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Thursday, October 8, 2026

Data center, miliardi di investimenti e briciole ai territori: il boom dell’IA in un contesto normativo inesistente. Le analisi dal Politecnico sugli impatti

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Data center, miliardi di investimenti e briciole ai territori: il boom dell’IA in un contesto normativo inesistente. Le analisi dal Politecnico sugli impatti

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Pochi mesi dopo aver imposto una moratoria sulla costruzione di data center di grandi dimensioni, nei giorni scorsi la governatrice di New York, Kathy Hochul, ha fatto una raccomandazione ben precisa alle amministrazioni locali. Chiedano agli sviluppatori che propongono la realizzazione di nuovi campus per l’intelligenza artificiale di fare investimenti per la comunità: almeno 1 milione di dollari per ogni megawatt di energia elettrica richiesto. Gli investimenti, si legge in un documento citato da Reuters che ha diffuso la notizia, aiuterebbero le comunità in cui vengono costruiti i data center a “condividere equamente il valore economico a lungo termine generato da questi progetti”. Il braccio economico dello Stato di New York, Empire State Development, per bocca del suo presidente, ha poi sottolineato come “la crescente domanda di data center da parte dell’economia dell’innovazione deve essere accompagnata da standard condivisi che garantiscano benefici alle comunità”.

La notizia è passata abbastanza sottotraccia in Italia, nonostante il Paese sia in piena fase espansiva nel settore, con tutto ciò che ne consegue. Secondo gli ultimi dati Terna, a fine agosto le domande di connessione alla rete elettrica hanno superato i 100 Gigawatt. Utilizzando il parametro della governatrice di New York, per le comunità locali significherebbe un potenziale incasso dell’equivalente in euro di cento miliardi di dollari. Invece qui si va in una direzione molto diversa. Il contesto normativo è praticamente inesistente e le compensazioni spesate dagli sviluppatori hanno un valore insignificante rispetto alla portata del business. La Lombardia, che è un vero e proprio bengodi per gli sviluppatori di data center, è l’unica regione ad aver emanato una legge ad hoc che pure avrebbe moltissimo margine di miglioramento. A partire appunto dalle compensazioni richieste a chi costruisce su terreni agricoli, invece di riconvertire aree industriali dismesse. La cittadinanza, poi, inizia a gradire sempre meno: quando non spuntano i capannoni, con i loro gruppi elettrogeni di backup a diesel che vanno periodicamente messi in moto per manutenzione, ci sono le stazioni elettriche che Terna costruisce (è obbligata a farlo) apposta per collegarli alla rete elettrica nazionale. E non sono poca cosa, anzi. A Trezzano sul Naviglio, per esempio, salvo interventi dall’alto, è in arrivo un bestione da 67mila metri quadrati in pieno Parco Agricolo Sud Milano. Che però sarebbe protetto. E qui c’è la questione ambientale: al netto del fatto che le infrastrutture a servizio dei campus dell’intelligenza artificiale non vengono comprese nella valutazione dell’impatto ambientale, restano le questioni del consumo di suolo, delle isole di calore, dell’acqua e dell’inquinamento visivo, acustico, eccetera. Tutti punti sui quali esistono molte domande e pochissime risposte. Per il semplice fatto che non c’è un track record tale da poter dare dei riscontri statisticamente validi.

Cosa ci guadagna e cosa ci perde chi vive accanto a un data center?

Questo genera ulteriore agitazione nella popolazione, che sempre più si riunisce in comitati e associazioni contro i data center. Secondo gli addetti ai lavori in particolare sul lato della comunicazione, peró, è solo una questione di qualità del dialogo. In pratica, sostengono, bisognerebbe coinvolgere di piú le comunità e far comprendere meglio alla cittadinanza qual è l’importanza dei data center, quali investimenti portano al paese -l’Osservatorio data center parla di 7 miliardi tra il 2023 e il 2025, mentre da qui al 2028 ne sono attesi altri 25 – e quali ritorni possono avere anche i territori che li ospitano.

Purtroppo, vista la facilità con cui i comuni concedono i permessi per un tozzo di pane o poco più, anche considerando casi di eccezionale generosità, sul fronte dei ritorni non risulta al momento niente che sia paragonabile al milione di dollari per megawatt chiesto dallo Stato di New York. E poi c’è il rovescio della medaglia: cosa ci perdono i cittadini ad avere il datacenter come vicino di casa? Ancora non è ben chiaro. Secondo un gruppo di lavoro del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano (Dastu), “gli impatti sul sistema energetico, in particolare sulla rete elettrica, dei DC sono assodati e diffusamente illustrati dalla letteratura, e lo scenario del territorio metropolitano di Milano mostra una situazione di crescente pressione, i cui effetti dovranno essere in futuro indagati puntualmente”, si legge in un documento depositato in primavera in Lombardia, nell’ambito di una consultazione sulla bozza della legge regionale sui data center approvata a maggio. “Sarebbe necessario porre dei vincoli che spingano alla maggiore efficienza possibile degli impianti di Data center, sulla base di alcuni indicatori internazionalmente riconosciuti come PUE (Power Use Effectiveness), WUE (Water Use Effectiveness), ERF (Energy Reuse Factor), richiamati anche nel Regolamento Europeo 2024/1364 – era uno dei suggerimenti -. Si tratta di indicatori che misurano efficienza nell’uso dell’energia elettrica, dell’acqua e nel riuso del calore di scarto che sono tra loro interrelati (in alcuni casi al diminuire di uno aumenta un altro) e che non possono essere letti in maniera indipendente”.

