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Friday, November 6, 2026

L’esercito israeliano fa saltare la visita dell’ex premier Olmert in Cisgiordania: “Dovevo aiutare una famiglia palestinese. La scorta? Sì, per difendermi dai coloni terroristi”

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L’esercito israeliano fa saltare la visita dell’ex premier Olmert in Cisgiordania: “Dovevo aiutare una famiglia palestinese. La scorta? Sì, per difendermi dai coloni terroristi”

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Le restrizioni e i blocchi che opprimono la vita dei palestinesi in Cisgiordania, soffocando ogni aspetto della loro vita, hanno per una volta toccato anche un esponente di spicco della politica israeliana, l’ex premier, Ehud Olmert. In un’intervista all’inviato del Sole 24 ore dedicata al post-voto, ha raccontato di aver aver avuto un piccolo assaggio delle conseguenze dell’occupazione militare. “Ieri – ha detto – dovevo aiutare una famiglia palestinese nella raccolta delle olive in Cisgiordania, insieme a oltre venti ex alti dirigenti dell’esercito e dei servizi di sicurezza israeliani. Era tutto concordato con l’esercito, ma la notte prima i militari hanno chiuso la zona, impedendoci di entrare“. Drammatica quotidianità per le famiglie palestinesi che ogni giorno si alzano e non sanno se e come potranno andare al lavoro, a visitare un parente o raggiungere un ospedale per ricevere delle cure.

Primo ministro dal 2006 al 2009, Olmert non ha un curriculum da attivista pacifista: ha fatto parte della destra nazionalista del Likud (prima di passare a Kadima) e fu colui che lanciò l’operazione Piombo fuso a Gaza. Oggi è tra le voci israeliane pubbliche più critiche nei confronti del governo Netanyahu e dell’espansione incontrollata degli insediamenti. E quello che è accaduto a lui dà un’idea di come il governo stia applicando il pugno duro con tutto il variegato mondo solidale con gli agricoltori palestinesi. Universo che comprende attivisti, ong, ma anche politici, diplomatici ed ex esponenti delle istituzioni come Olmert. Con il risultato di aumentare l’isolamento della Cisgiordania.

Al giornalista che gli ha chiesto se sarebbe andato con una scorta, Olmert ha poi risposto così: “Naturalmente. Ma non per proteggermi dai palestinesi. Non ho paura di loro. La scorta serve a proteggermi dai coloni terroristi“. Non è la prima volta che parla di “terrorismo dei coloni“, denunciandone l’impunità che consente loro di assediare i villaggi palestinesi senza pagare le conseguenze penali. Ha paragonato gli attacchi contro i palestinesi ai pogrom contro gli ebrei in Europa e ha accusato governo ed esercito di complicità, in quella che ha chiamato operazione di pulizia etnica. Alcuni mesi fa ha lanciato un appello per chiedere l’intervento della Corte penale internazionale. Nonostante la moltiplicazione degli insediamenti dice di non vedere altra strada se non quella dei “due Stati”: “Non credo in nessun’altra soluzione, perché non esiste un’alternativa. Il trauma del 7 ottobre passerà. Israele dispone di un esercito potente e di tecnologie avanzatissime . Pensare che uno Stato palestinese smilitarizzato possa mettere in pericolo la sua sicurezza è una sciocchezza”.

Per i palestinesi dei Territori occupati i due mesi autunnali, ottobre e novembre, sono tradizionalmente dedicati alla raccolta delle olive. Un’attività dall’altissimo valore simbolico ed economico (il 14% dell’economia palestinese) che coinvolge oltre 100mila famiglie della Cisgiordania. Da diversi anni avviene in un contesto sempre più violento, sotto la minaccia costante dei raid dei coloni, i cosiddetti “giovani delle colline” che irrompono nei villaggi armati, danno fuoco a olivi, auto e abitazioni, senza alcuna conseguenza. Quest’anno l’escalation ha raggiunto livelli mai visti, con aggressioni quasi quotidiane a raccoglitori, volontari e giornalisti, e decine di arresti da parte dell’esercito. Il 16 ottobre i coloni hanno derubato e picchiato alla fotoreporter del Washington Post, Heidi Levine, ricoverata in ospedale per le gravi ferite e le fratture. Lo stesso gruppo ha inoltre preso di mira un convoglio di diplomatici europei. Una settimana dopo cinque attiviste italiane in Cisgiordania per difendere il lavoro degli agricoltori palestinesi sono state arrestate a Masafer Yatta e rimpatriate. Altri cinque sono stati fermati pochi giorni dopo ad Al Lubban al-Gharbiyye mentre aiutavano nella raccolta delle olive e rimandati in Italia. Nelle sole prime due settimane di raccolta delle olive l’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) delle Nazioni Unite ha contato oltre 160 episodi violenti.

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