Il risiko delle banche sembra una favola. Ma per noi clienti ci sarà davvero un lieto fine?
C’era una volta, nel grande Regno della Finanza italiana, una banca molto antica che abitava in un palazzo a Siena. Si chiamava Monte dei Paschi. Era talmente antica da aver visto passare re, granduchi, guerre e crisi finanziarie. A un certo punto, però, aveva combinato tanti guai da rischiare seriamente di scomparire. Nel 2017 era dovuto intervenire lo Stato per salvarla. Sembrava destinata a diventare una comprimaria.
Poi, come nelle favole, accadde qualcosa di inatteso: si avviò sulla strada della ripresa (con le tasse dei sudditi) e invece di aspettare che qualcuno la comprasse, Monte dei Paschi cominciò a comprare.
Prima conquistò Mediobanca, uno dei castelli più importanti della finanza italiana. Poi si ritrovò davanti un avversario molto più grande: Intesa Sanpaolo, che nel giugno 2026 ha lanciato un’offerta da oltre 30 miliardi per acquisirla.
A quel punto la banca senese fece ciò che in natura fanno spesso gli animali quando si sentono minacciati: provò a diventare troppo grande per essere mangiata. E così, nell’agosto 2026, ha lanciato contemporaneamente due offerte in azioni: una su Banco Bpm, valutata circa 25,3 miliardi, e una su Banca Generali, da circa 8,7 miliardi. In tutto, una partita da circa 34 miliardi che, se riuscisse, potrebbe creare il terzo grande gruppo bancario italiano.
Solo che nelle favole normali esistono il re, la principessa e il drago. Qui servirebbe un agente Fbi per capire chi è parente di chi.
Dentro Banco Bpm c’è Crédit Agricole con il 29,3%. Banca Generali appartiene per oltre la metà a Generali. Mps controlla Mediobanca, che a sua volta possiede una partecipazione importante in Generali. Tra i principali azionisti di Monte dei Paschi troviamo Delfin (Del Vecchio), Caltagirone e ancora lo Stato. Unipol, intanto, possiede una quota significativa di Bper ed è coinvolta nel progetto alternativo elaborato insieme a Intesa. Insomma, quasi tutti sono contemporaneamente predatori e possibili prede.
E mentre nel castello italiano si combatte, UniCredit, un cavaliere che ha deciso di attraversare le Alpi, ha spostato una parte importante della propria partita in Germania, arrivando a una partecipazione economica del 47,6% in Commerzbank. Nel frattempo Bper ha acquisito Popolare di Sondrio, Banca Ifis ha conquistato illimity e Banco Bpm aveva già comprato Anima.
Questa, però, non è una favola sul protagonismo dei banchieri. È una storia industriale molto più semplice. Le banche cercano dimensioni maggiori perché con mercati maturi, pressione sui margini, investimenti tecnologici sempre più costosi e regolamentazione crescente, essere grandi aiuta. Permette di spalmare i costi su una base più ampia, eliminare duplicazioni, aumentare le commissioni da risparmio gestito e assicurazioni e rafforzare il potere commerciale. Le chiamano sinergie.
Ed esiste anche una regola non scritta del capitalismo: se non sei abbastanza grande per comprare, rischi prima o poi di essere abbastanza piccolo per essere comprato. Fin qui la favola può persino risultare affascinante. Il problema è che noi non siamo seduti al tavolo del risiko. Siamo i clienti. E quando finiranno acquisizioni, fusioni e incorporazioni, il sistema bancario italiano potrebbe essere molto più concentrato di quello al quale siamo stati abituati.
Qui comincia la parte meno fiabesca. Perché meno banche significa innanzitutto meno concorrenti. Se nella stessa città tre istituti diventano uno, non abbiamo semplicemente cambiato tre insegne con una. Abbiamo ridotto il numero dei soggetti ai quali una famiglia può chiedere un mutuo, un professionista un finanziamento o una piccola impresa un affidamento. E la concorrenza non riguarda soltanto il costo del conto corrente. Riguarda i tassi sui prestiti, le commissioni, la remunerazione della liquidità, il prezzo dei servizi di investimento, la disponibilità del credito e persino la possibilità di trovare una banca disposta a interpretare una situazione in maniera diversa da un’altra.
Per una grande impresa probabilmente cambierà relativamente poco. Avrà consulenti, mercati alternativi, capacità negoziale e accesso a finanziatori internazionali. Per una piccola azienda familiare o un cliente retail è un’altra storia.
C’è poi il secondo effetto delle concentrazioni. Quando due banche si fondono, le famose sinergie arrivano soprattutto eliminando ciò che viene considerato duplicato: filiali, personale, strutture territoriali, funzioni amministrative. Dal punto di vista dell’azionista può essere efficienza. Dal punto di vista del cliente può significare percorrere dieci chilometri in più per trovare uno sportello, parlare sempre meno con qualcuno che conosce la sua storia e sempre più con una procedura automatizzata che decide se concedergli credito sulla base di parametri standard.
La digitalizzazione è un progresso straordinario quando aggiunge possibilità. Lo è molto meno quando diventa l’unica possibilità.
E poi esiste un rischio ancora più sottile: gruppi sempre più grandi possono diventare contemporaneamente banche, gestori del risparmio, distributori di assicurazioni e fabbriche di prodotti finanziari. Formalmente aumentano le possibilità offerte al cliente. Ma aumenta anche il potenziale conflitto tra ciò che conviene vendere alla banca e ciò che conviene comprare al cliente.
Per questo seguire il risiko bancario soltanto chiedendosi chi comprerà Mps, chi controllerà Banco Bpm o quale sarà il destino di Banca Generali significa osservare la parte più spettacolare della storia e perdere quella che ci riguarda davvero. Può darsi che alla fine nasceranno gruppi più solidi, più efficienti e più capaci di competere in Europa. Ma una banca più efficiente non significa automaticamente un mercato bancario migliore per il consumatore.
Ed è questa la morale della favola. Quando il risiko sarà finito, i banchieri conteranno le sinergie, gli azionisti valuteranno i rendimenti e i manager festeggeranno le dimensioni raggiunte. Noi clienti dovremo invece contare quante banche saranno rimaste tra cui scegliere. Perché nelle favole il problema è capire quale re conquisterà il castello. Nella vita reale il problema comincia quando, nel Regno, restano troppo pochi re.
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