Midterm, scandalo in Alaska per i democratici: i sospetti del candidato civetta per sconfiggere l’omonimo repubblicano Sullivan
Lo scandalo ha travolto i democratici a ridosso delle elezioni di midterm in Alaska, dove provano – in uno stato tradizionalmente repubblicano – a conquistare il seggio del Senato, in un testa a testa certificato – per quanto possano essere ritenuti affidabili o volatili – dai sondaggi. Ma proprio da quel seggio potrebbe dipendere chi si aggiudicherà la Camera alta del Congresso, anche se il caso potrebbe tenere in ostaggio i risultati definitivi per diverso tempo. Al centro l’ipotesi che la campagna elettorale della candidata democratica al Senato Mary Peltola abbia reclutato un candidato, Dan J. Sullivan, finalizzato a sottrarre voti alle Midterm al senatore repubblicano in carica Dan S. Sullivan, omonimo (nella foto il suo manifesto elettorale). La vicenda è già al centro di un’indagine federale, mentre il governatore repubblicano Mike Dunleavy ha prospettato la possibilità di bloccare o modificare la certificazione dei risultati qualora emergessero irregolarità. “È uno scandalo, è una frode elettorale totale a più livelli”, ha denunciato Trump puntando il dito contro il leader dei democratici in Senato Chuck Schumer, ritenendolo l’architetto della frode. Ma nonostante questo, un giudice ha respinto la causa preventiva dell’amministrazione per bloccare la certificazione dei voti in Alaska qualora il candidato repubblicano perdesse.
Chi è Dan J. Sullivan – L’omonimo tra le fila dem è un candidato indipendente e precedentemente poco conosciuto che si è iscritto alle elezioni per il Senato degli Stati Uniti ad Anchorage nel 2026. Tuttavia, l’accusa è che sia un nome “civetta”, entrato in competizione solo per generare confusione nelle urne e sottrarre voti al senatore uscente a vantaggio della democratica Peltola. Il New York Times ha inoltre evidenziato che poco dopo aver annunciato la sua candidatura a giugno, Dan J. Sullivan ha dichiarato di non aver avuto alcun contatto con lo staff della dem rispetto alla sua candidatura. Allo stesso tempo, però, negli ultimi giorni è del tutto scomparso dalla scena pubblica e non ha risposto a numerosi messaggi e richieste da parte dei media.
La durata dello scrutinio – La controversia rischia di complicare ulteriormente una delle sfide chiave delle elezioni del 3 novembre, soprattutto se dal risultato in Alaska dovesse dipendere il controllo del Senato. Lo scrutinio potrebbe infatti richiedere fino a due settimane, a cause delle particolarità geografiche dello Stato e del sistema di voto a preferenze ordinate (ranked choice voting). Le schede inviate per posta possono arrivare fino a dieci giorni dopo le elezioni se spedite dagli Stati Uniti e fino a quindici giorni se provenienti dall’estero, purché abbiano il timbro postale entro il giorno del voto. Se nessun candidato otterrà la maggioranza assoluta delle prime preferenze, sarà necessario attendere la scadenza dei termini per procedere alla redistribuzione dei voti dei candidati eliminati.
Le indagini – Intanto l’Fbi ha iniziato a contattare i finanziatori della campagna elettorale del candidato indipendente, nell’ambito di un’indagine federale sul sospetto che i democratici abbiano favorito la sua candidatura per confondere gli elettori e sottrarre voti al parlamentare repubblicano. Secondo quanto riferito dai media Usa, un agente dell’Fbi si è recato in una concessionario di imbarcazioni a Petersburg per contattare Charles Flint, che aveva donato 500 dollari alla campagna del candidato omonimo. L’agente avrebbe chiesto al figlio del finanziatore se il padre si fosse sentito ingannato sull’identità del candidato sostenuto. “Non mi sento affatto ingannato”, ha replicato Flint, aggiungendo che “non c’è alcuna confusione” e che “tutti sanno chi è il senatore uscente“.
Le incognite sulle rivendicazioni di Trump in caso di sconfitta – Il pugno duro dell’amministrazione sullo scandalo Alaska alimenta i timori che Trump possa gridare alle frodi elettorali per sconfessare il voto alle urne in caso di sconfitta e decida di schierare le forze dell’ordine per presidiare i seggi. Nonostante le rassicurazioni del Dipartimento di Giustizia e del Pentagono sul voto e sull’assenza di agenti Fbi e Ice ai seggi, i media americani riportano che alcune unità della Guardia Nazionale sono state mobilitate negli stati in vista del voto per sostenere le iniziative di sicurezza informatica del governo, monitorare le urne per il deposito delle schede e presidiare le infrastrutture critiche. Una paura che accompagna le preoccupazione su una possibile campagna di disinformazione di Trump a partire dal 4 novembre per insinuare dubbi sulla correttezza del voto, e gettare le basi per bloccarne la certificazione.
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