Damilano torna su Rai3: "Essenzialità e punto di vista originale sui fatti"
"Quando Il Cavallo e la Torre fece il suo esordio eravamo in piena campagna elettorale, la prima puntata andò in onda il 29 agosto 2022. Cinque stagioni sono tante, sono il segno di un successo consolidato, un appuntamento atteso da un pubblico che apprezza l'essenzialità, un punto di vista originale sui fatti della giornata, il tentativo di cambiare l'agenda", dice all'ANSA Marco Damilano, pronto a tornare, da lunedì alle 20.35 su Rai3, alla guida del suo programma di approfondimento quotidiano. "Tutto questo resterà, con la puntata più lunga del venerdì e i commenti disegnati di Mauro Biani. Vorrei dare più spazio per gli interventi e le letture intense di Edoardo Purgatori, attore giovane e bravissimo. E continuare con le puntate in esterna: siamo stati a Crotone per la strage di Cutro, nel carcere minorile di Nisida, nel palazzo occupato di Spin Time, nell'archivio della memoria a Pieve Santo Stefano, a Casa Cervi. Torneremo a uscire", spiega.
Il programma continuerà a dare spazio alla politica estera o in quest'anno pre-elettorale si concentrerà di più su quella interna? "La distinzione tra politica interna e internazionale è saltata da tempo. Battersi per la liberazione della Nobel iraniana Narges Mohammadi - sottolinea Damilano - significa parlare dei diritti di tutte le donne. Battersi per i palestinesi significa affermare la dignità di tutti i popoli. Il voto in Sassonia, con l'estrema destra di Afd in ascesa, è la prima tappa di un anno elettorale. Si voterà in Israele, Usa, Francia e in Italia, forse per le elezioni politiche, ma ci saranno primarie, amministrative. Racconteremo anche sul campo queste campagne elettorali in cui dilagano le parole d'ordine delle destre: remigrazione, chiusura nazionalista, guerre. Da noi c'è la gara tra Meloni e Vannacci per conquistare quell'elettorato. Sarà l'argomento della prima puntata. Assieme a quella frase drammatica e terribile della famiglia che si è suicidata a Pietralata: da soli non ce la facciamo". Nella scorsa stagione "la puntata più politica l'ho fatta con l'intervista a Franco Mirabelli, senatore del Pd malato di Sla che per la prima volta ha accettato di farsi riprendere. Quest'anno vorrei tutti i leader, senza sconti".
Ci sarà ancora spazio per le campagne per la ricerca della verità? "Sulla strage dei migranti di Cutro - ricorda - le inchieste di Peppe Ciulla oggi fanno parte del processo in corso a Crotone. Ci chiederemo cosa succede nel Mediterraneo e sulle sponde africane, in Algeria, Tunisia, Libia. Ma anche l'impatto economico, sociale, ambientale del riarmo su alcuni nostri territori, a cominciare dalla Valle del Sacco, dove ad agosto è andata in fiamme la fabbrica KNDS. E poi le inchieste sociali: le carceri, il lavoro con le fabbriche che chiudono e i morti nei cantieri, la sanità, le famiglie lasciate sole".
La fascia dell'access è sempre più affollata di programmi di informazione, cosa distingue il programma? "Quando sono partito c'era un grande scetticismo, e qualche ironia, sulla brevità del programma, dieci minuti. Ho sempre pensato come modelli a Enzo Biagi e Andrea Barbato, la sua Cartolina andò in onda per cinque stagioni nella stessa fascia oraria su Rai3, sono orgoglioso di andare in onda nel suo spazio. Ero da solo, oggi le strisce si sono moltiplicate, in access e in altre fasce orarie, dieci minuti, cinque minuti, tre minuti. Ci distingue la selezione degli argomenti, l'essenzialità, il punto di vista non allineato con il mainstream politico e mediatico. La scelta di illuminare, in modo non episodico o strumentale, le aree interne del Paese, le periferie, le persone che finiscono in tv solo quando diventano carne da telecamera per un caso di cronaca nera".
Prima delle elezioni la politica tende a comunicare attraverso slogan e promesse anziché approfondire i temi, i giornalisti devono e possono invertire questa tendenza? "Le prime avvisaglie sui social ci avvertono già che sarà una stagione ad alta tensione. Ma non basta prendersela con la cattiva comunicazione della politica. C'è anche la bassa qualità dell'informazione, con le testate comprate e vendute, il conformismo del giornalismo, oggi è una questione democratica decisiva", risponde.
Cosa pensa del caso Ranucci e della gestione della vicenda Report da parte della Rai? "La Rai - il parere di Damilano - è la casa di Ranucci. Sigfrido ha coltivato cattive frequentazioni e ha fatto tanti sbagli. Temo però che sia sotto attacco non per i suoi errori, ma per i suoi meriti di aver difeso un'idea di informazione. Ora va difesa l'autonomia e l'indipendenza di Report, una storia di giornalismo di inchiesta patrimonio del servizio pubblico, indisponibile ai dirigenti pro tempore.
Aggiungo che nella stagione 2026/27 saranno quarant'anni dall'inizio della Rai3 di Angelo Guglielmi e dal Tg3 di Sandro Curzi. Un modello imitato in questi decenni da tutti, la tv che rappresenta la realtà, per cui generazioni di giornalisti, dirigenti, autori, tecnici hanno dato il meglio della loro professionalità. Chi indebolisce questa identità commette un errore non politico ma editoriale. Perché le identità sono resistenti".
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