Migranti nei Cpr, il presidente dei medici sulla direttiva Pianteodosi: “Parere non vincolante? Bene, ma chi lo ignora ne risponde”
Il parere del medico non sarà più vincolante per impedire il trattenimento di uno straniero in un Centro di permanenza per il rimpatrio. Lo ha confermato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, illustrando la nuova direttiva che modifica le procedure di accertamento sanitario per l’ingresso nei Centri per il rimpatrio (Cpr): “Con la mia nuova direttiva sui Cpr i migranti irregolari continueranno a essere visitati dai medici delle aziende sanitarie locali, ma un eventuale parere negativo non sarà più vincolante per evitare il loro trattenimento nei centri”. Il provvedimento arriva dopo le indagini della Procura di Ravenna sulle certificazioni mediche di idoneità al trattenimento, che hanno acceso lo scontro sul ruolo dei sanitari. La Federazione nazionale degli Ordini dei medici (FNOMCeO) accoglie positivamente la separazione tra giudizio clinico e decisione amministrativa, ma ha chiesto garanzie effettive per la salute delle persone trattenute. Raggiunto dal Fatto Quotidiano, il presidente Filippo Anelli difende l’autonomia dei medici, riconosce che gli stessi ambienti dei Cpr possono provocare o aggravare malattie e chiarisce: chi assume una decisione contraria alla valutazione sanitaria deve risponderne.
Presidente Anelli, avevate chiesto di distinguere il giudizio medico dalle decisioni amministrative. Ora Piantedosi stabilisce che il parere sanitario non sarà più vincolante. Siete soddisfatti?
La distinzione tra la funzione di certificazione della salute e quella amministrativa di ammissione al Cpr è sicuramente un passaggio positivo. La selezione per entrare nei centri non può essere demandata a un medico. Noi abbiamo come unico obiettivo la cura e la salute della persona. Ma il problema della tutela della salute non si esaurisce in una certificazione o in una visita. Dobbiamo valutare i livelli di tutela reale, sia per chi entra nei Cpr sia per chi non entra, mettendo i medici nelle condizioni di effettuare una buona valutazione, con altre competenze professionali e strumenti adeguati.
Citando le cronache, in questi anni nei Cpr sono finite anche persone cieche, disabili in sedia a rotelle, epilettici e anziani con gravi patologie. Il vostro Codice deontologico vi obbliga a tutelare “la persona in condizioni di vulnerabilità o fragilità psico-fisica, sociale o civile in particolare quando ritiene che l’ambiente in cui vive non sia idoneo a proteggere la sua salute, la dignità e la qualità di vita”. Tutto questo può esaurirsi con una segnalazione non vincolante?
Gli ambienti sono determinanti per la tutela e la qualità della salute. Possono essi stessi provocare l’insorgenza di patologie. Il medico ha il compito di verificare i disturbi e correlarli con l’ambiente. Ma l’articolo 32 della Costituzione riguarda tutte le strutture dello Stato. Se gli ambienti provocano o peggiorano malattie, tutte le amministrazioni sono interessate. E se non si può porre rimedio migliorando i locali, una serie di individui lì non può stare: bisogna trovare soluzioni diverse. La priorità della salute non può essere messa da parte perché qualcuno indica come prioritaria la sicurezza.
L’Organizzazione mondiale della sanità avverte che il trattenimento dei migranti può aggravare o produrre patologie, soprattutto mentali. Cosa significa per un medico che visita una persona destinata a un Cpr?
Deve rilevare questa situazione, certificarla e avviare la gestione delle patologie. Bisogna collaborare con i centri di salute mentale per valutare se le condizioni in cui le persone verranno messe siano altamente patogene. In quel caso bisogna cambiarle, trovare soluzioni. Credo che vada riorganizzata l’assistenza all’interno dei Cpr, perché il diritto alla salute deve essere tutelato insieme al diritto alla sicurezza dei cittadini.
Lei ha chiesto all’amministrazione di verificare le condizioni dei Cpr. Ha avuto riscontri concreti?
Direttamente no, non abbiamo avuto un riscontro concreto dal ministero. Però molti prefetti hanno avviato interlocuzioni con gli Ordini territoriali per discutere di queste questioni. A livello centrale, qui a Roma, con il ministero no; a livello periferico sono iniziate interlocuzioni che mi sembrano già un passaggio di buon senso.
La nuova direttiva prevede la dimissione quando una patologia non è gestibile nel Cpr. Ma una persona con un grave disturbo psichiatrico può benissimo ricevere i farmaci nel centro e aggravarsi proprio perché è rinchiusa. Basta poterla curare per dire che il trattenimento non la danneggia?
Ci sono segnalazioni e studi secondo cui alcune situazioni portano a un aggravamento. I casi specifici vanno valutati caso per caso. Credo che vada riorganizzata l’assistenza in questi centri, con personale sanitario e specialisti, in particolare psichiatri, che valutino quali soluzioni offrire. La legge Basaglia è stata una conquista per tutto il Paese, ha liberato persone e restituito loro dignità. Non possiamo ripetere oggi nei Cpr le condizioni che esistevano prima del 1978.
Secondo la nuova direttiva, la valutazione del medico sarà consegnata “in busta chiusa” e altri decideranno quali conseguenze attribuirle. Non si rischia di svuotare l’autonomia del giudizio clinico?
Gli Ordini professionali sono enti sussidiari dello Stato. Credo che molte questioni si possano risolvere attraverso un’interlocuzione diretta tra Ordini e prefetture, con buon senso e rispetto dei nostri principi. La posizione del ministro Piantedosi, ribadendo l’autonomia della professione medica e la tutela della salute, è un passaggio importante che apre una grande disponibilità da parte nostra a discutere delle condizioni di tutela di queste persone.
Se il medico accerta un rischio per la salute incompatibile con l’ingresso nel Cpr, l’amministrazione che non ne tiene conto rispetta l’articolo 32 della Costituzione?
Posta così, mi pare che la risposta sia pleonastica. Il mancato rispetto delle norme, anche di carattere costituzionale, impone che altri soggetti tutelino i diritti di queste persone.
Ma è proprio questo il punto: il parere medico non sarà più vincolante. Se l’amministrazione decide di ignorarlo e rinchiudere comunque quella persona, chi se ne assume la responsabilità?
C’è una scala di responsabilità. Al medico viene attribuita quella di dire che cosa ha una persona, di formulare un giudizio clinico. Ad altri tocca la responsabilità: se qualcuno, rispetto al giudizio clinico, assume una decisione diversa, sarà lui a risponderne. Saranno altri soggetti a occuparsene, magari la magistratura.
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