Regeni, Meloni: 'Chiudere i canali con l'Egitto rischia di allontanarci dall'obiettivo'
"Voglio ribadire la mia vicinanza alla famiglia di Giulio Regeni, alla loro richiesta che è anche la nostra di verità e giustizia. Lo stato italiano parte civile nel processo, quindi anche noi siamo assolutamente determinati a cercare la verità sulla vicenda. La sentenza non è ancora passata in giudicato, quindi tutto andrà fatto nei modi e nei tempi in cui sarà necessario farlo. Posso dire che in questa ricerca di verità e giustizia noi abbiamo sempre utilizzato tutti i canali. Noi abbiamo utilizzato anche i canali politici e diplomatici con il Cairo, ho un po' il dubbio che chiudendo quei canali noi ci avviciniamo ai nostri obiettivi piuttosto che allontanarci da quegli obiettivi". Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nelle dichiarazioni alla stampa a Praga con il primo ministro della Repubblica ceca
Regeni, i difensori degli 007 pronti a fare ricorso in appello
Le difese dei tre 007 egiziani condannati nel processo per il caso Regeni sono pronte a impugnare la sentenza in Appello. È quanto emerge all'indomani della decisione con cui la Corte d'Assise di Roma ha inflitto dieci anni di carcere per sequestro di persona al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e ai colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed.
Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato invece assolto. Le motivazioni arriveranno tra 90 giorni, quindi tra fine dicembre ed inizio gennaio.
Il ricorso in secondo grado potrebbe portare a un nuovo passaggio davanti alla Corte costituzionale, dopo quelli già affrontati sulla questione dell'assenza degli imputati e delle consulenze di parte. I difensori degli ufficiali egiziani intendono infatti chiedere ai giudici di sollevare una questione di legittimità costituzionale riguardo alle norme introdotte dalla riforma Cartabia. In particolare, contestano il fatto che gli avvocati di imputati assenti non possano presentare ricorso senza una procura speciale firmata dagli stessi imputati. Secondo i legali d'ufficio, questa previsione potrebbe entrare in conflitto con il diritto di difesa.
La questione rischia quindi di allungare ulteriormente i tempi del procedimento. Stando a quanto filtra, un eventuale processo d'appello potrebbe non iniziare prima di due anni. Un aspetto tutt'altro che secondario, perché si affaccerebbe il tema della prescrizione: per il reato di sequestro di persona, infatti, il termine è di dodici anni dai fatti contestati. Dal canto suo la Procura attenderà il deposito delle motivazioni per poi decidere se procedere con un eventuale ricorso. Infine per quanto riguarda le provvisionali disposte ieri e in particolare quella da 150 mila euro in favore della Presidenza del Consiglio dei Ministri, parte civile nel processo, spetterà all'Avvocatura dello Stato procedere con una eventuale richiesta all'autorità egiziane per ottenere il pagamento.
Intanto il ministro degli Esteri Antonio Tajani si dichiara "stupito dalle polemiche" per le sue dichiarazioni dopo la sentenza. "Mi sono limitato a fotografare la sentenza di ieri. E proprio perché è una sentenza limitata, perché non ci dice chi sono gli assassini di Regeni, noi vogliamo che si faccia piena luce su questo. Non abbiamo mai mollato e non copriamo nulla. Vale più l'azione diplomatica che il clamore, perché noi non abbiamo mai rinunciato a insistere con le autorità egiziane, in ogni incontro, su quello che per noi è fondamentale, scoprire la verità, scoprire chi sono gli assassini di Regeni", ha detto a margine di un evento.
"Io non sono cauto. Io ho detto quello che è il contorno della sentenza. Bisogna andare avanti con grande serietà, abbiamo sempre insistito con le autorità egiziane affinché collaborassero. Con lo stesso impegno, la stessa discrezione, che non devono essere sbandierati, abbiamo fatto uscire dall'Egitto Patrick Zaky e stiamo lavorando per portare a casa Nessy Guerra e sua figlia. Senza clamore e senza propaganda". Lo ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani rispondendo ai cronisti sul caso Regeni. "Noi vogliamo che si vada avanti", ha insistito Tajani, secondo il quale "non si deve strumentalizzare" quanto avvenuto.
Video Tajani: 'Condannate tre persone, non il Cairo'
M5s: Tajani venga in aula Senato. Pd-Avs-Iv si associano alla richiesta
Al Senato il M5s ha ribadito la richiesta che il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervenga in aula dopo le sue dichiarazioni sulla sentenza per la morte di Giulio Regeni e le conseguenze nei rapporti tra Italia ed Egitto. Alla richiesta formale del capogruppo Luca Pirondini, si sono associati i senatori del resto del centrosinistra con Susanna Camusso per il Pd, Silvia Fregolent di Iv e Tino Magni di Avs. Pirondini ha iniziato il suo intervento rivolgendo "un abbraccio affettuoso e caloroso alla madre di Giulio Regeni" e immaginando - ha aggiunto - che fosse condiviso da tutta l'aula. Poi ha ricordato: "Giulio Regeni ha conosciuto sulla sua pelle 'tutto il male del mondo'. Questa frase la disse sua madre, Paola Regeni. Dopo dieci anni, una sentenza della Corte d'Assise di Roma ha condannato tre appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani per il suo sequestro. Davanti a questo, Antonio Tajani ha scelto di sottolineare che 'non è stato condannato l'Egitto'. Ma lo sa Tajani che è ministro degli Esteri italiano? Quale risposta intende dare il Governo italiano a una sentenza che riguarda la morte di un cittadino italiano?" ha detto ricordando che "per dieci anni le autorità egiziane non hanno fornito la piena collaborazione richiesta dalla magistratura italiana". Quindi ha continuato: "Cosa intende fare ora il Governo? Quali conseguenze politiche intende trarre? Giorgia Meloni in tutto questo continua a tacere, stavolta non dice nemmeno che 'non condivide nè condanna'. Eppure cosa c'è di più sovranista che chiedere conto al Cairo del sequestro di un italiano?". E ha concluso: "Dopo dieci anni, la famiglia Regeni e tutti i cittadini italiani hanno diritto a vedere un governo che difende l'onore dell'Italia anzichè rispondere con tutta la pavidità del mondo".
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