I 61 seggi utili per governare la Knesset e il Paese sono lontani per entrambi i blocchi

Il quadro politico della 26ª Knesset resta estremamente frammentato e incerto. Con gli exit poll che delineano una situazione di sostanziale parità o di leggero scarto, il blocco guidato dal primo ministro uscente Benjamin Netanyahu appare ben lontano dai 68 seggi su cui poteva contare nella precedente legislatura, rendendo quel traguardo numerico ormai irraggiungibile. In questo scenario di blocco istituzionale, oltre all'ipotesi di un nuovo e difficilmente risolutivo ricorso alle urne, prende quota la strada di un governo di unità nazionale.
Il fattore decisivo delle "doppie buste"
A complicare il quadro e a rendere prematuro qualsiasi verdetto definitivo contribuiscono le centinaia di migliaia di voti non conteggiati nei tradizionali exit poll: le cosiddette schede speciali o "doppie buste".
Come evidenziato dal New York Times, si tratta di circa 600.000 preferenze (pari a circa il 10% degli aventi diritto) provenienti da seggi protetti o istituzionali: basi militari e installazioni dell'esercito (IDF), ospedali e strutture sanitarie, carceri e istituti penitenziari, ambasciate e sedi diplomatiche all'estero
Storicamente, queste categorie — in particolare il personale militare e di sicurezza — hanno mostrato una marcata tendenza a votare a favore della coalizione di Benjamin Netanyahu. Poiché lo spoglio di queste schede richiede procedure di verifica rigorose e i risultati definitivi non sono attesi prima di giovedì, il quadro emerso dalle urne potrebbe riservare sorprese e ribaltare i margini attuali ma diventa inimmaginabile che uno dei due blocchi possa comunque raggiungere i 61 seggi necessari a governare la Knesset e il Paese
I precedenti storici dei governi di unità nazionale in Israele
Se il pareggio sostanziale dovesse trovare conferma e il blocco dei numeri impedisse a entrambe le parti di formare un esecutivo omogeneo, l'opzione dell'unità nazionale rappresenterebbe un'alternativa già sperimentata nella storia politica israeliana nei momenti di profonda crisi o stallo istituzionale. Una soluzione che l'ex ambasciatore israeliano in Italia, Avi Pazner, ritiene essere la soluzione più probabile.
Il primo governo di unità nazionale (1967) – Primo Ministro: Levi Eshkol
Fu il primo esecutivo di questo tipo nella storia del Paese. Alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni, sotto la forte pressione popolare e di fronte a una minaccia bellica incombente, il premier Levi Eshkol (del partito Mapai / Alignment) decise di allargare la maggioranza accogliendo nell'esecutivo i partiti di opposizione guidati da Menachem Begin (Gahal e Rafi), nonostante la sua coalizione godesse già di una solida base parlamentare.
Anche il governo guidato da Golda Meir (in carica dal 17 marzo 1969 al 3 giugno 1974) nacque originariamente come governo di unità nazionale (e di transizione) all'interno della coalizione del Partito Laburista (HaAvodah) e dell'Allineamento (HaMa'arakh), ereditando l'impostazione unitaria del precedente esecutivo di Levi Eshkol.
I governi di rotazione e unità negli anni '80 e recenti
Formule simili di governo di larghe intese o di "rotazione" della carica di primo ministro sono state adottate in altre fasi critiche della storia israeliana - come nel 1984 tra Shimon Peres (Laburista) e Yitzhak Shamir (Likud), o più recentemente in formule di emergenza - per garantire stabilità politica e governare in contesti di estrema polarizzazione.
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