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Sunday, October 25, 2026

“Milano non è una città dove crescere in modo sano. A Lisbona siamo più felici e pago meno tasse”

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“Milano non è una città dove crescere in modo sano. A Lisbona siamo più felici e pago meno tasse”

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A volte, a cambiare la direzione di una vita non è un licenziamento, uno stipendio troppo basso o un’offerta arrivata dall’altra parte del mondo. È una figlia che nasce e ti costringe a guardare la città in cui vivi con occhi diversi. Per Andrea Villa, 43 anni, è successo a Milano nel 2020. Lavorava in una società italiana che opera nel settore alimentare, dove dal 2018 si occupava del mondo dell’ospitalità. Un contratto solido, autonomia, un bell’ambiente di lavoro. Poi è nata sua figlia, e quella stessa città ha cominciato a sembrargli inadatta alla famiglia che stava costruendo. “Ti rendi conto che non è proprio una città disegnata per far crescere una famiglia in maniera sana”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Due anni dopo, nel luglio 2022, sua moglie gli ha dato una risposta quasi istintiva alla proposta di cambiare vita: “Lisbona”.

A gennaio 2023 erano già lì. La scelta del Portogallo non nasce da un calcolo fiscale. Andrea e sua moglie avevano già trascorso del tempo a Lisbona e ne avevano conservato una sensazione precisa: una città semplice, ancora capace di vivere di relazioni umane e di ritmi meno compressi. Andrea decide di lasciare il lavoro dipendente e tornare a fare il consulente, mettendosi in proprio. “È stata solo ed esclusivamente una scelta per essere più felici, per essere più sereni e per crescere in maniera un pochettino più sana, più naturale”.

I vantaggi economici li avrebbe scoperti dopo. L’ultimo anno, da partita Iva, in Italia aveva pagato ben oltre il 50% di tasse. In Portogallo, oggi, ne paga circa un terzo. La differenza non è rimasta soltanto sulla dichiarazione dei redditi: è entrata nella vita quotidiana. Quando è partito aveva pagato il trasloco, l’anticipo per la casa e si era ritrovato “con niente sul conto corrente”. In tre anni ha invece cominciato a mettere da parte denaro, a viaggiare, a pensare persino all’acquisto di una casa. “Ragionamenti che anni fa sarebbero stati utopici per me”.

Ma la questione fiscale, insiste, è arrivata dopo. A convincerlo è stato soprattutto ciò che accade fuori dal lavoro. A Lisbona, Andrea ha trovato una quotidianità che mette al centro la figlia, oggi di 6 anni. La bambina frequenta una scuola semi-privata, parla tre lingue e cresce circondata da persone di origini differenti. “La sua migliore amica è israeliana, un altro amico è portoghese. Mia figlia cresce senza sapere qual è la differenza tra un ragazzo caucasico e un bambino di colore”. È questo, per lui, il valore più importante della scelta compiuta.

E il confronto con l’Italia passa anche da gesti apparentemente piccoli. A Lisbona racconta di bambini che a 6 anni possono andare a scuola da soli, di persone che si fermano ad aiutare anche sconosciuti, di parchi vissuti la sera dalle famiglie senza quella che lui definisce “una costante sensazione di paura”. A 5 minuti da casa c’è un grande spazio verde dove ogni venerdì sera lui e gli amici organizzano picnic, mentre i bambini giocano. “Noi non li vediamo per due ore e non c’è nessuna sensazione di paura. Nel parco poi non c’è nemmeno la minima sporcizia”. Non è soltanto una questione di sicurezza. È l’idea stessa di spazio pubblico a sembrargli diversa.

Lisbona, dice, è “una città costruita dentro la natura”: parchi, colline, il Tago, l’oceano. “Andare a correre qui non è la stessa cosa che correre a Milano”. E questa possibilità di prendersi cura di sé, sostiene, ha finito per modificare anche il suo rapporto con il lavoro e con la famiglia. Il distacco dall’Italia, però, non è nato dal disamore. Andrea torna spesso per lavoro e proprio questi ritorni, racconta, rafforzano la sua convinzione di aver scelto la strada giusta. E racconta di incontrare nel mondo professionale italiano clienti che non pagano, persone che cercano di approfittarsi delle situazioni, rapporti diventati più diffidenti. “È una realtà oggi che non mi riconosco”.

Nel confronto con Lisbona, il tema della diversità diventa centrale. Andrea vede nel Portogallo “una società più abituata alla contaminazione e meno incline a trasformare le differenze in una minaccia”. E soprattutto ha trovato un ambiente nel quale sua figlia può crescere senza ricevere continuamente messaggi legati alla paura dell’altro. “È un crescere completamente diverso, sia di mente che di animo”.

Il Portogallo, precisa, non è un paradiso. I portoghesi devono fare i conti con difficoltà economiche e salari bassi, mentre una parte dei vantaggi sembra andare soprattutto a chi arriva dall’estero. Ma per Andrea, la qualità di una società non si misura soltanto dal reddito. “Conta la fiducia, la sicurezza, la cura degli spazi comuni, la possibilità di vivere la città”. E conta sapere cosa si riceve in cambio delle tasse pagate a livello di servizi. Per questo un ritorno in Italia oggi non rientra nei suoi piani. Lo dice “Con la morte nel cuore”, perché il legame con il Paese rimane, soprattutto attraverso la famiglia e i ricordi. Quando partì dal Medio Oriente, dove aveva vissuto tra il 2013 e il 2016, tornare in Italia gli sembrava ancora naturale. Oggi quella prospettiva non la vede più. E il ricordo dell’Italia che porta con sé è anche quello di un paesaggio trasformato, di quell’erba che lascia spazio al cemento. Questa cosa la soffro tremendamente”. Non perché un Paese non debba cambiare, chiarisce, ma perché “farlo con un po’ di rispetto, con un po’ di mano sulla coscienza, sarebbe la cosa giusta”. Andrea non ha quindi smesso di voler bene all’Italia. Ha smesso di immaginarla come il luogo in cui far crescere la propria famiglia. A Lisbona ha trovato non soltanto un sistema fiscale più favorevole, ma il tempo, lo spazio e la tranquillità per pensare al futuro.

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