Trump e Xi, è stato il summit dell’accortezza: nulla di fatto su Taiwan, Iran e IA. L’unico risultato è il prolungamento della tregua commerciale
L’immagine che più di altre potrebbe rimanere impressa dell’incontro alla Casa Bianca tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’omologo cinese Xi Jinping ha al centro un tappeto rosso. Quello messo ai piedi dell’aereo presidenziale della Repubblica Popolare anche grazie all’aiuto di soldati statunitensi in ginocchio per stenderlo nel miglior modo possibile. D’altronde, lo stesso Trump è accorso sulla pista della Base di Andrews per accogliere Xi. Una mossa insolita, considerando che di solito i presidenti a stelle e strisce non accolgono direttamente i leader in arrivo a Washington. Il capo di Stato cinese, durante la visita del collega Usa a Pechino dello scorso maggio, non si era invece visto ai piedi dell’Air Force One.
Tutto questo per dire che il simbolismo e le dichiarazioni roboanti, soprattutto da parte dell’inquilino della Casa Bianca che ha parlato di Xi come di un “grande amico”, sembrano aver prevalso sui risultati concreti. In tal senso, l’unico passo avanti degno di nota si è avuto sul fronte economico: le due parti hanno esteso la tregua commerciale attualmente in atto fino al 10 gennaio prossimo. La Cina in realtà puntava a un’estensione maggiore, ma si è dovuta accontentare di un obiettivo intermedio. Per Pechino è fondamentale che il mercato statunitense rimanga aperto e libero da dazi punitivi, anche perché il mercato interno rimane invece stagnante e non in grado di sostenere i grandi successi economici a cui il Paese ha abituato. L’estensione è solo un rinvio a nuovi tavoli negoziali, perché la questione del disavanzo commerciale a favore della Cina – che esporta negli Stati Uniti molto più di quanto importi dagli stessi – è tutt’altro che risolta.
Il tanto atteso e discusso dossier iraniano è rimasto sullo sfondo. C’era grande attesa, anche perché una settimana prima del summit statunitense il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi si era recato con una certa urgenza a Pechino per incontrare il collega cinese Wang Yi. Gli osservatori più arrembanti si erano spinti a definirlo un incontro preliminare in vista della confluenza allo stesso tavolo dei due pesi massimi. Ma così non sembra essere stato, anche se mentre il leader cinese era a Washington Araghchi ha avanzato una proposta agli Stati Uniti per un piano di sette giorni per la fine delle ostilità nello Stretto di Hormuz. Pare che il presidente Usa abbia invitato l’omologo asiatico a interrompere il proprio supporto alla Repubblica Islamica, ma niente di più. Trump sta affrontando fortissime pressioni interne, sia da parte democratica sia da parte repubblicana. I prezzi dell’energia nel Paese stanno schizzando e per la prima volta gli statunitensi stanno toccando con mano il costo dell’imprevedibilità del loro presidente in politica estera. Non certo un bel viatico in vista delle elezioni parlamentari di midterm che si terranno il primo martedì di novembre.
Sul fronte strettamente geopolitico il centro della scena è stato preso da Taiwan: il leader cinese ha chiesto agli Usa di modificare il loro posizionamento rispetto all’indipendenza dell’isola e di opporvisi esplicitamente. Per quanto Trump sia ondivago sul tema, al momento sembra però che Washington non cambierà il suo atteggiamento ambiguo, fatto di grande supporto militare nei confronti di Taiwan e prudenza diplomatica.
Un altro tema potenzialmente caldo era quello dell’intelligenza artificiale. Nelle ultime settimane, da più parti si sono levate voci, anche molto autorevoli, che chiedono un più stringente controllo sugli sviluppi della tecnologia. Stati Uniti e Cina sono i due leader indiscussi nel settore e la volontà comune è di non voler cedere neanche un millimetro all’avversario in quella che è a tutti gli effetti una delle competizioni principali in ottica futura. Era prevedibile quindi che Trump e Xi avrebbero parlato genericamente di sicurezza senza però mettere nulla di concreto sul tavolo.
Sembra che sia per Washington sia per Pechino la volontà sia stata quella di guadagnare tempo, facendo di tutto affinché questo summit risultasse interlocutorio. Per entrambe le cancellerie, nessun risultato è meglio di un cattivo risultato. Trump ha encomiato in tutti i modi Xi e si è voluto porre come molto vicino al presidente cinese, concependo la politica internazionale soprattutto come un fattore di relazioni personali. Questa è stata indubbiamente una vittoria simbolica per la Cina, perché vedere sventolare la bandiera rossa sopra al tetto della Casa Bianca ha un valore diplomatico inestimabile agli occhi del Dragone. Di contro, Xi ha ottenuto respiro dal punto di vista commerciale. Visti i vari fronti di contatto e potenziale attrito tra le due potenze, tutta questa accortezza reciproca prima o poi potrebbe diventare difficile da mantenere.
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