Stellantis, calo senza fine: margini ridotti, incertezze in Usa e Sud America e fondi speculativi. Così il titolo è sempre più in rosso
Non basta vendere più automobili e furgoni commerciali, non è sufficiente nemmeno assicurare che il recupero dei margini seguirà quanto dettato nel piano industriale. Il titolo di Stellantis continua a essere sotto pressione, amplia il rosso ed è ormai sprofondato sotto la soglia psicologica dei 5 euro. È il peggiore nei listini di riferimento e non rimbalza neanche più. Il ritorno alle contrattazioni dopo il week end di Ferragosto ha segnato uno scivolamento di oltre il 4% a 4,43 euro in una giornata segnata da almeno tre notizie che non sono piaciute al mercato e hanno aggravato la situazione di un titolo che nell’ultimo mese ha lasciato per strada il 12 per cento, negli ultimi sei ha perso quasi il 34% e da inizio anno ha dimezzato il suo valore. Dai massimi del marzo 2024, quando si aggirava intorno ai 27 euro, il crollo è del 75%.
Neanche aver toccato un nuovo minimo storico ha portato la quotazione a tirare un sospiro di sollievo, sintomo di una situazione complicata sotto più punti di vista: oggi il titolo, dopo aver aperto nuovamente in territorio negativo, è rimasto sostanzialmente piatto. Sopra le azioni di Stellantis si aggirano le nubi nere degli analisti. Da inizio agosto, Bernstein le ha declassate a “underperform”, mentre Ubs è passata a “neutral” spiegando la rettifica del giudizio con gli elevati livelli di scorte nei concessionari, un arrivo lento sul mercato dei nuovi prodotti e un recupero non soddisfacente nel mercato statunitense, la cassaforte del gruppo. Il rating del debito di lungo periodo è stato declassato a febbraio da Moody’s e Standard&Poor’s, scivolando ai rispettivi ultimi gradini (Baa3 e BBB-) prima di “speculativo” con S&P che vede un outlook negativo.
Senza contare che il sito specializzato Investing, alcuni giorni fa, ha analizzato le posizioni nette corte – cioè la differenza tra la somma delle posizioni ribassiste e le posizioni lunghe complessive – di Piazza Affari sulla base dei dati Consob, piazzando Stellantis al quinto posto dei titoli più shortati con il 5,38% del capitale. A metà luglio era già stato il Financial Times a svelare come la casa automobilistica fosse presa di mira dagli hedge funds insieme ad altri costruttori europei (Volkswagen e Bmw) con scommesse al ribasso su debito e azioni.
In questo contesto bisogna inserire i dati trimestrali comunicati una ventina di giorni fa: Stellantis ha spiegato che la ripresa operativa è iniziata con ricavi, utile e cassa in sensibile miglioramento, ma la redditività resta ancora molto debole, soprattutto in Europa, e il raggiungimento degli obiettivi 2026 dipenderà in larga misura dalla performance del quarto trimestre. Una quadro incerto, insomma, che non è piaciuto alla Borsa e ha portato il titolo a scivolare in maniera ormai sistemica sotto i 5 euro per azione nel mese di agosto.
Il resto lo hanno fatto le notizie degli ultimi giorni. Bloomberg sostiene che il gruppo sarebbe vicino a una revisione della strategia tecnologica in Sud America per contrastare la pressione competitiva dei produttori cinesi di automobili: l’idea sarebbe quella di accelerare su veicoli elettrificati e alimentati a bioetanolo. Attraverso il responsabile dell’area, Herlander Zola, Stellantis ha spiegato come a patire la concorrenza asiatica sia in particolare Jeep, con quote in perdita in Uruguay e soprattutto Brasile, mercato chiave nel quale il gruppo la fa da padrone. Di riflesso, secondo gli analisti, c’è il rischio di una perdita di marginalità che è storicamente a doppia cifra nella regione.
Non va meglio in Nord America, area verso la quale l’amministratore delegato Antonio Filosa ha destinato circa un terzo dei 60 miliardi di investimenti previsti nel piano industriale al 2030. Lunedì, Stellantis ha annunciato il richiamo di quasi 1 milione di vetture per un problema al software che potrebbe portare al malfunzionamento della telecamera posteriore. Non solo. L’azienda ha anche avvisato che i costi per la riapertura della fabbrica di Belvidere, in Illinois, lieviteranno da 600 a 800 milioni di dollari con il contestuale slittamento della produzione commerciale dal 2028 al 2029.
Nel frattempo, vista la necessità di concentrare gli investimenti nei Paesi cardine per le vendite, si fanno sempre più insistenti le voci di una cessione dello stabilimento di Brampton, in Canada. Il sito vicino a Toronto, fermo dal 2023 per l’aggiornamento delle linee, impiega circa 3.000 dipendenti ma l’annunciato arrivo della Jeep Compass è sfumato nel febbraio 2025, sull’onda dei dazi di Donald Trump, scatenando un acceso confronto tra l’azienda e il governo. Ora, sostiene il sindacato canadese Unifor, l’azienda ne sta valutando una totale dismissione mettendo in ginocchio l’asse portante dell’industria automobilistica canadese.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.