וואלהדיווח ראשוני: פלסטינים תקפו באבנים קבוצת מטיילים סמוך למיצדThe Jerusalem PostParashat Ki Tetze: Set adrift on the island of ElulInquirerPNP to tighten firearm safekeeping rules after Zamboanga shootingDaily MaverickKilling of Guinea-Bissau rapper sends opposition undergroundESPNTransfer rumors, news: Arsenal want Yildiz as Al Hilal add Martinelli to shortlistBollywood HungamaAnimal Park Update: Pranay Reddy Vanga reveals Sandeep Reddy Vanga will take 6-month break after Spirit before starting Ranbir Kapoor starrerХабрGOFFEE (Paper Werewolf): Как мы разбирали агента COW — наследника PoseidonScreen RantPokemon Delta Reign Officially Releases November 2026Collider'Doctor Who' Is Officially Getting Replaced by a New British Sci-Fi SeriesDigital SpyExclusive: Emmerdale star reveals new direction for April after dark storylinesRapplerFACT CHECK: UPLIFT program does not offer P5,000 cash aid, rice subsidy to all FilipinosThe VergeMy big, fat, technophobic cat
The Daily Newsstand · Free, Always
Friday, August 21, 2026

Cinema e tv, trasparenza a metà nell’uso del denaro pubblico: c’è un deficit di accountability

Translate

Cinema e tv, trasparenza a metà nell’uso del denaro pubblico: c’è un deficit di accountability

Icona dei commenti Commenti

Nel mentre tutto tace, a distanza ormai di una settimana dal Ferragosto, sia sul fronte “cinema” (la gestazione sospesa della nuova legge su cinema e audiovisivo, la cui approvazione a Montecitorio è stata rimandata dal 6 agosto al 9 settembre), sia sul fronte “televisione” (nessuno sembra preoccuparsi, al Governo, dell’irrealizzato adeguamento della governance e di altre norme al regolamento European Media Freedom Act alias Emfa), uno degli aspetti dello “scandalo Ranucci” (la ancora oscura dinamica dell’attentato al conduttore orchestrato dal suo controverso amico Lavitola) merita attenzione: i costi della trasmissione.

Alcune testate filogovernative hanno gridato allo scandalo, pubblicando documenti aziendali interni con modalità polemiche e prive della necessaria attenzione, attribuendo compensi ai giornalisti ignorando (volutamente) che si trattava di budget relativi al costo totale dei servizi (spese di trasferta, riprese, montaggio e produzione, ecc.). Un tipico caso di “trasparenza selettiva” ovvero di “trasparenza a metà”, con dati parziali e strumentali a tesi preconcette. Questa non è “informazione”, ma “deformazione”.

La questione merita di essere inserita nell’ambito di una sana quanto rara critica complessiva al deficit di trasparenza nella utilizzazione del danaro pubblico, sia esso destinato a sostenere il settore cinematografico-audiovisivo, sia la radiotelevisione pubblica: da diversi decenni, vado sostenendo che uno Stato liberale e democratico dovrebbe rendicontare sempre e comunque l’utilizzazione del danaro dei contribuenti, assicurando la massima trasparenza, e garantendo anche una rendicontazione dell’efficienza ed efficacia dell’intervento della mano pubblica.

Nel linguaggio anglosassone il termine che risponde a questa esigenza è “accountability” ed è riferito al diritto degli “stakeholder” – in questo caso intesi come cittadini (contribuenti) – di conoscere come lo Stato spende il danaro pubblico. “Trasparenza” significa mettere i dati a disposizione. “Accountability” significa essere obbligati a renderne conto: spiegare perché si è speso, con quali risultati, secondo quali indicatori e con quale rapporto tra costi e benefici.

Ciò deve avvenire attraverso strumenti conoscitivi come il “bilancio sociale” e le “valutazioni di impatto”: sulla carta ciò spesso avviene, anche in Italia, ma in forma blanda ed edulcorata, e clandestinamente. Basti pensare che la Rai non ha mai presentato pubblicamente il suo bilancio sociale (che pure produce, spendendo ogni anno centinaia di migliaia di euro), così come il Ministero della Cultura e specificamente la Direzione Cinema e Audiovisivo produce sì una “valutazione di impatto”, ma semi-clandestina e all’acqua di rose (anch’essa assorbe non indifferenti risorse pubbliche).

Entrambi i soggetti ritengono di avere così la coscienza a posto. Perché sulla carta (sulla carta soltanto, appunto!) rispettano la regola essenziale della “accountability”, ma di fatto aggirano lo spirito autentico che dovrebbe caratterizzarla, ovvero l’affidamento di questi report a soggetti terzi, indipendenti, autonomi rispetto al committente.

Di fatto, si tratta di un inganno della buona fede della cittadinanza. In altre parole, di una presa in giro. Quando il centro-destra “denuncia” i costi di Report (che sono oggettivamente modesti rispetto a tanti altri programmi Rai che peraltro non portano altrettanta pubblicità nelle casse della tv pubblica: basti pensare al caso surreale di Bruno Vespa con un compenso personale che veleggia oltre i 2 milioni di euro l’anno) mette in atto una ipocrisia estrema, perché non si pone “il problema” della trasparenza (e dell’efficacia) di tutte le trasmissioni, e propone invece delle ardite (pseudo) rivelazioni, prive di reale significatività in assenza di confronti metodologicamente affidabili…

Si estrapolano dati funzionali a tesi ideologiche. Una vera e propria manipolazione.

Da molti anni, il centro di ricerca indipendente che ho fondato nel 1992 – l’Istituto italiano per l’Industria Culturale IsICult – ha coniato proprio la formula “trasparenza a metà”, per denunciare queste basse pratiche: dire e non dire, spiegare e non spiegare, dando dei numeri e omettendone altri… spesso con la complicità di società di consulenza compiacenti e finanche di università ben prezzolate che si prestano al gioco, divenendo servili portatori d’acqua del Principe di turno.

Queste basse pratiche non riguardano naturalmente soltanto le industrie culturali e creative, ma anche settori non meno nevralgici del Paese come la sanità: in Italia continua purtroppo a prevalere una tendenza a non studiare seriamente gli effetti delle politiche pubbliche.

Nel sistema culturale queste dinamiche patologiche assumono una pericolosità particolare, perché riguardano i modelli valoriali che influenzano la popolazione tutta (intesa anche come massa di elettori). Ed emergono spesso numerologie fantasiose “ad usum Delphini”, polemiche costruite su dati manipolati (nel bene e nel male) ideologicamente. Vengono costruite “rappresentazioni” della realtà che sono ben lontane dalla vera verità della realtà stessa che vorrebbero fotografare.

Schiere di sociologi e giornalisti al servizio del Principe reggono il gioco, anche a livelli professionali insospettabili. Col governo di centro-destra la situazione è peggiorata, e non era granché positiva nemmeno ai tempi dei governi di centro-sinistra. Il punto, dunque, non è difendere “Report”, né attaccarlo. Il punto è pretendere dalla Rai per “Report” gli stessi dati, gli stessi indicatori e gli stessi criteri di valutazione utilizzati per qualsiasi altro programma; e pretendere dal Ministero della Cultura lo stesso rigore per ogni euro destinato al cinema e all’audiovisivo…

Fino a quando continuerà a prevalere questa (sotto)cultura della “trasparenza a metà”, anche la storica lezioni di Luigi Einaudi del “conoscere per deliberare” (titolo della celebre “Predica inutile” del 1956) resterà lettera morta. A distanza di 70 anni, una… “predica” purtroppo… “inutile”.

View the original on Il Fatto Quotidiano

KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.