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Monday, October 26, 2026

Suarez, il nuovo album Pills: "L’ironia? Il mio scudo ma stavolta ho scavato più a fondo"

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Ci sono momenti in cui fare ironia è un modo per raccontarsi e altri in cui diventa una protezione, uno scudo per non mostrare fino in fondo le proprie fragilità. È in questo spazio, tra il sarcasmo e la necessità di mettersi a nudo, che prende forma Pills, il nuovo album di Suarez, rapper e produttore romano che con questo lavoro sceglie di approfondire aspetti della propria personalità già presenti nei dischi precedenti, ma qui affrontati con maggiore sincerità.

Il progetto raccoglie un percorso creativo sviluppato tra la fine del 2022 e l’inizio del 2026, anni durante i quali il disco ha cambiato più volte forma prima di arrivare alla versione definitiva.

Conclusa la saga di Antieroe, Suarez volta pagina senza rinnegare la propria identità artistica. La sua scrittura continua a muoversi tra ironia, provocazione e riferimenti alla cultura pop, ma lascia emergere anche una dimensione più intima.

In Pills trovano spazio il tema della salute mentale, la ricerca di un equilibrio personale, l’ansia legata al tempo che passa e le difficoltà di un presente in cui i social e gli algoritmi sembrano condizionare sempre più il modo di fare e promuovere musica. Il risultato è un album che alterna momenti riflessivi e passaggi dissacranti, senza rinunciare a quello sguardo critico che contraddistingue da sempre il rapper.

Tra i brani, Cronokillaz affronta il rapporto con il tempo, percepito come una risorsa che si esaurisce troppo in fretta, mentre Shadowbanned prende di mira le dinamiche delle piattaforme digitali e la crescente centralità dei contenuti brevi nella promozione musicale. Con Super Sayan riaffiora invece la passione per manga e anime, parte integrante dell’immaginario di Suarez, mentre L’anello del potere e Crepe aprono uno spazio più personale, tra sentimenti e fragilità. Il disco si distingue anche per il controllo diretto dell’artista sulle diverse fasi della produzione: Suarez firma tutti i beat, si cimenta per la prima volta con lo scratch e realizza personalmente le illustrazioni e l’artwork dei supporti fisici.

Questa autonomia riflette una precisa idea di musica, lontana dalle logiche di mercato e dalla necessità di inseguire continuamente le tendenze del momento. Suarez rivendica un processo creativo che parte da un’esigenza personale e che mette al centro la scrittura, la coerenza artistica e il rapporto con una comunità di ascoltatori che considera molto più di una semplice platea di consumatori. Per lui, infatti, il valore di un disco non si misura soltanto nella sua capacità di intrattenere, ma anche nella possibilità di lasciare qualcosa a chi lo ascolta, fino a suggerire nuove letture, visioni e passioni.

Abbiamo incontrato Suarez per parlare di Pills, del coraggio di mostrare il proprio lato più vulnerabile, delle trasformazioni del rap e del rapporto sempre più complesso tra musica e social network. Ecco che cosa l’artista ha raccontato ai microfoni di Sky TG24.

L’intervista a Suarez

Definisci Pills il tuo album più intimo e personale. Che cosa racconti di te che finora avevi tenuto fuori dalle tue canzoni?

Pills fotografa un periodo che inizia a fine 2022 e arriva fino a inizio 2026. In questi quattro anni il progetto ha mutato forma più volte per poi consolidarsi in quello che abbiamo oggi tra le mani, probabilmente il disco che più mi rappresenta al 100%. In tutti i progetti passati ho sempre parlato di me, in varie forme, situazioni e stati d'animo, ma in questo album sicuramente ho scavato più a fondo. Probabilmente ne sentivo il bisogno, credo che servisse in primis proprio a me stesso.

Nei tuoi brani alterni ironia e fragilità. Ti viene più facile parlare di te facendo ridere o mettendoti a nudo?

Sicuramente trovo più facile ironizzare, sono sempre stato un ottimo «buffone», soprattutto nella vita di tutti i giorni. Molto probabilmente, inconsciamente, utilizzo spesso l'ironia come scudo. A volte mi sento un po' come «il pagliaccio triste». Poi c'è anche il mio lato più serio, più profondo, e nel disco direi che è uscito in maniera molto naturale. Magari decidere di pubblicare certe tracce mi ha messo un po' più in difficoltà. Più di una persona della mia cerchia, sentendo alcune tracce in anteprima, mi ha detto: «Sei sicuro di voler mostrare a tutti questo tuo lato?». Ma io non mi sono mai nascosto neanche nei dischi precedenti, credo di aver solamente aggiunto dei dettagli su me stesso, dettagli di me che potenzialmente io stesso ho capito di più durante il lavoro su questo album.

