Fabio Savi scrive alle famiglie delle vittime della Uno Bianca. La risposta: "Indignati"

La lettera, inviata dal carcere di Bollate dove l'uomo sta scontando la pena dell'ergastolo, vuole essere "un primo passo per dimostrare il mio tormento per avervi causato un dolore così profondo". La risposta: "Si rivolge a noi per suo vantaggio"
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“Le parole non potranno mai rimediare al male fatto, ma ho solo cercato di ripetere la verità (…) e spero che tutto ciò, e questa lettera, possa essere un primo passo per dimostrare, in primis a voi, il mio tormento per avervi causato un dolore così profondo”. La lettera porta la data del primo agosto. È spedita dal carcere di Bollate e indirizzata ai famigliari delle vittime, in tutto 23, morte tra il 1987 e il 1994. La firma è quella di Fabio Savi. L’uomo si trova attualmente all’ergastolo per essere stato uno dei due capi della Banda della Uno bianca, gruppo criminale che tra il 1987 e il 1994 fece 23 morti e oltre 100 feriti tra Bologna, la Romagna e le Marche.
La lettera
“Le parole non potranno mai rimediare al male fatto, ma ho solo cercato di ripetere la verità, la stessa testimoniata ai processi, poi ritrattata per seguire stupidamente l'esempio di un fratello, che in realtà da fratello non si comportava, e spero che tutto ciò, e questa lettera, possa essere un primo passo per dimostrare, in primis a voi, il mio tormento per avervi causato un dolore così profondo, ed esprimere tutto il mio rimorso per ciò di cui mi sono purtroppo reso responsabile. Ho sempre rifiutato di rivolgermi a voi con una lettera di scuse, le telecamere mi hanno forse permesso in qualche modo di presentarmi”.
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Le interviste televisive
Il gruppo della Uno Bianca non è "solo" un ricordo doloroso per le comunità dei paesi in cui colpirono e neanche "solo" una delle storie di cronaca nera più note e controverse del Paese, ma anche un fatto che, dopo anni, ancora non ha chiuso con la giustizia.
Lo scorso maggio, dopo che il fratello Roberto, anche lui all’ergastolo, rilasciò una intervista a 'Belve Crime' ipotizzando coperture da parte dei Servizi e affermando che il vero obiettivo della rapina all'armeria di via Volturno era eliminare l'ex carabiniere Pietro Capolungo, anche Fabio, giorni dopo, parlò in tv a 'Quarto Grado', smentendo il fratello e dicendo che non c'era stata nessuna protezione, nessun livello superiore, né strategia del terrore. Entrambi vennero sentiti dai magistrati di Bologna nell'ambito del nuovo fascicolo sulla banda della Uno Bianca aperto in seguito ad un esposto presentato dai legali dei familiari delle vittime.
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Le parole di Savi
“Con molta difficoltà mi rivolgo a voi dopo avere testimoniato il mio tormento davanti a milioni di persone”, ha sottolineato Fabio Savi in un altro passaggio, “profondamente addolorato per quanto ho commesso, e consapevole di quanto sia difficoltoso per tutti voi. Ho preferito la difficile decisione di mostrarmi, ritenendolo più giusto, anziché nascondermi dietro ad una penna, questa era la sensazione che provavo e per questo ho deciso di accettare l'intervista". E infine: "Scusatemi se mi sono permesso di importunarvi, non si ripeterà, ma se voi lo vorrete, io sono qui”.
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La risposta dei famigliari delle vittime
La risposta dei famigliari delle vittime non si è fatta attendere, dalla voce di Alberto Capolungo, presidente dell'Associazione dei famigliari delle vittime della Banda della Uno Bianca, che ha spiegato inoltre di aver subito consegnato la lettera in Procura appena è arrivata. “In quella lettera non c'è alcuna novità. Se da una parte si inizia con una presa di coscienza per il resto nulla cambia. Non cambia la sua versione dei fatti che resta opposta a quella del fratello e quindi noi non abbiamo un barlume di verità da parte loro in mano e non cambiano le posizioni dell'associazione che ha sempre ritenuto di non dover avere a che fare direttamente con loro, ma di servirsi dello schermo della giustizia italiana".
“Sento, fastidio, indignazione, sofferenza e molti di noi si sono anche ritenuti offesi. Allora, la sofferenza mi pare del tutto ovvia, un pluriassassino si rivolge di nuovo a noi e lo fa evidentemente per un suo vantaggio, ottenere benefici, non certo per la nostra soddisfazione di verità e giustizia", ha aggiunto Capolungo. “Non c'è un socio dell'Associazione che faccia trapelare un barlume di volontà di accoglienza o di perdono. Invece tutti quelli che hanno ritenuto di commentare si sono si sono indignati proprio perché non essendoci novità, cosa ce ne facciamo di questa lettera? Si sono già rivolti a milioni di telespettatori prima che a noi, perché dobbiamo essere sempre tirati in ballo. La posizione dell'Associazione resta fermissima, unanime”.
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Il pensiero dell’ex consigliere comunale Mazzanti
Sulla vicenda è intervenuto anche il giornalista ed ex consigliere comunale bolognese Massimiliano Mazzanti: "Un vero pentimento di Fabio o di altri potrebbe essere certificato solo da un serio e deciso contributo a chiarire tutti" gli aspetti della vicenda, "non insistendo”, dice Mazzanti, “nel dichiararsi responsabili unici di tutto come già, del resto, hanno stabilito i magistrati. Penso che la clemenza debba essere pagata con la verità e solo con la verità”.
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