questi aspetti, ognuno seguendo la propria voce interiore e creativa.

In un mondo sempre più sfuggente e “liquido” – come lo definì Bauman- in cui la Generazione Z è da sempre immersa e con cui ha perciò imparato a convivere suo malgrado, è stato stimolante poter vedere come dieci giovani menti creative hanno dato la propria interpretazione del cambiamento, studiando, sperimentando e divertendosi durante la preparazione delle proprie collezioni. Cresciuti in un periodo storico che priva di certezze stabili, di identità fisse, di confini netti, primo fra tutti quello tra reale e virtuale, questi dieci designer hanno abbracciato la fluidità contemporanea, incanalandola in un linguaggio creativo. Riflessione del mondo esterno e di come si reagisce ad esso è il lavoro di Benedetta Battaglia in “Nature’s Half Life”, dove al trauma segue la trasformazione, qui incanalato nella metafora della natura che rinasce, esemplificata nel lavoro artigianale come negli accessori ispirati a fiori reinterpretati in chiave radioattiva, dai colori forti.

Una rigenerazione che porta una nuova bellezza, fatta di bordi irregolari, volumi drammatici. Abbiamo poi silhouette che giocano con l’ambiguità di genere come nella collezione “What’s Hidden Behind a Pleat” di Alessandro Ponasi, che decostruisce il classico completo maschile per rivelare più di quanto è normalmente concesso. Più in generale dominano geometrie insolite, asimmetrie, volumetrie che sfondano gli abiti e diventano altro, oltre le forme naturali del corpo, come l’impiego di origami in “Le Paradis Surréaliste” di Ziming Quan, o il trench coat che attinge dallo spirito architettonico di Zaha Hadid in “L’Appuntamento” di Gongyi Guo. La vincitrice dell’edizione Sara Madella, con “Fare e Disfare” si appropria del ready-made e del lavoro dei fratelli Castiglioni rendendo malleabile e decostruito l’abito, una costruzione di tagli e pieghe che continua ad evolversi. Anche i materiali assumono un ruolo in Dysflexion, venendo accostati in modo da sottolineare un contrasto più o meno netto: fibre leggere con materiali rigidi, lavorazioni eleganti e tessuti tecnici, tutto ciò concorre a una tensione palpabile.

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Sara Madella_Fare e disfare_69A1919

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Alessandro Bonasi_What's hidden behind a pleat_69A2168

IED, la coralità creativa

Il 25 settembre è stato il turno di “The Process”, il fashion show di IED alla Rotonda della Besana dove hanno sfilato le creazioni di 14 giovani talenti: Amina Aubakirova, Camilla Barazzetta, Keyra Cannas, Giulio Censori, Costanza Barbieri, Greta Ciabrelli, Mattia Ginexi, Corinne Librizzi, Nicoletta Marazia, Michelle Paglione, Alessandro Paolucci, Andrea Spinelli, Zeminghui Zhu e Maria Zybaczynski. I designer si sono misurati in 13 collezioni, dove lo sforzo collettivo sembra la risposta ai rischi che le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale portano con l’accelerazione nella produzione di immagini. È più importante il risultato o il processo che accompagna la creazione? Il valore della ricerca, dell’artigianato, del tempo che si impiega risultano così temi di rilievo che ritroviamo nei look. L’idea di combinare i capi dei diversi designer mette in discussione il modo classico di concepire una sfilata, che diventa uno spazio di connessione tra i mondi creativi, senza perdere l’individualità. Riflette lo spirito di una generazione di ragazzi che sta capendo che c’è forza, stimolo e bellezza nel confronto e nella condivisione di idee e creatività. Si fa e si pensa assieme, e i risultati si raccolgono assieme. In questa natura di progressione del lavoro si incanalano ognuno a modo proprio le collezioni, come “Undoing” di Keyra Cannas, che con i volumi oversize e i tessuti morbidi dà il via a un flusso continuo tra emersione e cancellazione nelle silhouette, come un disegno che viene cancellato per fare posto a un altro tentativo. “A Metabolic Method”, realizzata a quattro mani da Costanza Barbieri e Giulio Censori, adopera elementi modulari che si combinano e riconfigurano a piacimento, resi più distinti dalle linee pulite. Sicuramente una delle collezioni che più ha destato stupore è stata “Maledetto Destino, Il Tuo Volto Non Parla Di Bontà” di Zhu Zeminghui, che tratta il corpo come un linguaggio visuale, portando personaggi più avatar di un videogioco che soggetti da sfilata: un modello aveva due teste di cane in cartone a simulare un Cerbero, mentre un’altra modella portava in mano una torta a tre strati, rallentata nei movimenti anche da un abito smanicato dalla struttura rigida, quasi a simulare un pacchetto regalo.

