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Tuesday, October 20, 2026

Cosa racconta di noi la borsa che portiamo? Dai modelli con il telefono incorporato alle pochette in cui non entra nulla, 300 oggetti svelano due secoli di abitudini, desideri e contraddizioni

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C’è una borsa americana degli anni Settanta in vinile nero lucido che nasconde un vero telefono funzionante, con tanto di cornetta a fare da manico e cavo incorporato. Ce n’è un’altra, coeva, il cui corpo è intrecciato interamente piegando pacchetti di sigarette Camel. E poi c’è un’incredibile (e inquietante) “Armadillo Purse” degli anni Quaranta, che conserva intatti il carapace, la testa e le zampe dell’animale, impreziositi da strass. Se siete alla ricerca del solito catalogo patinato dedicato alle “It-Bag” inarrivabili o alla storia dei grandi marchi del lusso, siete fuori strada, e di molto anche. La borsa. 200 anni, 5 continenti, il volume a cura di Antonio Mancinelli pubblicato da Marsilio Arte (256 pagine, 50 euro), prende l’oggetto più codificato dal mondo della moda e lo spoglia della sua banale dimensione di status symbol. Perché, come riassume brillantemente il curatore, “se l’abito presenta il personaggio, la borsa conserva le prove”.

Il “sé portatile” diviso per occasioni d’uso

Il libro, arricchito da un saggio del filosofo Emanuele Coccia e dai puntuali contributi della giornalista Beatrice Manca, firma di FqMagazine, è una vera e propria cosmogonia dell’accessorio per eccellenza. Al centro dell’opera ci sono 300 esemplari rigorosamente selezionati fra gli 850 che compongono la sterminata collezione privata di Roberta Butti. Mancinelli rifugge la noiosa classificazione cronologica o la divisione per brand, scegliendo un approccio squisitamente antropologico: le borse sono divise in dodici sezioni che ricalcano le circostanze della vita. C’è il giorno e la sera, il tempo libero e le vacanze, il viaggio, l’infanzia, fino ad arrivare alle invenzioni eccentriche e al recupero dei materiali (come la geniale borsa della Plastic Fashions Inc. degli anni Cinquanta, tessuta con i fili colorati del telefono, o la più recente Spaghetti Bag di Moschino a forma di piatto di pasta). La domanda che guida la catalogazione è sempre concreta: che cosa doveva fare la persona per la quale questo oggetto è stato costruito?

È qui che si inseriscono le intuizioni di Beatrice Manca, che esplora il rapporto tra la borsa, il corpo e l’emancipazione femminile. Passare da una capiente borsa da giorno a una microscopica minaudière da sera cambia radicalmente la postura e l’autonomia di chi la indossa. Analizzando le microscopiche borse da cerimonia, Manca offre una delle chiavi di lettura del volume: “Meno è funzionale, più è appropriata”. A chiunque abbia lottato per infilare chiavi e telefono in una pochette rigida, la spiegazione parrà un’epifania: quella sproporzione tra la scomodità e l’aiuto offerto ha una precisa ragione sociale, poiché “rappresenta il privilegio dell’ospite di non dover far nulla, se non prendere parte a un evento”.

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La “Carrier Bag Theory”: il primo strumento umano

Nel saggio introduttivo Portatili romanzi, Mancinelli spinge la riflessione fino agli albori della civiltà. “La borsa è la risposta culturale al bisogno di portare con sé più di quanto le mani possano reggere”, scrive, definendola un vero e proprio “arto culturale” aggiuntivo. Il libro riprende la Carrier Bag Theory di Elizabeth Fisher, resa celebre da Ursula K. Le Guin, secondo cui il primo strumento inventato dall’essere umano non fu l’arma (il bastone o la lancia), bensì il recipiente. Un’ipotesi affascinante, supportata da ritrovamenti clamorosi come la sacca cucita alla cintura di Ötzi, la mummia del Similaun vecchia di cinquemila anni. Mettere qualcosa in una borsa per conservarlo o condividerlo segna l’inizio della cooperazione sociale.

