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Thursday, September 24, 2026

Perché la corsa agli idrocarburi del governo non è semplificazione, ma un regalo alle lobby

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Perché la corsa agli idrocarburi del governo non è semplificazione, ma un regalo alle lobby

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Dopo l’estate più calda di sempre, il Governo Meloni accelera con un decreto legge: petrolio e gas, prima di tutto. E lo chiama semplificazione. Lo vende come sicurezza energetica. Ma la sostanza è un’altra: è un regalo alle lobby fossili, con un doppio danno per gli italiani.

Perché questa corsa agli idrocarburi non riduce significativamente la dipendenza dalle importazioni. La prolunga. E lo fa senza alcun vantaggio energetico concreto all’orizzonte. Nel frattempo, la direzione scelta smentisce la comunità scientifica e contraddice gli impegni climatici europei e internazionali. Non solo: entra in tensione con i principi richiamati dall’articolo 9 e dall’articolo 41 della Costituzione. Non protegge il bene collettivo quando irrigidisce un modello che aumenta, invece di diminuire, la vulnerabilità energetica e alimenta la crisi climatica.

C’è poi il nodo dei costi, che non viene sciolto. L’intervento pubblico sul gas non abbassa davvero la bolletta: lo Stato agisce come acquirente, dentro logiche di mercato, senza dare una garanzia reale alle tasche dei cittadini. Risultato prevedibile: trasferimento di valore verso le compagnie fossili. Alla faccia della sicurezza.

Sul piano procedurale, la misura accelera le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione. Le Regioni hanno 45 giorni, poi si proroga, si rinegozia, si rimbalza. E se non bastasse, può scattare il commissario ad acta e il potere sostitutivo in caso di inerzia. Tradotto: non è semplificazione. È imposizione dall’alto.

E soprattutto: l’Italia non è il Texas. Le risorse qui disponibili sono troppo limitate per trasformare nuove estrazioni in indipendenza energetica. Quasi tutto il gas e il petrolio che consumiamo arriva dall’estero. Quindi, più produzione nazionale in quantità necessariamente limitate non abbatte i prezzi internazionali. Non protegge davvero dalle future ondate di crisi. In pratica, è un’operazione soprattutto elettorale: utile a ingraziarsi le lobby fossili, non a mettere al sicuro il Paese.

La vera sicurezza energetica ha una sola strada: azzerare petrolio, carbone e gas, e accelerare rinnovabili, efficienza ed elettrificazione. Con una retorica nazionalista cui Meloni è molto affezionata, si compensa con slogan o con quantità marginali una mancanza di strategia: “Occorre – dice la premier – essere patrioti e difendere l’interesse nazionale” poiché “vogliamo andare avanti sull’aumento della produzione nazionale di petrolio e gas perché non ha molto senso comprare all’estero questa energia, quando possiamo produrla anche qui in Italia”.

E ancora: “Ai professionisti del no, che già annunciano barricate, voglio dire una cosa molto semplice: andremo avanti, fino in fondo”. Occorre rispondere che, nei fatti, nucleare e fossili non sono né utili né tempestivi. Il nucleare ha tempi lunghi e nodi ambientali e strutturali ancora aperti. Gas e petrolio, invece, pesano sul clima adesso e hanno una parabola di durata esigua.

Una risposta credibile “qui e ora” dovrebbe puntare su rinnovabili, accumuli e reti flessibili. Eppure, dopo un’estate estrema, un’accelerazione vera in questa direzione non si vede.

Quello che emerge è un negazionismo climatico o, più spesso, una sottovalutazione ostinata degli effetti dei combustibili fossili. Non significa solo più caldo e più stress ambientale. Significa anche più conflitti armati. La critica è netta: alimentare gas e petrolio è coerente con l’aumento delle emergenze, non con la loro soluzione.

Poi c’è la contraddizione nelle scelte concrete di questo governo: freno sull’efficientamento degli edifici e sull’elettrificazione dei trasporti, con l’attenzione che resta troppo legata al motore termico e all’auto individuale. E mentre energia e geopolitica vengono piegate a un collage petrolio-gas-nucleare, collegato all’espansione delle guerre e ai piani di riarmo, le rinnovabili finiscono trattate come un corpo estraneo, anziché recuperate su un piano narrativo dal basso, come interesse locale e architettura diffusa fondata su un equilibrio tra fotovoltaico ed eolico, batterie, accumuli, mobilità elettrica, risparmio energetico.

Sottovalutare la crisi climatica significa ignorare che anche un aumento piccolo della temperatura pesa sulla produttività e mette milioni di lavoratori in condizioni termiche pericolose. Incendi e siccità non sono eventi eccezionali: diventano frequenti. E sul piano internazionale l’Italia dovrebbe spingere per la fuoriuscita dai fossili – come ricordato anche dalla Conferenza Internazionale di Santa Marta – per influenzare le decisioni nella prossima COP.

In definitiva, il Governo Meloni semplifica e accelera sui fossili invece di investire subito nella transizione. Usa scorciatoie sulle autorizzazioni e affida la comunicazione a narrazioni – nazionalismo, nucleare, indipendenza più retorica che reale – che non rispettano la velocità della crisi energetica e climatica. E così sostiene un modello infrastrutturale che proroga la dipendenza da gas e petrolio anche oltre il 2050, mentre i dati dicono una cosa sola: il costo del ritardo cresce ogni giorno.

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