“Ecco perché ho deciso di lasciare Israele”. La storia di Hagai Agmon-Snir, emigrato ideologico: “Non voglio essere complice dell’apartheid”
“Mia moglie e io non siamo disposti a crescere figli e nipoti per poi sentirci chiedere un giorno dove eravate mentre venivano commessi i crimini di guerra a Gaza e i crimini contro l’immunità in Cisgiordania. Quando abbiamo capito che la nostra possibilità di cambiare le cose dall’interno era arrivata a zero, abbiamo capito che dovevamo agire e siamo andati via”. Hagai Agmon-Snir è un ebreo israeliano. Nel 1999 ha fondato il centro interculturale per la pace a Gerusalemme e da oltre vent’anni si è impegnato in prima linea per il dialogo e per la pace. Ma a luglio di quest’anno ha scelto di lasciare Israele insieme alla moglie per una scelta di “emigrazione ideologica” e oggi vive in Italia.
“La disperazione di fronte a un conflitto nasce soprattutto da due cose. Il senso di impotenza e la mancanza di fiducia” racconta l’attivista nel corso di una serata al teatro Elfo Puccini di Milano organizzata da Mai indifferenti e dal Laboratorio Ebraico Antirazzista. “Quando si chiede alla persona che cosa dovrebbe fare la sua parte, la risposta quasi sempre è, prima di tutto, deve farlo l’altra parte, e dall’altra parte succede la stessa cosa. Questa è l’impotenza. E poi si sente ripetere con profonda disperazione, non c’è nessuno con cui parlare dall’altra parte, è la mancanza di fiducia. Per me il meccanismo è molto semplice. Quando ci sentiamo impotenti e non ci fidiamo dell’altra parte, nasce la disperazione. Ma vale anche il contrario. Quando sentiamo di poter fare qualcosa e iniziamo a costruire fiducia, nasce la speranza”.
Per anni a Gerusalemme, Hagai Agmon-Snir ha costruito processi locali di condivisione tra ebrei e palestinesi “che hanno dato ai residenti, palestinesi ed ebrei, un reale senso di possibilità e di fiducia reciproca. Purtroppo, però, a livello globale abbiamo perso la battaglia per la speranza”. Ma oggi, secondo l’attivista, “la situazione politica rende molto difficile qualsiasi soluzione che possa essere allo stesso tempo giusta e praticabile. E non c’è nessuna possibilità reale dal lato ebraico di cambiare il sistema attuale, un sistema che è la versione locale dell’Apartheid, ovvero un regime in cui i milioni di palestinesi vendono tanti diritti fondamentali alla possibilità di decidere del proprio futuro”.
E così l’attivista israeliano insieme alla moglie è arrivato alla decisione di lasciare il proprio paese. “Quando abbiamo capito che la nostra possibilità di cambiare le cose dall’interno era arrivata a zero, abbiamo capito che dovevamo agire”. Una scelta che si ispira a quelle compiute dagli anni Trenta dai fuoriusciti italiani. “Non siamo i primi a comprendere che a volte è proprio dall’esterno che si può agire con maggiore forza” dice l’attivista che, pur senza voler fare paragoni, richiama la scelta di intellettuali come Giuseppe Antonio Borgese che rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista. “Anche loro capirono che rimanere significava collaborare con il silenzio. Non se ne andarono per paura. Non se ne andarono per riposare. Lasciarono l’Italia per una scelta politica ideale, per poter essere una voce libera, per raccontare al mondo quello che stava accadendo e per continuare a lottare per il proprio paese dall’esterno”. Un riferimento che non vuole diventare un paragone.
“Non siamo profughi e non siamo esuli. La nostra vita qui in Italia è ottima e possiamo tornare a visitare Israele quando vogliamo. La nostra scelta, quindi, non è una fuga per sopravvivere, è una scelta consapevole. Abbiamo scelto di usare la nostra libertà e le nostre possibilità per continuare a lottare dall’esterno con integrità. Non ci stiamo sottraendo alle nostre responsabilità. Stiamo cambiando posizione per essere più utili, insieme a nostri compagni e colleghi che continuiamo a lottare dall’interno”.
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