"Serpenti" racconta il panorama grottesco di un Paese ostaggio della burocrazia

De Paolis abbandona la macchina a mano adoperata per i suoi due precedenti film adottando qui un'impostazione teatrale, in cui è immediato riconoscere la suddivisione in atti. È un cinema fatto di tempi dilatati, con una comicità che ricorda certo cinema asiatico o la voglia di dissacrare senza uscire dalle righe del quaderno di tanta commedia belga (si pensi a come la religione viene desacralizzata in Dio esiste e vive a Bruxelles, per esempio). Anche attori che conosciamo e che a prima vista ripropongono le loro solite maschere (Borghi, Castellitto jr, Golino) in realtà appaiono ripresi da una luce straniante, che quasi ne deforma la recitazione. In questa atmosfera onirica, dove tutto viene destrutturato, soprattutto quando si esce finalmente dal commissariato, è normale per lo spettatore sentirsi disorientato. Chi andrà al cinema sperando in un film lineare, spinto dall'amore per i membri del cast, rischierà di restare bruciato da questo affresco pieno di slow-motion in cui i protagonisti scivolano fuori dalla scena come serpenti.
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