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Monday, October 19, 2026

Festa Cinema Roma, Noi un po’ meglio: recensione del film con Germano e Giannetta

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Che cosa succede quando due persone si amano profondamente, ma non sono d'accordo praticamente su niente? In Noi, un po’ meglio, Daniele Luchetti parte da questa contraddizione per raccontare una coppia alle prese con una delle decisioni più importanti della propria vita: diventare genitori attraverso l'adozione. Con Elio Germano e Maria Chiara Giannetta, il film trasforma i battibecchi quotidiani in una commedia sentimentale che parla di desideri, paure e compromessi senza cercare facili colpevoli. Presentato alla Festa del Cinema di Roma, il film sceglie uno sguardo luminoso sulle imperfezioni delle relazioni e sulle istituzioni che le mettono alla prova. Noi, un po’ meglio arriva in esclusiva su Netflix il 29 ottobre, distribuito sulla piattaforma streaming.

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Quello che devi sapere

L’amore non è una trattativa

Simone e Lucia non sono la solita coppia cinematografica costruita per dimostrare che gli opposti si attraggono. Sono due persone che hanno imparato a stare insieme senza aver necessariamente risolto le proprie contraddizioni. Lui, interpretato da Elio Germano, cerca stabilità e immagina la famiglia come una naturale estensione dell'amore. Lei, a cui Maria Chiara Giannetta presta energia e carattere, difende la propria indipendenza e non ha mai considerato la maternità una tappa obbligata. La loro relazione funziona proprio perché nessuno dei due somiglia all'ideale dell'altro. Si discute, si negozia, si torna sui propri passi: il sentimento non cancella le differenze, ma insegna a conviverci. Daniele Luchetti trova in questa quotidianità una materia narrativa vivace, fatta di piccoli attriti che raccontano molto più di dichiarazioni romantiche impeccabili.

@Webphoto

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Un figlio non è la soluzione a tutto

L'arrivo del progetto di adozione cambia le regole del gioco. Quello che fino a quel momento era un equilibrio consolidato, seppure imperfetto, deve misurarsi con una domanda inevitabile: perché desiderare un figlio? E, soprattutto, quanto siamo disposti a rimettere in discussione noi stessi per diventare genitori? Il film non tratta l'adozione come un semplice espediente per mettere in crisi la coppia, ma come un percorso che costringe Simone e Lucia a interrogarsi sulle motivazioni più intime. Il desiderio di costruire una famiglia si intreccia con le esperienze passate, le aspettative e le paure di entrambi. Luchetti evita di trasformare la questione in una lezione morale: non c'è un personaggio da assolvere e uno da condannare. Ci sono due persone che devono capire se il futuro che immaginano sia davvero un progetto condiviso.

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Germano e Giannetta, la chimica delle differenze

Il film trova la sua forza soprattutto nell'intesa tra i protagonisti. Germano costruisce un Simone lontano dalla caricatura dell'uomo che vuole mettere ordine in ogni cosa: dietro le sue certezze si intravedono fragilità e il bisogno di sentirsi parte di qualcosa. Giannetta, invece, dà a Lucia una vitalità mai ridotta al cliché della donna allergica alle convenzioni. Il suo personaggio non è semplicemente quello che resiste alla maternità, ma una persona che vuole preservare la propria identità senza rinunciare all'amore. I due attori lavorano molto sulle sfumature, sugli sguardi, sulle pause e sulle reazioni che precedono le parole. Anche il cast di contorno, con Anna Bonaiuto, Ilaria Spada, Caterina Guzzanti e Filippo Nigro, contribuisce a costruire un universo riconoscibile, in cui le relazioni familiari sono complicate, rumorose e raramente perfette.

La burocrazia entra nella storia d'amore

Il percorso dell'adozione porta Simone e Lucia a confrontarsi con procedure, valutazioni e colloqui che potrebbero facilmente trasformarsi nel bersaglio di una commedia sugli uffici pubblici. Luchetti sceglie invece una strada meno prevedibile: le istituzioni non sono soltanto ostacoli da superare, ma luoghi in cui la coppia è costretta a guardarsi con maggiore sincerità. Le domande degli altri diventano occasioni per affrontare quelle che i protagonisti hanno evitato per anni. È un passaggio interessante perché sposta il conflitto dall'esterno all'interno della relazione. La regia, inoltre, accompagna questa evoluzione con un'ambientazione romana che si allontana dalle cartoline più convenzionali, tra quartieri popolari e litorale. La fotografia e le musiche di Bryan Senti sostengono il tono del racconto, mantenendo un equilibrio tra leggerezza e momenti emotivamente più intensi.

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Il coraggio di credere nelle seconde possibilità

Dopo lo sguardo più cupo sulle relazioni di Lacci e Confidenza, Luchetti cambia prospettiva e sceglie una commedia sentimentale che non ha paura di concedere ai suoi personaggi la possibilità di sbagliare e ricominciare. Daniele Luchetti guarda Simone e Lucia senza giudicarli, cercando una dimensione in cui anche le difficoltà possano lasciare spazio alla speranza. Noi, un po’ meglio non pretende di offrire risposte definitive sulla genitorialità, né di trasformare ogni conflitto in una riconciliazione esemplare. La sua idea più convincente è che migliorarsi non significhi diventare persone diverse, ma imparare a riconoscere ciò che nell'altro ci mette in discussione. Qualche passaggio rischia di rendere il percorso più rassicurante di quanto la realtà consentirebbe, ma è una scelta coerente con l'intenzione del regista: raccontare un mondo appena più accogliente, senza fingere che quello reale non esista. Il risultato è una commedia che trova nell'imperfezione il suo punto di partenza e nel compromesso, mai del tutto raggiunto, la sua ragione di essere.

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