Vade retro, Grillo!
Tra gli aspetti confusionisti di Seconda Repubblica si registra il vasto credito di cui godeva un personaggio come Beppe Grillo; accreditato di straordinarie qualità intellettuali inesistenti. Persino da queste parti c’è chi gli attribuisce ancora “grande intelligenza”, forse per giustificare l’essersi esposto nell’apprezzamento quando costui ascendeva a star mediatica. Mentre sarebbe bastato (e io ci ho provato a lungo, proprio in questo social) grattare la patina sottile del successo per scoprirne i veri connotati: opportunisti, maneggioni e destrorsi. Un mio concittadino la cui unica invenzione quale showman è stata la rivisitazione con voce chioccia e tono lamentoso del classico mugugno genovese. Uno dei tanti bluff giocati al tavolo della politica in un’Italia smarrita – che non ha saputo metabolizzare il trauma di Tangentopoli, preferendo imboccare la scorciatoia verso il fenomenale; l’infantile credenza nell’uomo della provvidenza: Silvio Berlusconi liberale, i presunti tecnici degli omonimi governi depositari di soluzioni a pronta presa, il giovanilismo rottamatore, la fuoriclasse venuta dalla Garbatella. Aperture di credito oltre l’avventatezza (alla ricerca di una credenza rassicurante), di cui la breve stagione dell’Elevato è stata probabilmente la più rumorosa e illusoria. Proprio per l’inadeguatezza culturale del guru che pretendeva di librarsi nei cieli dell’alta politica, ridotta al livello delle gag più dozzinali per il popolo qualunquista adorante. A parte la premonizione dell’avvento degli Indignados volgarizzato in Vaffa: intuizione da uomo di palcoscenico o fantasia di un informatico fissato che bastasse digitalizzare la democrazia per renderla effettiva?
Veniamo ai fatti: a proposito dell’opportunismo delle idee, fa (involontariamente) davvero ridere Beppe Grillo quando a mezzo Fedez accusa l’odiato Giuseppe Conte di non avere un’idea, quando la carriera del comico battutista si è basata sullo scippo di quelle altrui. Ha cominciato con l’amico di quartiere – il cabarettista Orlando Portento (la gag “pane e volpe” è sua) – cui l’appropriazione stroncò la carriera, per poi ricorrere all’uso sistematico dei ghost-writer, di cui il più noto era il Michele Serra buono per tutte le stagioni, fino all’incontro fatidico con il perito industriale Gianroberto Casaleggio che lo convertì alla mistica di internet; lui che fino ad allora spaccava a bastonate PC sulla scena. Ingaggiati per ricavarne il plot del profeta esoterico; sicché, quando la base pentastellata lo rigettò per protagonismo molesto e smodata avidità, si fece scrivere la mistica de “L’Altrove”, nell’intento di promuovere una fanta-religione di cui si sono perse le tracce. L’ennesimo maneggio da venditore di sciroppi miracolosi a un pubblico di credenti, che iniziava a smagarsi; cominciando a intuire il disprezzo di chi lo strumentalizzava. Perché Grillo è sempre stato un borghese piccolo-piccolo destrorso abbagliato dalla ricchezza e dal potere.
Si trattasse dell’establishment di cui Mario Draghi era il grand commis, ora l’Antonio Angelucci privatizzatore bulimico della sanità pubblica, con cui comprarsi l’intera stampa destrorsa: Tempo, il Giornale, Libero. Difatti quando il Nostro era il dominus assoluto del Movimento non trovò di meglio dell’alleanza a Bruxelles con il demagogo britannico pro-Brexit Nigel Farage. E quando si recò ad Atene in corpo e deputazione per incontrare il premier populista greco allora alla moda Alexis Tsipras presunto omologo, il leader di Syriza – presa informazione – si rifiutò di incontrarlo. D’altro canto la destra è il suo milieu di provenienza, con il fratello segnalato nel FUAN (il movimento studentesco del MSI) e i suoi primi passi come tira-comizi dei portaborse del politico locale Alfredo Biondi, che si vantava di essere “liberale fino all’ombelico e fascista al di sotto”.
Come tutti i destri, sensibile ai richiami di chi sta in alto: svendere il Movimento all’operazione di far fuori Conte e mettere le mani col governo Draghi sui miliardi di Bruxelles. Ossia la morte certa per M5S, salvato dall’avvocato moroteo chiamato in soccorso proprio da Grillo (che ora lo bolla “l’uomo che sussurrava ai cavilli”. Chi gli avrà scritto la battuta?). Il nuovo leader che ha evitato la catastrofe riposizionando quanto resta del Movimento su una linea progressista contro l’onda oscurantista e bellicista che ci sta investendo; e meritandosi l’odio dell’Elevato. Che ora vuole riprovare a tornare in sella con un partito creato dall’Intelligenza Artificiale: l’ennesima fantasmagoria da spot televisivo (la truffa marchettara di presentare come senziente l’aumento di capacità computazionale delle macchine). Vale per lui l’epigramma contro la petulanza molesta di Riccardo Bacchelli: “Che tu non sappia niente è poco male/ il guaio capitale è che sai tutto”.
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