Classi di transizione o di “benvenuto” per almeno 6 mesi, test sulla lingua già alla scuola dell’infanzia: i modelli di gestione degli alunni stranieri in classe
Classi “di transizione” che prevedono di staccarsi dai compagni durante l’orario scolastico per seguire un percorso di potenziamento della lingua. L’obiettivo non è quello della “segregazione” ma del raggiungimento di un livello analogo a quello della classe ordinaria, in modo da arrivare a una totale inclusione. Oppure test fin dalla scuola materna per intervenire precocemente, se necessario, sul miglioramento della lingua. In ogni caso, nessuno impone un tetto rigido, per legge, al numero degli stranieri presenti in classe. In Europa si adottano strategie diverse per favorire l’inclusione di bambini stranieri appena arrivati o di figli di famiglie immigrate che già vivono sul territorio ma che non hanno sviluppato un’adeguata padronanza della lingua. Da sottolineare, però, che tutti i Paesi – specie nelle grandi città o nelle periferie ad alta densità di immigrazione – si trovano ad affrontare pesanti criticità a causa della distribuzione geografica e socio-economica che, complice il fenomeno “white flight”, può anche portare alla formazione di classi in cui la quasi totalità degli alunni condivide uno svantaggio linguistico o una situazione difficile. Con conseguenti difficoltà dei docenti e il rischio di perpetrare, immutati, contesti di diseguaglianze.
Guardando alla Francia, dove l’apprendimento della lingua è uno dei pilastri dell’integrazione, ci sono due percorsi diversi. Per chi è arrivato da meno di un anno, viene attivato il sistema UPE2A: non si tratta di una classe a sé stante o un ghetto scolastico, ma un dispositivo di supporto temporaneo che mira a potenziare le capacità linguistiche dell’alunno in modo da farlo confluire – di solito entro 12 mesi dall’inizio – nella classe ordinaria insieme agli altri compagni. Prima di arrivare alla totale inclusione, nel periodo di UPE2A esce dalla classe coi compagni francesi per alcune ore alla settimana (di solito circa 12) dove insegnanti specializzati in Français Langue Seconde (Francese come Seconda Lingua) gli impartiscono lezioni intensive di lingua, vocabolario e cultura per metterlo al passo. Per il resto del tempo, lo studente segue le lezioni regolari insieme alla sua classe ordinaria nelle materie dove la barriera linguistica è meno penalizzante (come matematica, arti plastiche, musica, educazione fisica, lingue straniere). Diverso invece il percorso per chi è nel Paese da più di un anno – magari è anche nato in Francia – o si trova in un contesto famigliare – magari con genitori stranieri – che non ha favorito l’apprendimento della lingua. Innanzitutto, la Francia ha abbassato a tre anni l’età dell’obbligo per la scuola, permettendo così a chi frequenta la scuola dell’infanzia di sviluppare competenze linguistiche attraverso l’interazione coi coetanei. Alla primaria sono previste ore di supporto a piccoli gruppi e piani personalizzati con obiettivi specifici fissati dai docenti nel caso in cui il deficit linguistico compromette l’apprendimento, e alla secondaria il “doposcuola” con insegnanti dedicati e alcune ore di accompagnamento personalizzato con un focus sul rinforzo metodologico e linguistico. Diverso il caso invece delle zone Rep e Rep+, presenti nelle aree periferiche e più problematiche. In questo caso le classi sono formate da 12-15 studenti alla primaria o circa 20 alle medie, con professori di supporto aggiuntivi, laboratori pomeridiani e ore di co-insegnamento per frazionare ulteriormente il gruppo classe.
Passando invece alla Germania, il sistema tedesco prevede che i neo arrivati vengano inseriti in “classi di benvenuto” – in cui rimangono dai 6 ai 18 mesi – con potenziamento linguistico per poi essere progressivamente aggregati alle classi regolari dei coetanei. In Germania però già alla scuola materna tutti i bambini facciano un test linguistico per verificarne il livello. Se dal test emerge che il bambino non parla o non capisce a sufficienza il tedesco, scatta l’obbligo di frequentare corsi intensivi di supporto linguistico gratuiti già durante l’ultimo anno di asilo (Kita) o in moduli pomeridiani dedicati. Se il problema persiste alla primaria, vengono attivate ore di supporto linguistico individualizzato o in piccoli gruppi all’interno dell’orario scolastico (spesso portandoli in un’altra aula durante alcune attività). E arrivati in quarta elementare, la Germania prevede che insegnanti e famiglie debbano già scegliere il percorso secondario del bambino tra tre opzioni principali: il Gymnasium (il liceo che porta all’università), la Realschule o la Hauptschule (percorsi più tecnici e professionali). Una rigidità strutturale che penalizza chi parte da una situazione di svantaggio linguistico, rendendo l’integrazione accademica a lungo termine più complessa rispetto al modello inclusivo italiano.
Anche in Spagna, i neo arrivati che non parlano la lingua trascorrono alcune ore della giornata scolastica nelle “aule di accoglienza” – di solito per un anno – dove il focus è sulla lingua. Per le materie che non richiedono particolari specificità linguistiche tornano nella classe di riferimento. Per chi invece viene da contesti famigliari in cui non ha avuto la possibilità di imparare adeguatamente la lingua, è previsto l’inserimento nella classe ordinaria e un affiancamento durante le ore di lezione ed eventualmente un piano personalizzato dalla scuola per colmare le carenze. Chi punta all’inclusione immediata senza distinzioni tra neo arrivati e figli di stranieri già sul territorio è il Regno Unito: viene applicato il programma EAL (acronimo di English as an Additional Language, ovvero l’inglese come lingua aggiuntiva) e ogni alunno registrato come EAL sblocca un finanziamento extra automatico per la scuola. Questi alunni vengono seguiti da un coordinatore, che interviene per supportare lo studente nell’acquisizione del lessico scolastico avanzato attraverso moduli pomeridiani gratuiti o l’aiuto di un assistente didattico (Teaching Assistant) direttamente in aula.
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