Mancano dati e standard di riferimento

La situazione è talmente poco chiara che la Commissione Europea, come ricordavano dal Dastu, ha avviato un processo di valutazione dei dati finora raccolti per “definire in maniera adeguata dei valori soglia di legge”. Per questi motivi il gruppo di studio riteneva che, “seppure sia prematuro per l’assenza di dati disponibili fissare oggi dei limiti”, Regione avrebbe potuto rinviare a un provvedimento attuativo “relativo a specifici requisiti di efficienza e sostenibilità da definire in futuro, che recepisca eventuali valori definiti a livello europeo o ne definisca altri ad hoc”, mentre gli impianti già operativi andrebbero normati con un altro provvedimento. Nel frattempo, durante l’estate, sono stati definiti degli standard comunitari rispetto all’etichettatura dell’efficienza energetica dei data center che andrà recepita anche dalla Lombardia. L’altro punto che veniva evidenziato dal gruppo di lavoro del Dastu è la cabina di regia regionale che, auspicavano gli urbanisti del Politecnico, dovrà necessariamente essere “un organismo del tutto indipendente, dunque formato da soggetti pubblici o con ruoli di gestione di beni pubblici”, con una presenza “plurale anche di dipartimenti universitari con competenze molteplici (architettura, urbanistica, ingegneria elettrica, ingegneria idraulica, economia, sociologia)”. Si vedrà. In ogni caso, concludeva il documento, “l’assenza di dati affidabili sulla molteplicità degli impatti è al momento – in Italia e in Europa – il principale ostacolo alla redazione di politiche efficaci e consapevoli”. Così, a maggior ragione, bisognava che “la raccolta dati su acqua aria ed energia sia effettuata da un soggetto terzo e pubblico”, mentre adesso è “affidata unicamente agli operatori”. Quanto al consumo di suolo, il Dastu rilevava come a marzo “sui 33 progetti (in costruzione + in valutazione) 13 sono su aree libere, e occupano il 53% del totale delle aree occupate da DC in progetto, per un totale di 120 ettari (oltre 160 campi da calcio)”. E l’incremento del costo di costruzione per chi sceglie le aree libere invece di quelle industriali da riconvertire previsto dalla norma non è di grande efficacia: “si configura come una deroga all’utilizzo delle aree dismesse ed inoltre produce un’idea che chi paga di più è autorizzato a consumare suolo”. Infine, “le misure compensative dovrebbero essere esplicitamente di carattere ecologico (e non solo “ambientale”, definizione sotto cui si raggruppano oggi una molteplicità di interventi)”.

Le due anime del Politecnico

Decisamente più ottimista l’Osservatorio Data Center che è pure del Politecnico di Milano: bisogna evitare “percezioni improprie circa l’impatto ambientale, energetico e territoriale dei Data Center”, dice in un documento analogo depositato in Regione a marzo sempre in occasione della gestazione della legge lombarda. Intanto, si sottolinea, “nel contesto lombardo e, in particolare, nell’area milanese (Città metropolitana di Milano e province limitrofe), ad oggi, non si registra alcun rischio di saturazione energetica”. A livello nazionale, invece, si fa notare che “già oggi il settore sta adottando strumenti di approvvigionamento sostenibile, quali i Power Purchase Agreement (PPA) su base rinnovabile, integrando, ove possibile, anche impianti di produzione in loco”. L’Osservatorio ritiene quindi che “la pianificazione energetica regionale debba tener conto di questa traiettoria evolutiva, evitando riflessioni basate su percezioni di rischio non fondate. La vera priorità risiede nella gestione dell’allacciamento all’alta tensione”. Quanto ai gruppi elettrogeni di backup, “è opportuno precisare che funzionano per meno di 100 ore l’anno, ovvero solo in situazioni straordinarie o di manutenzione, con impatti ambientali minimi”. Quindi “appare necessario distinguere tra consumo energetico strutturale e percezione di impatto ambientale“. Per l’Osservatorio, poi, anche la questione dell’acqua è “spesso oggetto di valutazioni imprecise o basate su percezioni non tecnicamente fondate”. L’analisi della struttura del Politecnico di Milano che tra i suoi sostenitori conta operatori del settore come Equans, Legrand, Retelit, Amazon web services, Data4, Keypers, Digital Realty o Sirti, “evidenzia che la maggior parte dei Data Center operativi in Italia impiega sistemi di raffreddamento a circuito chiuso, in cui l’acqua viene reimmessa e riutilizzata ciclicamente, limitando in modo drastico il consumo effettivo”. E poi, aggiunge, “i Data Center dotati di torri evaporative o sistemi di raffreddamento ad alto consumo idrico rappresentano oggi una quota minima del totale nazionale”. In conclusione secondo l’Osservatorio del Politecnico “il funzionamento dei Data Center non genera pressioni rilevanti su aria o acqua: i gruppi elettrogeni operano per poche ore all’anno e il sistema idrico è gestito prevalentemente in circuiti chiusi. La presunta “pericolosità ambientale” attribuita a tali infrastrutture non trova riscontro nei dati tecnici né negli indici di consumo effettivo registrati”. Resta da capire a quale anima del Politecnico votarsi.

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