In Pills affronti anche il tema della salute mentale. Quanto è importante oggi parlarne apertamente, soprattutto in un ambiente competitivo come quello musicale?

Non ho mai creduto nell'esistenza di una «normalità» per quanto riguarda qualsiasi essere umano: siamo tutti matti in modo diverso. Quelli che risultano più «normali» secondo i canoni base di questa valutazione, per me, sono semplicemente persone fortunate che riescono a trovare un equilibrio maggiore, per merito loro, di chi li segue, dei farmaci o chissà cos'altro. L'equilibrio è fondamentale, il mio obiettivo costante è trovare quello giusto. Vale per tutto, figuriamoci se parliamo di salute mentale. Trovo importante parlare di tutto ciò che è importante nella vita, non è che si può parlare solo di cazzate. Il rap è tante cose: è rivalsa, autocelebrazione e purtroppo, in alcuni casi per fortuna, anche un sacco di cazzate. Ma ha dimostrato più volte di poter essere uno strumento per veicolare messaggi importanti. E poi siamo nel 2026: una volta la gente si vergognava di dire che andava da uno psicologo, che prendeva farmaci, o era terrorizzata dal poter sembrare fuori di testa. Oggi difficilmente lo si nasconde, anzi. La musica siamo tutti d'accordo che è soprattutto intrattenimento, come tante altre forme d'arte, tra cui il cinema. Prendiamo il cinema come esempio, pensiamo a film o serie tv: Tony Soprano prende il Prozac, ha gli attacchi di panico e lo segue una psicologa. Oggi I Soprano è considerata una delle serie tv numero uno al mondo. È solo uno dei tanti esempi che, secondo me, ha aiutato a sdoganare l'argomento.

In Cronokillaz racconti il tempo che passa. Che rapporto hai con il tempo e che cosa è cambiato nel tuo modo di vedere la vita negli ultimi anni?

Ogni giorno, settimana, mese e anno che passa ci avvicina all'esaurimento della sabbia nella clessidra e, per uno come me, che vuole ancora fare un triliardo di cose, che si interessa di tutto, beh, queste lancette sembrano correre velocissime e mi mettono ansia. Vorrei giornate da 70 o 80 ore anziché 24, per riuscire a stare dietro a tutto, ma faccio già fatica con le cose a cui devo dare priorità. Cronokillaz è il diretto sequel de Il tempo che è passato, sempre insieme a Danno. Il tema del tempo limitato viene trattato anche in Radio Raheem: è un pensiero fisso ricorrente che inevitabilmente poi risbuca fuori durante le fasi di scrittura.

In Shadowbanned parli dei social e dei loro meccanismi. Quanto è difficile oggi fare musica senza pensare a come verrà recepita dagli algoritmi?

Per me non è difficile, perché qualsiasi cosa mi esce nasce in origine da un bisogno personale, senza considerare minimamente se sarà incompatibile con il mercato di oggi, con i ragionamenti basati sull'algoritmo, eventuali censure e qualsiasi altro fattore. Purtroppo oggi è tutto alterato, distorto e influenzato dalle dinamiche di mercato, dai trend e dalle piattaforme social. Quanti artisti indiscutibilmente bravi smettono di esserlo, smettono proprio di essere artisti? La musica passa in secondo, terzo, ultimo piano. Prevale questo approccio da influencer, questa dinamica che comporta dover fare tanti contenuti brevi e costanti. A me questa roba non appartiene per niente, ne pago le conseguenze e mi sta benissimo così. Ovviamente preferivo come funzionava 15, 20 o 30 anni fa.

Il rap è cambiato molto rispetto agli anni in cui hai iniziato. Che cosa ti piace della nuova scena e che cosa, invece, ti manca del rap di una volta?

Parto dalla fine. Ci sono artisti e collettivi che non mi dispiacciono oggi, nonostante sia sempre un po' scettico quando mi capita di approcciarmi a qualcuno dei nuovi. Sicuramente mi mancano tante cose rispetto a come lo si viveva in passato. Quando una cosa è più difficile, se ne riconosce molto di più il valore, e fare rap, fare musica in generale, non era semplice e alla portata di tutti come lo è oggi. Probabilmente mi manca anche quel senso di esclusività che aveva ognuno di noi, perché eravamo una nicchia, ci si riconosceva a 200 metri di distanza: bastava già l'outfit o il modo di portare il cappello, proprio perché eravamo la metà della metà della metà della metà. E lo so che è il solito discorso da vecchio. Mi manca anche il focus sulla cultura, visto che oggi molti giovani rapper non hanno neanche idea di cosa sia l'hip hop. La superficialità di gran parte delle nuove generazioni mi infastidisce. Mi dispiace, ma per noi è una roba troppo importante. Citando Solo hardcore, il concetto è un po': «Faccio rap, solo rap, tu ci ridi sopra, ci giochi, ma col rap non ci si gioca».

