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Monday, October 12, 2026

Tetto del 30% agli alunni stranieri, la stima: “Riguarderà meno di 500 classi su 369mila”. Valditara: “Non deportiamo studenti”

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Tetto del 30% agli alunni stranieri, la stima: “Riguarderà meno di 500 classi su 369mila”. Valditara: “Non deportiamo studenti”

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Saranno solo lo 0,13% delle classi, ovvero meno di cinquecento su 369mila, a dover applicare il Decreto Legge 170 con il quale il governo ha introdotto il tetto del 30% agli alunni stranieri non italofoni. Dopo settimane di polemiche, la rivista specializzata La Tecnica della Scuola ha elaborato questa proiezione sulla base delle dichiarazioni rilasciate sabato dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, durante una conferenza stampa a Monfalcone, in provincia di Gorizia, al termine di un incontro con alcuni dirigenti scolastici e i rappresentanti dell’amministrazione comunale.

Il criterio non riguarda indistintamente tutti gli alunni stranieri ma tiene conto della nascita in Italia e del percorso scolastico già compiuto nel nostro Paese. Per la primaria, il limite riguarda gli alunni con cittadinanza non italiana non nati nel nostro Paese o che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Nella secondaria il parametro considera invece la frequenza con esito positivo della scuola italiana per almeno tre anni. Requisiti che sgonfiano i timori iniziali perché con ogni probabilità saranno coinvolti in questo processo solo alcune aree del Paese.

Secondo La Tecnica della Scuola, il ministero fornirà a breve anche i territori dove sono concentrati molti stranieri che non parlano l’italiano. Come la zona di Prato, vicino Firenze, dove è presente una numerosa comunità cinese. “Certamente – ha detto Valditara – la percentuale dei ragazzi stranieri nelle scuole di Monfalcone e in alcune aree del Friuli Venezia Giulia è molto elevata, ma non è vero che noi deportiamo studenti. Questa è una fake news colossale, non è vero che spacchiamo le classi, perché si fa riferimento ai nuovi arrivati in corso d’anno. I presidi mi hanno riferito che sono tanti i neo iscritti in corso d’anno che non conosco la nostra lingua”.

Il ministro nella sua visita nel Nord Est ha sottolineato un altro aspetto, riferendosi all’incontro svolto con i presidi e i politici locali: “Tutti sono stati concordi nel dire che manca l’integrazione. Anche nelle scuole elementari e medie per certe comunità si vive separati rispetto ai ragazzi e ai bambini italiani. E questo è il primo motivo per cui molti genitori portano in scuole di altri comuni i loro figli, perché non si è creata quella comunità. Perché molte famiglie, per fortuna non di tutte le comunità, continuano a vivere secondo valori che sono anche più oppositivi rispetto ai nostri”.

Intanto, continua la protesta contro il Decreto. L’Associazione Genitori Scuola Di Donato di Roma ha diffuso un appello – condiviso da altre realtà – al Capo dello Stato e ai parlamentari: “Si indica la presenza di altri bambini come qualcosa da contenere perché i primi possano continuare a sentirsi maggioranza. Siamo di fronte a una versione contemporanea della logica delle leggi razziali. L’autorità pubblica traccia una linea tra persone, attribuisce loro un’appartenenza e fa discendere da quella classificazione un diverso trattamento. Se il problema fosse davvero la lingua, si investirebbe nell’insegnamento dell’italiano, non si fisserebbero quote in base alla cittadinanza. Sappiamo che le scuole hanno bisogno di strumenti per insegnare l’italiano a chi arriva senza conoscerlo. Sappiamo anche che la povertà, la segregazione abitativa e la diseguale distribuzione delle risorse pesano sulla vita scolastica. Queste sono però responsabilità della politica: richiedono insegnanti, mediazione linguistica, tempo pieno, servizi e investimenti per restituire sostanza ai diritti sociali. Se alcune scuole, più di altre, si trovano a dover affrontare una maggiore complessità linguistica, sociale e abitativa, la domanda dovrebbe essere un’altra: quali risorse servono a quelle scuole per garantire a tutti un’istruzione di qualità?”.

Una situazione che ilfattoquotidiano.it sta monitorando con attenzione con la campagna “Il futuro non si arma, s’insegna”: una petizione lanciata per chiedere che gli stipendi dei professori siano adeguati alle medie europee (FIRMA QUI).

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