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Wednesday, August 19, 2026

L’America Latina ammicca a Israele: gli effetti del Trump consensus dall’Argentina alla Colombia

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L’America Latina ammicca a Israele: gli effetti del Trump consensus dall’Argentina alla Colombia

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Due anni fa la Colombia rompeva le relazioni diplomatiche con Israele denunciando il genocidio in Palestina. Con l’arrivo alla presidenza di Abelardo de la Espriella, la politica estera del Paese ha però cambiato radicalmente direzione.

Uno dei primi segnali è arrivato dalle Alture del Golan. La Colombia è diventata il secondo Paese al mondo, dopo gli Stati Uniti, a riconoscere la sovranità israeliana sul territorio siriano occupato da Israele dal 1967 e annesso unilateralmente nel 1981. Un’annessione che le Nazioni Unite non riconoscono e che continua a essere respinta dalla quasi totalità della comunità internazionale.

Il cambio di rotta non si limita al Golan. Il nuovo governo colombiano ha annunciato il ripristino delle relazioni diplomatiche con Israele, il ritorno degli ambasciatori, la ripresa delle esportazioni di carbone e l’intenzione di trasferire l’ambasciata colombiana a Gerusalemme. De la Espriella vuole inoltre ritirare la Colombia dal procedimento promosso dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar aveva preparato il terreno. Il 6 agosto ha incontrato De la Espriella per quasi tre ore a Barranquilla e il giorno successivo ha rappresentato Israele alla sua investitura. Prima della Colombia era stato in Ecuador, nella prima visita di un ministro degli Esteri israeliano nel Paese in 44 anni.

Sa’ar ha inoltre intensificato i contatti con il Cile di José Antonio Kast e il Perù di Keiko Fujimori. Non si tratta di iniziative isolate: lo stesso ministro ha indicato il 2026 come un anno di particolare attenzione strategica di Israele verso l’America Latina.

La geografia di questa offensiva non è casuale. Argentina, Ecuador, Cile, Perù e ora Colombia rappresentano il nuovo ciclo delle destre latinoamericane vicine a Donald Trump. Governi diversi, ma accomunati da un discorso che mette al centro sicurezza, narcotraffico, migrazioni, lotta al terrorismo e riallineamento con Washington. Lo Scudo delle Americhe rende visibile questa convergenza.

La Colombia di De la Espriella ha appena deciso di aderirvi e secondo il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, De la Espriella ha autorizzato operazioni militari congiunte con gli Stati Uniti sul proprio territorio per combattere il narcotraffico.

È all’interno di questo nuovo Trump consensus latinoamericano che Israele sta trovando lo spazio per ricostruire rapidamente la propria presenza nella regione. Il contrasto con gli ultimi anni è evidente. Dopo l’inizio del genocidio in Palestina, Bolivia e la Colombia di Gustavo Petro avevano rotto le relazioni diplomatiche con Israele, mentre altri governi avevano richiamato ambasciatori, condannato la distruzione di Gaza o intrapreso iniziative davanti alla giustizia internazionale.

Il nuovo ciclo politico sta modificando rapidamente quella geografia, con Javier Milei che vuole essere la figura centrale di questa nuova articolazione. Il presidente argentino non si limita a rivendicare la propria amicizia con Benjamin Netanyahu: aspira a trasformare l’Argentina nel ponte tra Israele e la nuova destra continentale.

Nell’aprile 2026 Milei e Netanyahu hanno lanciato gli Accordi di Isacco, un quadro strategico pensato per Argentina, Israele e altri Paesi affini dell’emisfero occidentale. Sicurezza, lotta al terrorismo e al narcotraffico, contrasto all’Iran, tecnologia, commercio e coordinamento internazionale ne costituiscono gli assi principali. L’ispirazione trumpiana è esplicita: il modello sono gli Accordi di Abramo.

Non è soltanto una convergenza ideologica. Israele offre qualcosa di estremamente appetibile per governi che hanno fatto della sicurezza e la “mano dura” una priorità: intelligence, cybersicurezza, tecnologia militare e intelligenza artificiale, oltre alla tradizionale cooperazione nell’agricoltura e nella gestione dell’acqua.

L’anticamera di tutto questo l’avevamo già vista con Pegasus, lo spyware sviluppato dall’israeliana NSO Group, utilizzato contro giornalisti e attivisti latinoamericani. In El Salvador, tra il 2020 e il 2021, un’indagine forense documentò l’infezione dei telefoni di decine di giornalisti e membri della società civile, tra cui 22 appartenenti a El Faro, uno dei media più critici nei confronti di Nayib Bukele.

Se la Colombia rappresenta il cambio politico più radicale, la seconda grande novità arriva però dal Venezuela. Dopo 17 anni di ostilità e relazioni interrotte, Caracas e Israele hanno appena concordato la riattivazione dei servizi consolari. Il Venezuela non appartiene al nuovo ciclo delle destre, ma quello amministrato oggi da Delcy Rodríguez è profondamente diverso dal Paese di Hugo Chávez e Nicolás Maduro.

Dopo il sequestro di Maduro da parte degli Stati Uniti, Caracas ha spostato il proprio allineamento verso Washington, ridimensionando anche lo storico rapporto con l’Iran. Il riavvicinamento a Israele appare quindi meno come una conversione ideologica che come una conseguenza del nuovo equilibrio di potere imposto dagli Stati Uniti.

Colombia e Venezuela rappresentano così le due grandi novità di questa riconfigurazione. Nel primo caso, un cambio di governo ha trasformato uno dei Paesi più critici verso Israele in uno dei suoi nuovi alleati; nel secondo, la nuova subordinazione geopolitica a Washington ha riaperto una porta rimasta chiusa per 17 anni. Nel mezzo c’è Milei, che cerca di trasformare la congiuntura in un progetto regionale, mentre Sa’ar percorre il continente per consolidarlo.

E tutto questo avviene mentre sullo sfondo rimane il genocidio in Palestina, proprio mentre Gaza continua a essere distrutta, Washington contribuisce a costruire nella regione un ecosistema politico e securitario attraverso il quale Netanyahu può recuperare alleati, influenza e legittimità internazionale.

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