Voto Figc, dal Nord spunta “nonno” Galliani: un 82enne fedelissimo di Berlusconi per salvare il calcio | Il commento
Il nonno che avanza. L’ennesimo colpo di scena della partita per la presidenza della Federcalcio – ma c’era da aspettarselo, considerata la schiena pieghevole di molti protagonisti – ci ha regalato Adriano Galliani possibile avversario di Giovanni Malagò per le elezioni del 14 dicembre. Monsieur Lumière, come fu ribattezzato nella notte del 20 marzo 1991, in cui nei quarti di Coppa dei Campioni si spensero i riflettori dello stadio di Marsiglia e l’allora plenipotenziario di Silvio Berlusconi ordinò il ritiro dal campo del Milan, ha compiuto 82 anni il 30 luglio: 31 trascorsi come dirigente dei rossoneri (29 trofei) e 7 nel Monza, la sua città, dove nacque figlio di una famiglia borghese e dove ottenne il diploma di geometra. Lo chiamano Dottore, ma non si è mai laureato.
Il commissario Malagò è stato svaligiato in casa. Giovannino è come i gatti, quando lo danno per spacciato, riemerge puntualmente dagli abissi, ma questa potrebbe essere l’eccezione che conferma la regola. Malagò aveva vinto la partita contro Giancarlo Abete perché il sostegno plebiscitario della Lega di Serie A – 19 club su 20, unico dissidente il laziale Lotito – per effetto domino gli aveva garantito l’appoggio delle Leghe (B e C) e delle associazioni di categoria (giocatori e allenatori). Il 22 giugno scorso, con il 68,58% dei voti, Malagò si impose sull’avversario.
La questione del mancato tesseramento ha portato al commissariamento della Federcalcio e a un’estate di lunghi coltelli. Attaccato dal governo e ripudiato da alcuni personaggi eccellenti del Coni, che pure hanno fatto carriera grazie a lui, Malagò si è salvato con una soluzione tutta italiana che ha fatto ridere il mondo: Malagò commissario di se stesso. Nel caos di quei giorni, era emerso un certo scollegamento con la Lega di A, indispettita dall’autonomia di Malagò: la scelta di Mancini ct e non di Conte, come volevano i presidentissimi; la nomina di Diana Bianchedi capo delegazione della nazionale; la lotta di cappa e spada contro l’esecutivo di destra e contro la voglia di potere che accompagna alcuni suoi ministri. I presidenti della repubblica calcistica sono molto sensibili ai governi e non è difficile capirne le ragioni, soprattutto quando il sistema è indebitato e si chiedono sostegni economici ad ampio raggio. Metti questo scenario con la cosiddetta indipendenza di Malagò e il piatto è servito in tavola.
La narrazione di queste ore racconta che la nomina di Beppe Signori a capodelegazione dell’Under 20 sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Premesso che Malagò avrebbe potuto evitare – che fretta c’era, ma Giovannino ha il vizietto di muoversi come un elefante in una cristalleria -, questa chiave di lettura fa ridere. La verità è che la Lega di Serie A, più pericolosa di un rettilario, ha deciso di mollare Malagò per le ragioni già spiegate. Il vento del Nord – il dissenso parte dall’asse Milano-Bergamo – soffia contro il ponentino romano. Luca Percassi e Giuseppe Marotta sarebbero i portabandiera dei nordisti, ai quali si sono accodati Milan, Cagliari e Genoa. Cinque club. Malagò, che assicura di aver parlato nei giorni scorsi con tredici società, avrebbe dalla sua parte Roma, Napoli, Lecce, Bologna e Monza. Cinque a cinque. Il match si vincerà con le posizioni degli altri dieci, tra i quali potrebbe essere influente la scelta di Urbano Cairo, presidente del Torino, ma soprattutto di RCS. In tanti stanno fiutando l’aria per decidere, dai club alle leghe e alle associazioni di rappresentanza: il classico opportunismo all’italiana, nel quale sprofondano anche le proprietà straniere.
In democrazia il dissenso è legittimo, ma poi quando si tratta di elezioni, bisogna avere candidati credibili. Galliani, con i suoi 38 anni di lavoro nel calcio italiano, è stato presidente della Lega – in pieno conflitto d’interessi, ma visto che il suo padrino è stato Silvio Berlusconi, non c’è da sorprendersi – ed è stato coinvolto in diversi procedimenti giudiziari nello svolgimento delle sue attività, per i quali non ha avuto nessuna condanna definitiva, ma è stato squalificato per nove mesi – pena ridotta a cinque – per le vicende di Calciopoli. Un passato corposo e ingombrante, in cui da un lato spiccano i successi con il Milan, ma dall’altro, la condivisione di responsabilità del crollo economico del calcio italiano: anche lui ha dato un discreto contributo.
È stato senatore di Forza Italia e nel 2022 diede l’addio alla politica, ma in questa storia la politica, come sempre, muove i suoi fili. Non è infatti difficile immaginare nel ministro dell’Economia Giorgetti uno dei sostenitori di Galliani: Forza Italia e Lega, Varese e Monza, il Nord contro Roma. Con i problemi sociali che stanno attraversando l’Italia e con leggi finanziarie sempre più insufficienti per fronteggiare la crisi – “la coperta è corta”, l’ultima dichiarazione sensazionale di Giorgetti – verrebbe da dire che il governo dovrebbe occuparsi di altro e non di pensare all’occupazione del calcio.
Anche perché, i dissidenti, e chi li sostiene, potevano fare meglio: non serve Manuel Fantoni di Borotalco per capirlo. Affidarsi a un dirigente come Adriano Galliani, che ha avuto come unica visione quella della forza del portafoglio di Berlusconi, appare un controsenso: quali riforme, lor signori, da parte di chi non ha avuto uno straccio di idee quando governava la Lega? Obbediente con i potenti e prepotente con i deboli, Monsieur Lumière è il candidato ideale di chi vuole tenere il calcio nelle sue tenebre e non affrontare la ristrutturazione, necessaria, del settore. Malagò non è Che Guevara, ma vuole provare a accendere la luce.
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