Nuova legge elettorale, sicuri che Meloni abbia fatto bene i suoi calcoli?
di Carlo Sorgi*
Con queste riflessioni non intendo in alcun modo trovare argomenti a favore della nuova legge elettorale, passata alla Camera e in procinto di diventare legge dello Stato in attesa della firma del Presidente Mattarella, scontata, e della pubblicazione sulla GU. Troppi i profili di illegittimità costituzionale, le modalità dell’iter e le finalità del testo per poter spendere una sola parola per chiedere non dico le attenuanti ma neppure il minimo della pena. La mia domanda è un’altra: siamo sicuri che questa volta Meloni abbia fatto bene i suoi calcoli? E se come avvenuto in tutte le altre circostanze di modifica della legge elettorale si verificasse l’effetto boomerang? Fin dal 1993, la regola non scritta sembra essere una sola: il governo che modifica le regole del gioco elettorale, poi perde regolarmente alle urne. Nel caso attuale ci sono alcuni elementi che rafforzano questa possibilità.
Era da qualche tempo che Meloni, sondaggi alla mano, aveva elementi per ritenere che con il cosiddetto Rosatellum, che oramai può definirsi la precedente legge elettorale e che prevedeva seggi uninominali per il 37% e il resto assegnato a liste o a coalizioni di liste, un centro-sinistra unito avrebbe avuto ragione del centro destra alle elezioni. Per altro questo sarebbe presumibilmente avvenuto anche nel 2022 se le forze del centro sinistra si fossero presentate unite. Occorreva dunque rimescolare le carte pensando ad un sistema proporzionale più o meno puro con un premio di maggioranza (70 deputati e 35 senatori) per la lista che avesse superato la soglia del 42% dei voti in entrambe le Camere.
L’espediente più sottile e diabolico nella nuova legge appariva l’indicazione anticipata del leader di coalizione da intendersi come Presidente del Consiglio in pectore. Si eliminavano le prerogative del Presidente della Repubblica (art. 92 Cost: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio”) e si esautorava ancora di più il Parlamento. Si reintroduceva surrettiziamente, con legge ordinaria, il tema del premierato tanto caro proprio a Meloni che non era riuscito a portare avanti una riforma costituzionale comunque rischiosa (il referendum sulla magistratura docet). Ed, ancora, si gettava una bomba ad orologeria nel campo avversario, posto che se per il centrodestra Meloni era indiscussa capo della coalizione nel centro sinistra l’ala malpancista nei confronti della Schlein, che comprendeva oltre ai 5S anche i cosiddetti riformisti del Pd e alcuni maschilisti in ordine sparso, rendeva il tema della scelta del leader divisivo, che per una coalizione equivale preparare un tavolo da pranzo per Superman con la Kriptonite. La bomba è in effetti scoppiata appena conosciuto l’esito del referendum sulla magistratura, ad urne ancora calde.
In questa ricostruzione però non si tiene conto della variabile impazzita, cioè Roberto Vannacci il quale, uscito dalla Lega ritenuta troppo moderata fonda un suo partito e nel giro di otto mesi arriva a superare nelle intenzioni di voto sia la casa madre Lega che Forza Italia, attestandosi intorno ad un 8% e che in prospettiva trascinamento delle elezioni in Francia e in Spagna rischia di superare la doppia cifra.
A questo punto i conti non tornano più. Senza Vannacci Meloni e la sua coalizione non solo non superano la soglia del premio ma non vincono neppure contro un cosiddetto campo largo-armata Brancaleone, che discute all’infinito sulle primarie e non si affretta a trovare un programma unitario credibile.
L’ideale per Meloni sarebbe stato a questo punto, puntando sull’impreparazione alla competizione elettorale degli avversari politici, andare subito alle elezioni, magari con il vecchio sistema dei collegi uninominali e delle liste in modo da ridimensionare l’effetto Vannacci – che con il Rosatellum sarebbe penalizzato- approfittando della debolezza del Campo Largo, che magari tra qualche mese rinsavisce e comincia a parlare di politica. Così Meloni avrebbe rinunciato alla prospettiva del premio di maggioranza, ma tanto la destra senza Vannacci non lo prende. Senza contare che la nuova legge elettorale è attesa al vaglio della Corte Costituzionale al quale il comitato Torniamo alla Costituzione, forte di 150 costituzionalisti, di avvocati e cittadini comuni, si rivolgerà appena pubblicato il testo con buone possibilità di successo almeno parziale. Ci vorrebbero subito le elezioni per evitare la decisione della Corte Costituzionale ma il Presidente Mattarella sarebbe disposto a firmare il decreto ex art. 87 Costituzione in un contesto del genere?
Che fare? Sarebbe bastato per Meloni andare sotto alla Camera, in fondo il voto finale era segreto e nessuno avrebbe mai saputo che si era realizzato un caso di autoaffondamento, una mossa del cavallo sul tipo di quella utilizzata, ma in maniera palese, proprio questi giorni da Pedro Sanchez in Spagna.
Certo ci sono le differenze del caso, Sanchez era all’ultima fermata ma agli occhi dell’elettorato spagnolo oggi lui è dalla parte di Maricarmen, l’anziana donna spagnola morta dopo lo sfratto imposto dalla grande società immobiliare che l’aveva mandata via dalla casa dove aveva sempre vissuto. New York, Berlino, Madrid e anche Spin Time a Roma da noi sono esempi di una nuova visione politica che non contrappone più chi ha poco a chi ha ancora meno, ma chi deve pagare per abitare a chi accumula ricchezza attraverso il controllo di un bene necessario. Tanti auguri a Sanchez.
Meloni riesce meglio come under dog che come scacchista, questa volta non ha fiutato l’aria ed ha avuto paura. Magari pensa di poter scendere a patti con Vannacci, che per altro sarebbe folle politicamente ad accettare l’accordo a questo giro – e Vannacci è tutto meno che folle.
In questa situazione inopinatamente chi rischia di essere favorito nonostante tutto alle future elezioni è il campo largo che ha tempo per ripensamenti indispensabili per lavorare sul programma, per fare le primarie (vinca il/la migliore) ed apparire più credibile di una destra alle prese con una situazione economica allo sfascio. Senza dimenticare la già citata prospettiva della Corte Costituzionale che potrebbe rivoltare questa nuova legge elettorale come un calzino: lo ha già fatto con la legge sull’autonomia differenziata dimostrando la limitatissima dimestichezza con i contenuti costituzionali di questa maggioranza, che con la Costituzione ha veramente poco a che vedere. Sarebbe un’altra sconfitta per Meloni, pesantissima in chiave elettorale.
* già magistrato, coordinatore Comitato per il No Forlì Cesena
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