I gesti, le icone e la teoria delle “mani occupate”

Un ulteriore livello di lettura è offerto dalla ricchissima e inedita ricerca iconografica. Il volume non si limita a isolare gli oggetti su sfondi asettici per esaltarne cuciture, bordi e chiusure, ma li restituisce alla fisicità di chi li ha posseduti. Attraverso scatti d’archivio che immortalano donne comuni accanto a icone come Jacqueline Kennedy, Jane Birkin, Ornella Vanoni e Raffaella Carrà, il libro indaga come l’accessorio modifichi la postura a seconda di come viene impugnato o stretto al corpo. Un’indagine visiva che si sposa perfettamente con la teoria formalizzata da Audrey Wollen, citata nel volume, secondo cui l’essere umano è di fatto un animale “con le mani occupate”: necessita fisiologicamente di un contenitore in cui riporre il proprio mondo per poter continuare a muoversi liberamente nello spazio.

Il peso degli imprevisti e il “maltrattamento” estivo

La relazione tra corpo e oggetto esplorata nel libro passa anche per la nevrosi del quotidiano. Manca, infatti, analizza la borsa da giorno come un contenitore che deve essere soprattutto “affidabile“, destinato a farsi carico di tutto ciò che “potrebbe servire”. Una formula in cui si riconoscerà chiunque abbia trasportato per mesi pesi inutilizzati, assecondando l’ansia di dover fronteggiare ogni possibile imprevisto. Diametralmente opposto è il destino della borsa da mare, progettata letteralmente “per essere maltrattata”. Stipata nei cestini delle bici, usata all’occorrenza come cuscino e abbandonata sotto il sole, diventa il ricettacolo caotico di conchiglie, scontrini, elastici e cosmetici dimenticati. La prova definitiva di come ogni modello detti regole di ingaggio e livelli di cura completamente diversi.

Da Topolino a Hello Kitty: il gioco di immaginarsi adulte

Il catalogo emotivo della collezione Butti non trascura nemmeno le prime fasi della vita, ospitando portapranzi di Hello Kitty e una microscopica borsa Whiting & Davis (appena sette centimetri per nove) dedicata a Topolino e Minnie, realizzata in maglia metallica e smalto. Come osserva Beatrice Manca, la borsetta infantile svolge una duplice funzione psicologica: se da bambine rappresenta lo strumento perfetto per il gioco di immaginarsi adulte, scimmiottando l’autonomia materna, anni dopo offre a una donna fatta e finita il piacere rassicurante di ritrovare un personaggio familiare. È così che l’immaginario colorato e “zuccheroso” dei Looney Tunes o di Sailor Moon viene sempre più spesso fagocitato dalle grandi Maison, assecondando il desiderio di tornare a un’età in cui le vere responsabilità erano, fortunatamente, custodite nelle borse degli altri.

Un atlante geografico ed emotivo

Sfogliare il volume significa viaggiare. Dallo zaino ifugao delle Filippine in midollino, al namakdan turkmeno in lana usato per trasportare sale sul dorso dei cammelli, fino a una borsa yoruba nigeriana degli anni Cinquanta destinata ai riti di divinazione. Non mancano i souvenir commerciali ante litteram, come la borsa irochese decorata con perline di vetro del 1870 che reca la scritta “FROM NIAGARA FALLS”. Dietro questa formidabile mappatura c’è l’anima della collezionista, Roberta Butti. Per lei, che da bambina inventava storie guardando le cartoline e l’atlante regalatole dal nonno, la borsa è sempre stata “quel piccolo mondo portatile, segreto e inaccessibile che accompagna ovunque le signore”. “C’è chi usa la parola e scrive per narrare, io ho costruito una narrazione tramite un oggetto“, confessa Butti nelle battute finali del libro. Un approccio che respinge la sterilizzazione del feticcio di lusso per abbracciare la vita vissuta degli oggetti. “Rifiuto i restauri che levigano il passato fino a renderlo anonimo”, conclude la collezionista. “Velluti consunti, cuciture stanche e patine restano al loro posto”. Perché una fodera lisa o una chiusura graffiata non sono difetti da nascondere, ma le prove inconfutabili di un’esistenza.

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