Dal carbone al vento: il modello Civitavecchia ottiene il via libera per il parco eolico offshore
Il progetto del parco eolico offshore galleggiante al largo di Civitavecchia, promosso da Tyrrhenian Wind Energy, ha ottenuto il via libera definitivo alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) a metà settembre 2026. Si tratta di un passo decisivo, lungamente atteso, che apre alla realizzazione di un impianto rinnovabile composto da 28 turbine galleggianti, posizionate a circa 22 chilometri dalla costa, ciascuna da 18 MW di potenza, per un totale di 504 MW e una produzione attesa di 1.700 GWh/anno. Una conquista per il territorio laziale lungamente attesa. A monte una vertenza difficile, largamente supportata dalla società civile locale che si era opposta all’insediamento di una centrale a gas in sostituzione dell’abbandono dell’impianto a carbone.
Proprio la riconversione della centrale a carbone rappresenta un caso emblematico di conflitto tra politiche energetiche nazionali, ancora ancorate ai combustibili fossili, e la necessità di una transizione verso un modello sostenibile e in armonia con la biosfera. Si è trattato di una forte mobilitazione popolare, sindacale e istituzionale, che ha respinto la proposta di un turbogas da 1840 MW avanzata da ENEL e sostenuta dal Piano Energetico Nazionale, puntando su un progetto alternativo alimentato dal vento e, a sua volta, proiettato su un territorio ridisegnato nelle sue componenti di consumo dell’elettricità prodotta.
Civitavecchia non è solo eolico offshore, ma solarizzazione delle banchine del porto, una “hydrogen valley” con una potenza complessiva di 4,1 megawatt per la conversione in idrogeno verde di parte della fornitura elettrica, stoccaggio in batterie e accumuli, una comunità energetica per limitare e socializzare i consumi, razionalizzazione della mobilità locale con rifornimento di idrogeno per mezzi pesanti e leggeri a emissioni zero. Insomma: un progetto di ridisegno del territorio e non solo di riconversione della sua centrale storica, che trasformerebbe Civitavecchia nella prima città italiana ad ospitare un sistema integrato di produzione, distribuzione e consumo di energia pulita.
La centrale a carbone, attiva dagli anni 60, ha avuto un impatto ambientale e sanitario pesante sul territorio, con alti tassi di mortalità e morbosità per tumore. La iniziale proposta di sostituire il carbone con un impianto a gas ha trovato l’opposizione di comitati locali, associazioni ambientaliste, sindacati, associazioni datoriali, ordini professionali, studenti e cittadini, che hanno evidenziato l’insostenibilità economica e occupazionale della soluzione a gas e la sua incoerenza con gli obiettivi di decarbonizzazione. La mobilitazione è stata raccolta dall’amministrazione locale rinnovata, che ha dato rilievo istituzionale alla spinta dal basso che ha caratterizzato una vicenda di rilievo non solo locale, ma nazionale. La filiera dell’eolico galleggiante potrebbe generare fino a un migliaio di posti di lavoro, con un primo nucleo previsto di 540 addetti contro i 70 previsti dall’impianto a turbogas.
Sull’onda dell’iniziativa della città costiera la Regione Lazio ha approvato il piano energetico che esclude nuova potenza fossile sul suo territorio. Il caso di Civitavecchia dimostra che una coalizione sociale ampia e informata può influenzare le scelte industriali e politiche, promuovendo un modello di democrazia energetica e di sviluppo sostenibile replicabile altrove.
Si tratta di un’esperienza in cui una parte significativa della classe operaia si mobilita per una transizione energetica credibile, dimostrando che la svolta ecologica può essere anche una leva di sviluppo e occupazione qualificata. Il progetto rappresenta un modello di riferimento per la transizione energetica nazionale e internazionale, sottolineando l’urgenza di superare il modello centralizzato e fossile verso una reale democrazia energetica e ambientale.
Dopo la VIA per l’eolico la marcia non sarà solo in discesa, date le ambizioni su cui poggia tutt’ora la spinta locale. Serve un cambio radicale di modello produttivo. Per sfruttare il potenziale del settore offshore bisogna evolvere verso ecosistemi industriali permanenti e co-localizzati nei porti, superando i siti temporanei modulari. Si può attivare immediatamente la filiera per la produzione di floater (fondazioni galleggianti) e sottostazioni elettriche. I settori più rilevanti coinvolti sono l’acciaio, la componentistica elettrica e la navalmeccanica con ricadute sui settori nazionali e del territorio. Naturalmente l’impatto occupazionale aumenta drasticamente se l’Italia punta sulla produzione domestica rispetto a una strategia basata sulle importazioni. L’obiettivo non è solo produrre energia, ma trasformare il porto di Civitavecchia in un hub logistico e industriale per l’eolico offshore in tutto il Mediterraneo con la creazione stimata di circa 3.500 posti di lavoro durante la fase di costruzione.
Insomma: mentre il governo ritorna ai fossili e definisce una prospettiva nucleare per i decenni a venire, la crisi climatica sembra interpretarsi più realisticamente negli investimenti in rinnovabili e in un ridisegno energetico del territorio. Su questo terreno la sfida di Civitavecchia appare estremamente realistica e di riferimento generale.
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