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Saturday, September 26, 2026

Sono capitato a Murano: fuori pioggia, dentro la Galleria Barovier&Toso una piccola epifania

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Murano vive di vetro, ma il vetro, oggi, non vive tempi facili. Calano le commesse internazionali, pesano i conflitti e una cultura del consumo rapido, poco compatibile con un’arte fatta di fuoco e pazienza. E poi ci sono i figli: sempre meno disposti a raccogliere il testimone dei padri, dopo generazioni trascorse accanto a fornaci roventi, in un mestiere meraviglioso quanto usurante. Le dinastie dei maestri vetrai rischiano così di spezzarsi, insieme a un patrimonio di gesti che nessun archivio può restituire. Ci sono capitato il giorno prima di partire per Mantova, per il Festivaletteratura. Fuori, una pioggia da tregenda; dentro la Galleria Barovier&Toso una piccola epifania. Fino al 21 febbraio 2027, la Galleria Barovier&Toso ospita Peter Kogler, artista austriaco e pioniere dell’arte computerizzata, che per la prima volta traduce nel vetro il suo universo di tubi, formiche, cervelli e globi. Un incontro tra linguaggi apparentemente lontani: da una parte le reti digitali e i motivi ricorrenti di Kogler, dall’altra la sapienza secolare dei maestri muranesi.

Eppure, a guardarli da vicino, le consonanze sorprendono: le trame dell’artista dialogano con la filigrana, mentre le sue geometrie sembrano trovare un’eco nei disegni a scacchiera di Ercole Barovier degli anni Cinquanta e Sessanta. La vera avventura, però, comincia in fornace. Qui il progetto si sottrae alla semplice illustrazione e diventa confronto con una materia viva, incandescente, capricciosa. Kogler deve affidarsi alla conoscenza dei maestri, alla loro capacità di governare le fiamme e interpretare l’imprevisto. Le formiche si fanno minuscole presenze nella murrina; tubi e globi prendono corpo in sculture e lampade. Il vetro non esegue un disegno: lo modifica, lo sorprende, lo porta altrove. E la galleria stessa diventa un ambiente immersivo attraversato da segni, trasparenze, luci e riflessi. Il punto, però, non è solo la mostra. È il metodo.

La Galleria Barovier&Toso invita artisti di fama mondiale, mai cimentatisi prima con una materia tanto imprevedibile, a lavorare insieme ai maestri di Murano. Non un’apologia intrisa di nostalgia, dunque, né un tentativo di imbalsamare la memoria sotto una campana di cristallo. Piuttosto un modo per rimetterla in circolo, esporla a sguardi inediti e verificare quanto abbia ancora da dire. Anche la Venice Glass Week, con le sue varie iniziative, contribuisce a tener desta l’attenzione su questo patrimonio. Un’esposizione, naturalmente, non basta a salvare le fornaci né a convincere i figli a seguire le orme dei padri. Ma può suggerire che quel mestiere non appartiene esclusivamente al passato: può ancora generare idee e possibilità inattese.

Un altro capitolo di questa storia si aprirà dal 14 novembre 2026 al 29 marzo 2027, quando la Collezione Peggy Guggenheim ospiterà “Fucina degli Angeli. Peggy Guggenheim e il vetro artistico del Novecento”. Oltre cento opere racconteranno la parabola di Egidio Costantini, che nel 1955 fondò a Venezia (col sostegno di Peggy) la Fucina degli Angeli. In mostra, opere nate dalla collaborazione con Picasso, Cocteau, Braque, Fontana, Arp e Ernst. Nel 1965 la Fucina approdò al MoMA di New York con Sculpture in Glass: un’esperienza che contribuì a condurre il vetro oltre il recinto delle arti decorative, nel territorio sconfinato dell’arte contemporanea. Sono ripartito che il diluvio si era placato, alla volta dell’ex culla dei Gonzaga, con una certezza: per preservare una nobile tradizione non basta celebrarla. Bisogna darle nuove forme, nuovi interlocutori e nuove ragioni per continuare a vivere. E magari convincere qualche figlio a non lasciare spegnere il fuoco dei padri.

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