Tanta Italia a Venezia 83: la mostra si chiude con Martone, Scamarcio e l’opera prima di Anna Foglietta
Quest’anno, sulla Mostra del Cinema di Venezia vi ho scritto solo di film italiani. Una pura casualità che continuiamo con alcuni degli ultimi film del Lido. Iniziamo con un veterano Fuori Concorso: Mario Martone. Il suo Scherzetto proviene dal romanzo omonino di Domenico Starnone, trasformato in sceneggiatura da Ippolita Majo e dallo stesso Martone. Il ruolo del nonno illustratore dal carattere solitario e austero è di Toni Servillo, che duella sul grande schermo con la levità imprevedibile del nipotino interpretato da Lorenzo Perrotta, uno scricciolo di sei anni, che sul set ne aveva ancora cinque.
Due generazioni lontanissime e due modi opposti di vedere il mondo in questi personaggi presi in un dialogo costante, profondo e spassoso, ma anche thrillerico e salvifico che il piccolo attore regge miracolosamente senza mai cali, mentre Servillo diventa per la prima volta spalla saggia di un bambino. Riprendendo un filo narrativo mai spezzato con la sua città, Martone ambienta il film nella Napoli odierna avvolta intorno alla stazione, un mix di palazzoni e vicoli, ricordi e decadenza, vite in alveare e spazi aperti che ci sussurrano di restanza. Questo concetto lo incarna la madre del piccolo Mario, interpretata da Serena Rossi, che lascerà in casa per tre giorni bimbo e nonno in accoppiata inedita. In questo nuovo affresco della Napoli d’oggi le classi sociali sgomitano da un pianerottolo all’altro e la magia dei fantasmi dal passato ha ancora un peso importante nella vita reale. Potrebbe essere una bella sfida avventurosa per i nonni portare al cinema i nipotini per questa commedia piacevole e sfiziosa.
Passiamo alla sezione Orizzonti, dove per la sua opera prima I figli della scimmia, il già documentarista Tommaso Landucci mette tra le braccia di Riccardo Scamarcio il suo ruolo più complesso e profondo. Il suo personaggio è marito, padre, fratello, e zio. Ma anche figlio, con un padre impegnato a farsi la piscina in giardino. Passa molta acqua invece nella vasca da bagno dove marito e moglie lavano ogni giorno un figlio adolescente con grave disabilità. Guarda al nipote coetaneo di quel figlio che ama e cura il Dario di Scamarcio, ma la stanchezza sembra vincere a volte. Fausto Russo Alesi è il volto di un fratello molto vicino ma severo nel voler determinare la vita del proprio figlio sano e sfuggente. Una nuova passione per le moto da trial passata da zio a nipote sarà la soluzione?
Landucci gira cercando la verità in fondo a ogni azione, si vede molto il tocco del documentarista nel suo approccio alla regia e agli attori. Costruisce un pastiche di cinema del reale, ci mostra una lucidità narrativa mai pietista o tesa alla ricerca del plot twist. Riesce a poetizzare la vita di provincia in un nord Italia montano con i dettagli e colpisce con garbo, più allo stomaco e alla testa che alle ghiandole lacrimali. Davvero esemplare e ricco questo esordio, nel quale Scamarcio, con i suoi molteplici ruoli, risulta fulcro di una fitta rete di relazioni costruite con immensa cura. Dal 17 settembre sarà al cinema.
Sempre per Orizzonti, Una storia segna l’esordio dietro la macchina da presa di un’attrice, Anna Foglietta. Il titolo è troppo indeterminato, se ne poteva trovare uno più caratterizzante, ma il film è molto buono. Alba Rorhwacher e Guido Caprino si calano perfettamente in questa coppia del centro Italia. La figlia è partita per l’università e loro per la prima volta dopo vent’anni si ritrovano faccia a faccia con problemi singoli o di coppia che il tran tran della vita gli serbava da un po’. Una vita alla cassa di un supermercato per lei, e una da muratore con amari al bar dopo il lavoro per lui chiederanno il conto alla coppia, non pecuniari, ma per importanti arretrati d’affetto e cura di sé.
Anche la Foglietta fa un cinema di verità cruda, casalinga, senza fronzoli, e con una direzione attoriale incredibile. Ogni cosa è misurata a un occhio esperto magari, ma il realismo di Foglietta appassiona e stringe lo stomaco sulle sorti dei suoi protagonisti. Ti fa entrare con naturalezza nelle vite dei suoi personaggi e ti emoziona con le sue finezze registiche. Uscirà in sala il 24 settembre.
Giungiamo alla Settimana Internazionale della Critica. Dei due vincitori abbiamo già parlato in tempi non sospetti, qualche giorno fa (Prima della guerra e E-I-E-I-O). Ma la Sic, in Fuori Concorso ha visto come film di chiusura Rider, di Roan Johnson e Davide Pavanello. Opera prima per il secondo, Rider è proprio un bell’esperimento che ricorda un po’ Zeta – Una storia Hip Hop, di Cosimo Alemà, del 2016. Qui un ragazzotto sbarca il lunario come corriere anche nella notte di capodanno. È qui che partirà il fattaccio che lo travolgerà insieme ai personaggi che incontrerà strada facendo. La particolarità è uno stile da musicarello, ovvero, quei film dove i protagonisti a un certo punto cantano, o rappano. Senza danze né coreografie da musical, in un sottogenere ultimamente in disuso, ma qui utile agli approfondimenti interiori dei personaggi.
Protagonista Lorenzo Aloi, buona l’espressione del suo sbattimento da rider, insieme a Kaze, attrice e cantante che riesce a trasmettere tenerezza ritrovata e spocchia perduta del suo personaggio altolocato. Il film in fondo parla delle responsabilità che scegliamo di prenderci, delle corse contro il tempo della vita e di certi nuovi durissimi mestieri, nonché delle conseguenze che cambiano per ognuno di noi, a seconda dei nostri santi in paradiso. I registi propongono uno sguardo sulle classi sociali metropolitane con punti di vista piuttosto originali su una Milano notturna e sfuggente. Uscirà al cinema l’8 ottobre. #PEACE
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