In Super Sayan emerge la tua passione per Dragon Ball. Quanto conta la cultura nerd nella tua musica e perché continui a trovare ispirazione in questi mondi?

Io sono un mucchio di cose, in primis un vecchio nerd. La cultura giapponese, i manga e gli anime, in questo caso, è sempre stata parte delle mie passioni: dai robottoni di Go Nagai a JoJo, passando per Dragon Ball, Hokuto no Ken, Akira, Saint Seiya, Ashita no Joe. E mi fermo, perché l'elenco sarebbe ancora più lungo. Io non ho mai pensato di portare davanti al microfono una persona anche solo minimamente diversa da quella che ho davanti allo specchio tutte le mattine quando mi lavo i denti. Nei miei testi inevitabilmente finiscono anche le mie fisse da nerd. Statisticamente, la mia musica non prende ispirazione da altra musica: scrivo se mi succede qualcosa, se ho un concetto da voler comunicare oppure, come è successo innumerevoli volte, guardando un film, una serie, leggendo un manga, un fumetto americano o un libro. Mi si accende la lampadina, si smuovono le parole nel cervello, magari mi appunto una riga, mi viene una rima efficace che mi permette di dire qualcosa con un impatto maggiore e poi da lì ci costruisco qualcosa.

In L'anello del potere affronti il tema dell'amore, mentre in Crepe mostri un lato più fragile. Qual è la cosa più difficile da raccontare quando scrivi di sentimenti?

Difficili entrambi, ma questa volta rispondo l'amore, perché non lo avevo mai trattato come tema prima d'ora, se non in alcune tracce in cui esprimevo amore per la musica, ma mai direttamente ed esclusivamente per una persona specifica. Il che rende tutto molto più intimo e personale. Anche lì ho «fotografato» un momento. Io da anni mi ossessiono in fase di scrittura: ogni testo, una volta avviato, diventa un po' come una difficile sessione di Scarabeo, in cui sto lì a incastrare parole e rime, valutando se i concetti rendono l'idea. Qui c'è stata una di quelle rare anomalie, invece: credo di aver scritto quel testo in meno di dieci minuti, quasi in freestyle, quando di base sono solito tornare, correggere, cancellare e riscrivere lo stesso testo, a volte addirittura per più di un anno.

In questo album firmi tutte le produzioni e ti dedichi per la prima volta anche allo scratch. Quanto è importante per te occuparti personalmente di ogni aspetto della tua musica?

Può sembrare una mania del controllo, me ne rendo conto, ma a me piace proprio saper fare tutto e firmarlo personalmente. Ho un processo creativo particolare: scrivo testi nel silenzio più assoluto, senza ascoltare nessun beat, poi faccio il beat cucendolo sul testo che ho scritto. Non mi piace neanche rompere le scatole a nessuno; a maggior ragione, se scrivo, mi produco, disegno e impagino io, resto nella mia personale condizione ideale di lavoro. E poi, quando inevitabilmente passa del tempo e comincio un po' a odiare magari quello che ho fatto, quando riascoltando un disco o riosservando una grafica trovo qualcosa che non mi convince più, posso prendermela solo con me stesso senza prendermela con nessun altro.

Hai curato anche le illustrazioni e l'artwork di Pills. Che cosa ti piacerebbe che restasse all'ascoltatore dopo aver ascoltato il disco dall'inizio alla fine?

Ovviamente, come per qualsiasi lavoro che decido di pubblicare e rendere quindi fruibile a tutti, l'obiettivo è far sì che arrivi a più orecchie possibili. Tengo molto anche alle illustrazioni e alle grafiche: sono un collezionista e mi piace pensare che quella sensazione di soddisfazione che provo quando tiro fuori la copia fisica di un vecchio disco che mi è piaciuto possa provarla anche qualcun altro rispolverando un mio disco. Ho sempre avuto un rapporto speciale con la mia fanbase, che non considero mai come «clientela», ma come una comunità preziosa che mi spinge a continuare a fare quello che faccio. Quando qualcuno mi scrive che, in un modo o nell'altro, si è rispecchiato in un verso o che ha trovato in una mia traccia una sorta di aiuto, sono cose che mi danno tantissimo e che non darò mai per scontate. C'è anche chi scopre altre opere, film, fumetti e storie, incuriosito da alcune mie citazioni, e ci va in fissa. Ecco, quando un mio prodotto, oltre a intrattenere, si dimostra anche «utile per chi lo ascolta», trovo che sia la massima soddisfazione personale.

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