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Thursday, September 17, 2026

La condanna dei leader Uck per crimini di guerra riattizza le tensioni in Kosovo: “La sentenza è vista come un attacco alla lotta contro i serbi”

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La condanna dei leader Uck per crimini di guerra riattizza le tensioni in Kosovo: “La sentenza è vista come un attacco alla lotta contro i serbi”

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Negli ultimi giorni il sentimento predominante tra le strade di Pristina aveva i tratti di una speranza collettiva. L’aspettativa era che Hashim Thaçi, uno dei principali leader che negli anni Novanta guidò la guerra contro la Serbia tra le fila dell’UÇK (l’Esercito di Liberazione del Kosovo), sarebbe stato assolto dalle accuse per le quali era sotto processo dalle Camere specializzate per il Kosovo, il tribunale speciale con sede all’Aia. A questo sentimento di speranza, migliaia di kosovari avevano guardato come a uno specchio che avrebbe restituito loro l’immagine di una storia un po’ più orientata sulle loro posizioni. Così, quando nella tarda mattinata di mercoledì dai maxischermi allestiti in città è stata annunciata la sua condanna a 25 anni di carcere per alcuni dei crimini di guerra commessi durante la guerra del 1998-2000, un senso generale di rabbia e delusione ha animato la folla.

“Per molte persone in Kosovo, questa vicenda riguarda molto più di Thaçi e gli altri tre leader (Jakup Krasniqi è stato condannato a 25 anni, Kadri Veseli a 18 e Rexhem Selimi a 13, ndr). Tocca il modo in cui viene ricordata la guerra e, in una certa misura, anche il modo in cui viene percepito lo stesso Esercito di liberazione del Kosovo – spiega a Ilfattoquotidiano.it Valon Arifi, attivista kosovaro per i diritti umani il cui lavoro è focalizzato sulle relazioni tra Pristina e Belgrado – Per la stragrande maggioranza della popolazione, l’UÇK resta la forza che ha combattuto per la libertà del Paese e ha contribuito alla protezione di gente a cui per più di un secolo sono stati negati i diritti fondamentali. È per questo che l’UÇK occupa un posto così importante nella memoria collettiva degli albanesi del Kosovo. Anche se dal punto di vista giuridico il tribunale sta giudicando singoli imputati, la condanna di Hashim Thaçi e degli altri leader è vissuta come un attacco all’intera eredità di quel periodo”.

Le Camere specializzate per il Kosovo, composte da giudici e avvocati internazionali, sono profondamente impopolari in Kosovo. Sotto la pressione internazionale, nel 2015 Pristina accettò l’istituzione di questo tribunale il cui compito è quello di giudicare, sulla base del diritto kosovaro, i casi di crimini di guerra riguardanti ex guerriglieri dell’UÇK. A causa del rischio di intimidazione dei testimoni, molti hanno deposto a porte chiuse, rendendo più difficile per l’opinione pubblica seguire il procedimento. “Non direi che un testimone protetto sia automaticamente inattendibile. In procedimenti delicati la protezione dei testimoni può essere necessaria. Tuttavia, quando una parte così significativa del processo coinvolge persone protette e materiale che il pubblico non può verificare autonomamente, è inevitabile che sorgano dubbi e diventi più difficile mantenere la fiducia dell’opinione pubblica”, spiega Arifi. “Una delle ragioni dello scetticismo riguarda anche il modo in cui è stato costruito il procedimento. Il riferimento alla joint criminal enterprise, uno dei concetti giuridici al centro del processo, ha alimentato ancora di più il timore che le responsabilità individuali dei singoli imputati possano finire per essere associate all’UÇK nel suo complesso”.

In una manciata di giorni, i punti di sutura che nei Paesi dell’ex Jugoslavia danno il perimetro a una fragile calma sono stati messi alla prova da diversi strappi, legati al succedersi di eventi in cui è difficile non intravedere una sinistra geometria. Solo una decina di giorni fa, migliaia di serbi nazionalisti prendevano parte ai funerali di Ratko Mladić, il criminale di guerra incarcerato a vita all’Aia per crimini contro l’umanità commessi in Bosnia-Erzegovina e celebrato anche con il benestare del governo del presidente serbo Aleksandar Vučić. In questo contesto, è complicato immaginare degli sviluppi significativi nel percorso di pacificazione nei Balcani. Nello specifico, i rapporti tra Kosovo e Serbia proseguono faticosamente da anni sotto la spinta di Bruxelles, con molti stop e pochi reali passi in avanti.

“C’è ancora molta strada da fare. La riconciliazione non può essere imposta dall’esterno. Deve essere costruita sulla verità, sulla giustizia e sul riconoscimento delle sofferenze di tutte le vittime. Anche il modo in cui politici, media e società reagiranno a questa condanna sarà importante. Può contribuire alla riconciliazione oppure approfondire le divisioni, a seconda di come verrà interpretata e utilizzata – conclude Arifi – Questo significa anche considerare la necessità di affrontare ciò che ancora oggi resta irrisolto, ossia il tema delle persone scomparse, l’accesso agli archivi, il sostegno alle vittime e un’educazione che permetta alle nuove generazioni di conoscere le diverse esperienze della guerra. Senza questi elementi, il rischio è che la sentenza venga letta soltanto attraverso le divisioni già esistenti”.

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