Mazzola-Rivera, la staffetta che ha segnato un pezzo di storia d’Italia: cartoline di quando Milano dominava in Europa e nel mondo
Messico e nuvole mondiali, il grande compromesso del ct azzurro Ferruccio Valcareggi di schierare Sandro Mazzola nel primo tempo e di sostituirlo con Gianni Rivera nel secondo: giugno 1970, la parola “staffetta” entrò nel vocabolario corrente degli italiani. Che estate, quell’estate: passaggio di decennio, a proposito di staffette. Dagli anni del boom a quelli del terrorismo. Dal calcio del contropiede al football totale olandese. Epoca complessa, irripetibile: grandi sogni, miti, arte, musica, rivoluzioni, la guerra in Vietnam, il pacifismo, i giovani in piazza, illusioni, trame oscure.
L’Italia del calcio era in bianco e nero: il colore apparteneva solo a chi frequentava lo stadio. Milano dominava l’Europa, persino il mondo: due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali l’Inter (1964 e 1965), due Coppe dei Campioni (1963 e 1969) e una Coppa Intercontinentale (1969) il Milan. I due club anticiparono la staffetta: Milan campione d’Europa nel 1963, l’Inter nel 1964. Come avrebbe detto Petisso Pesaola, Valcareggi rubò semplicemente l’idea. In quel passaggio di testimone, c’era l’alternanza di simboli e mondi. Mazzola e Rivera erano i capitani di Inter e Milan. Rappresentavano le due sponde del calcio milanese. Erano icone di un’Italia diversa: Mazzola, accompagnato per tutta la vita dal dramma della scomparsa del papà Valentino nella sciagura di Superga, immagine di un’Italia più sofferta e operaia; Gianni, talento precoce, visione di un’Italia elegante e creativa. Era tutto scritto nelle facce: tormentata e baffuta quella di Sandro, spensierata e spesso ironica quella di Gianni. Mazzola era scatto bruciante, rapidità, serpentina: come quella che gli fece dribblare mezzo Vasas Budapest e infilare il pallone in rete l’8 dicembre 1966, in Coppa dei Campioni. Rivera era calcio ragionato e visioni impossibili, assist formidabili e gol sublimi, come quello che permise all’Italia di superare la Germania nella leggendaria semifinale mondiale del 17 giugno 1970. Gianni, primo Pallone d’Oro del nostro calcio, era una colata di classe pura, ma non realizzò mai una rete come quella di Sandro alla Svizzera, con sei palleggi e botta finale, il 17 ottobre 1970, esattamente quattro mesi dopo il 4-3 contro i tedeschi allo stadio Azteca.
Segnati dalla rivalità cittadina, da ruoli ingessati e dal grande equivoco in Nazionale – o l’uno o l’altro, ma era davvero impossibile farli giocare insieme? -, Mazzola e Rivera si ritrovarono a condividere l’idea di un sindacato di categoria. Erano i tempi dei giocatori trattati come merce di scambio. Il calcio mercato aveva le logiche dei vaccari. I presidenti possedevano il dominio assoluto. I contratti avevano validità dodici mesi. Ogni estate i giornali riportavano le cronache delle battaglie per gli ingaggi. Gli stipendi erano decorosi, ma lontani anni luce dalla realtà di oggi e, soprattutto, erano a tempo. Trascorso un anno, si ripartiva da zero. Programmare le vite post carriera era un vero problema. Il 3 luglio 1968, Mazzola e Rivera, insieme a altri protagonisti di quell’epoca (Giacomo Bulgarelli del Bologna, Giancarlo De Sisti della Fiorentina, Giacomo Losi della Roma, Ernesto Castano della Juventus, Eugenio Rizzolini del Brescia, Gianni Corelli, Giorgio Sereni e Carlo Mupo), guidati dall’avvocato Sergio Campana che avrebbe diretto il sindacato per oltre 40 anni, diedero vita all’Associazione Italiana Calciatori. Quel giorno non ci furono staffette tra Rivera e Mazzola, ma una totale condivisione, di idee e di vedute.
L’ultima intervista rilasciata da Mazzola un mese fa, a Filippo Conticello della Gazzetta dello Sport, è un testamento di “Baffo”: “Stringo ancora nei sogni la mano di mio padre Valentino al Filadelfia. Gli parlerei dei miei figli Ilaria, Valentino, Sandro e Paolo, e dell’Inter: i due amori che si dividono il mio cuore. Mi sento di dire grazie per il mio lungo viaggio a mia mamma Emilia e a mia moglie Graziella. Conobbi Graziella da ragazzo: bionda, occhi azzurri, famiglia benestante, lei in Spider, io in tram. Si innamorò di me quando non avevo niente. L’Inter è stata la salvezza della mia vita. Con Rivera, sana rivalità e grandissimo rispetto. Eravamo le due metà di Milano: io famiglia e calcio, più riservato; Gianni più da prime pagine. Insieme a altri grandi di quell’epoca, fondammo l’associazione calciatori, nonostante le pressioni contrarie, persino del governo. Vorrei essere ricordato come un brav’uomo, che se la gioca anche quando è impossibile vincere. Come in quel 9-1 incassato contro la Juve il giorno del mio esordio, come ora che sto giocando una partita più grande: proverò a portarla ai supplementari, magari ai rigori. Prima di smettere, dico però ai giovani: abbiate sogni, credeteci e sacrificatevi”. La staffetta è finita. Gianni Rivera, con il testimone in mano, è un uomo più solo.
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