Il Fashion Hub apre le porte a tutti per scoprire le promesse italiane

Oltre alle sfilate, gli spazi del Fashion Hub a Palazzo Morando sono un appuntamento aperto al pubblico che dà l’opportunità di guardare da vicino la nuova generazione di creativi. In particolare, la mostra Future Threads: Italy’s New Wave, curata da Sara Sozzani Maino, offre uno spotlight per sei brand selezionati per il loro spirito innovativo. Si tratta di Act N˚1, Pecora Nera, Florania, Marcello Pipitone, Materia e Simon Cracker.

Act N˚1 è un progetto che ha nello spirito l’amore per l’artigianalità e la sperimentazione, andando a prendere anche dalle radici cinesi di Luca Lin, fondatore del brand. È così che suggestioni come una camicia in seta stampata con il motivo Smoking Woman, ispirato alla cinematografia cinese, si accompagnano a trovate come un blazer drappeggiato e ricamato con oltre 10.000 bottoni recuperati. Una costante ricerca per la sorpresa, ma anche per la sostenibilità. Pecora Nera rende il paesaggio dell’Italia Centrale indossabile, intrecciando la natura con le tradizioni visuali e culturali del territorio. La natura emerge sia nei motivi sia in elementi inusuali come fiori essiccati pressati assieme a filati di carta lavorati. A dare una precisa collocazione vi è una convivenza di motivi araldi, vegetali e architettonici sulla superficie degli abiti, assorbiti da frammenti di letteratura e memoria collettiva e rielaborati nella progettualità della collezione. Florania è un sogno in cui l’innovazione coesiste con la sostenibilità e la logica dell’upcycling, con una buona dose di ottimismo. Il riuso di maglie, pizzi e pelli viene celebrato nella sua trasformazione, lasciando uno spirito decostruito visibile in trame aperte, orli a taglio vivo, patchwork, intrecci e spazi vuoti.

Marcello Pipitone riflette lo spirito urban del suo fondatore a cui unisce un gusto per la sartoria sperimentale, attraverso una pratica di upcycling radicale. La volontà di dare nuova vita attraverso lavorazioni come la termosaldatura si riflette in tutta la collezione. Bomber imbottiti, giacca antipioggia, t-shirt con grafiche, l’offerta di sportswear non è banale, ma attinge a suggestioni vintage anni Novanta. Materia riconsidera invece ciò che nella moda significa inclusivo, e lo traduce in una collezione che mette al servizio dell’accessibilità il design e la tecnologia. Sono capi ready-to-wear tecnici, ma ripensati nella loro vestibilità. Etichette in Braille, calzature adattive, chiusure magnetiche, anche una zip frontale a tutta lunghezza, sono dimostrazioni che l’innovazione può portare a rendere il lusso più funzionale, vicino all’umanità nel suo complesso, senza lasciare indietro nessuno. Simon Cracker si chiede in questa collezione cos’accadrebbe se si fondessero mobili, tessuti d’arredo e oggetti dimenticati all’alta sartoria. La risposta è un’esplorazione che sfida i limiti tra design e sartoria. Ogni look ha qualcosa di estremamente famigliare; un divano in damasco che diventa cappotto, cornici metalliche con ricami di perline all’interno a ricordare i quadri di casa, e un completo destrutturato che è avvolto da uno strato esterno ad evocare l’apertura di una tenda.

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Pecoranera

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Materia

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Simon Cracker

Galib Gassanoff, una promessa compiuta

Infine ci sono creativi che dimostrano che dopo i primi passi, il salto per affermarsi è possibile. È il percorso di Galib Gassanoff, che tra l’altro fondò nel 2016 con Luca Lin proprio Act N˚1 in esposizione al Fashion Hub, per poi lasciare nel 2023 in cerca del proprio spazio. Uno spazio fatto di minori limiti temporali nelle deadline da rispettare, che gli permette di approfondire la complessità culturale e artistica delle proprie radici. Originario della Georgia, ha un background di tecniche ed usanze antiche che prende piede dalle comunità georgiane ed azere con cui collabora. Il suo processo creativo va oltre il disegno e comprende anche i saperi artigianali per quanto riguarda taglio, assemblaggio e ricerca del materiale, di cui si occupa personalmente, senza delegare. La sua Institution è stata finalista all’LVMH Prize 2026 e ha vinto ai Grant 2026 del Camera Moda Fashion Trust, ed è entrato nel calendario ufficiale di questa Milano Fashion Week, segno di un progressivo riconoscimento di un’industria che sa riconoscere le nuove forze espressive.

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