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Friday, October 23, 2026

Ohio, il trumpismo oltre Trump

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A poche settimane dalle elezioni di midterm, la corsa alla carica di governatore dell'Ohio ha assunto un significato che supera la competizione locale. Vivek Ramaswamy, imprenditore, già candidato alle primarie repubblicane del 2024, poi incaricato con Elon Musk di smantellare l’amministrazione federale e sostenuto da Donald Trump, ha deciso di investire quattro milioni di dollari in uno spot contro la democratica Amy Acton, medico ed ex responsabile della sanità statale. 

Acton aveva dodici anni quando il patrigno fu incriminato da un gran giurì con l'accusa di stupro. L'uomo fu arrestato e accusato di stupro nel 1978, e dopo aver pagato la cauzione fuggì e restò latitante fino alla morte, nel 2004. La madre scelse di restare con lui e perse la custodia dei figli. Da allora, non ha più visto la figlia.

Lo spot elettorale di Ramaswamy sull'avversaria Amy Acton

Lo spot elettorale di Ramaswamy sull'avversaria Amy Acton (X)

È questa la storia che la campagna di Ramaswamy ha riportato in televisione, affidando proprio alla madre il compito di accusare Acton di essere una bugiarda. Una vicenda familiare risalente a quasi mezzo secolo fa viene così ricondotta a una domanda di affidabilità politica, mentre le circostanze della separazione restano ai margini del messaggio. 

Lo spot elettorale di Ramaswamy sull'avversaria Amy Acton

Lo spot elettorale di Ramaswamy sull'avversaria Amy Acton (X)

Le critiche, durissime, non sono arrivate soltanto dai democratici. La scelta ha provocato reazioni anche nel suo partito, non per una divergenza marginale sulla comunicazione elettorale, ma per il genere di attacco che la campagna ha ritenuto opportuno trasformare in comunicazione politica.

Il governatore repubblicano dell'Ohio, Mike DeWine, ha chiesto di ritirare lo spot e ha ricordato come fossero state pesanti le circostanze dell'incriminazione del patrigno e della successiva rottura familiare. Il senatore Jon Husted ha dichiarato che mai avrebbe trasmesso un messaggio simile; anche Nikki Haley, già rivale di Trump e Ramaswamy nelle primarie del 2024, ha preso le distanze. Per una parte del partito, insomma, la questione non si esaurisce nell'efficacia della pubblicità elettorale.

Di tutt’altro tenore le reazioni della Casa Bianca. Trump ha risposto difendendo lo spot e invitando Ramaswamy a mantenerlo in circolazione. Ha attaccato Acton e accusato DeWine di slealtà verso il Partito repubblicano. JD Vance si è spinto nella stessa direzione, si è detto disgustato perché alcuni repubblicani si lamentano più della pubblicità che delle politiche dei democratici.

È un rovesciamento che dice qualcosa sulla trasformazione del partito sotto Trump. La fedeltà non riguarda più soltanto un programma o la leadership, riguarda direttamente anche i mezzi impiegati per vincere. 

Lo spot elettorale di Ramaswamy sull'avversaria Amy Acton

Lo spot elettorale di Ramaswamy sull'avversaria Amy Acton (X)

Nell’arco di oltre un decennio Trump ha costruito una comunicazione nella quale l'insulto e la provocazione sono effettivamente stati convertiti in consenso, soprattutto grazie a una personalità pubblica che gli consente di presentare la trasgressione come un tratto distintivo. 

Resta da vedere se questa logica produca voti anche per Ramaswamy, che non dispone della stessa personalità di Trump. Il rischio per lui è che lo spot finisca per spostare l'attenzione dalla presunta inaffidabilità di Acton alla condotta di chi ha commissionato il messaggio e ritorcerglisi contro. 

Per Vance, la posta in gioco è diversa, è la presidenza degli Stati Uniti. Il problema, per lui, non è la crudeltà dello spot, ma i repubblicani che protestano, non pensando che forse queste parole potrebbero pesare sulle sue ambizioni del 2028.

C'è poi una questione che riguarda tutto l’ambiente conservatore. Dal 2016 una parte di coloro che avevano criticato Trump ha poi finito per sostenerlo, subordinando le riserve sul carattere e sui comportamenti alla convenienza del consenso riflesso. La condanna dello spot sembra ora la riaffermazione di alcuni limiti, possibile proprio perché il costo politico è mitigato dall’avvicinarsi della fine dell’era trumpiana

L'Ohio mette alla prova una convinzione radicata nel trumpismo: che ogni limite contestato possa essere trasformato in un'occasione di consenso. Per chi aspira a raccoglierne l'eredità, resta da dimostrare che questa equivalenza funzioni anche senza Trump. 

Tra dieci giorni le urne daranno una prima risposta. Il comportamento del partito, dopo il voto, dirà qualcosa di più: se il caso verrà archiviato come un errore di comunicazione, il GOP potrà correggere la tattica senza interrogarsi sul principio che l'ha ispirata. Se invece costringerà i repubblicani a discutere dei criteri con cui si selezionano i candidati e si giudicano le loro campagne, la vicenda avrà un peso più duraturo ed essere il primo mattone del post trumpismo.

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