Usa, un altro migrante muore tra le mani dell’Ice: è il 30° del 2026. “Risultato del sistema Trump”
“Sepsi grave”. “Pancreatite acuta”. E addirittura “una malattia renale in fase terminale”. Con la consueta freddezza, il bollettino rilasciato dall’Immigration custom enforcement (Ice) descrive l’insufficienza d’organo multipla che potrebbe aver provocato la morte di Fran Gregory Portillo-Zapata – 53enne, venezuelano, già oggetto di un procedimento di espulsione -, deceduto il 29 ottobre, al North central Baptist Hospital di San Antonio, in Texas, mentre era sotto custodia dell’agenzia.
Il trentesimo deceduto sotto custodia nel 2026
Portillo-Zapata è la 30ª persona straniera deceduta sotto la custodia dell’Ice nel corso del 2026 e il 62° dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, secondo i registri di Detention watch network e altre organizzazioni. Era stato arrestato durante un fermo stradale eseguito dagli agenti dell’Ice e trasferito nel Karnes County Immigration Processing Center. Un mese dopo, il 30 settembre, è stato portato d’urgenza presso il North Central Baptist hospital. “La sua salute era peggiorata – racconta a Ilfattoquotidiano.it il suo legale Anna L. Flores, condirettrice del Raices, Refugee and Immigrant Center for Education and Legal Services -. In cella non poteva ricevere cure mediche adeguate. La struttura penitenziaria non risultava attrezzata”. Di qui l’introduzione, sempre il 30 settembre, di un Habeas corpus presso la Corte distrettuale ovest del Texas (causa n. 5:26-cv-06312).
Il mancato Habeas corpus
Stando al ricorso, la detenzione del 53enne, “alla luce delle sue condizioni mediche critiche e in progressivo peggioramento, viola la clausola del Giusto processo del Quinto emendamento”. “Il ricorrente – si legge – è affetto da patologie mediche potenzialmente letali, che richiedono cure specialistiche e continue che non possono essere erogate all’interno di un regime di custodia”. La richiesta era quella di “immediato rilascio” oppure il trasferimento in una sede di custodia alternativa per “ragioni umanitarie e mediche”. Ma i tempi della Corte non hanno tenuto conto dell’urgenza e Portillo-Zapata è deceduto prima della decisione. Basta la sola sequenza dei fatti – l’arresto, il quadro clinico ignorato, l’epilogo – a smentire l’ultimo paragrafo presente in tutte le notifiche di morte dell’Ice, che sostiene di “garantire” contesti “sicuri, protetti e umani” per i detenuti, fornendo loro “attenzione medica integrale”. L’agenzia ha anche ricordato che l’uomo era stato arrestato un paio di volte, nel 2023, dopo aver attraverso illegalmente il confine Usa-Messico.
“Fermiamo la barbarie”
Alla notizia del suo decesso, diffusa alla vigilia delle Midterm, il sociologo Austin Kosher ha scritto sui social: “Quando vi recherete alle urne, ricordate Fran e le altre decine di persone che sono morte dentro e fuori dalla prigione, sotto custodia dell’Ice, dall’inizio di questa amministrazione”. A sua volta, la congressista Pramila Jayapal, rieletta presso il Settimo distretto, ha scritto su X: “Oggi, noi abbiamo il potere di fermare questa crudeltà e chiedere conto all’Ice”. Per Silky Shah, direttrice esecutiva di Detention watch network, la morte del 53enne “non è una tragedia isolata”, ma “il risultato diretto di un sistema in cui le detenzioni precedono la vita umana”. La permanenza in cella di un malato a rischio è quindi “un fallimento totale” del sistema penitenziario statunitense. Reagisce anche il National immigration project, attraverso la sua direttrice Sirine Shebaya: “Quando un detenuto muore mentre il suo Habeas corpus è ancora in attesa, il tribunale chiude la pratica, ma la domanda legale e morale resta: come mai una persona gravemente malata e allettata è rimasta in cella fino a non farcela più?”.
Il dibattito a livello federale
Le autorità federali non cedono alle pressioni. “Le deportazioni andranno avanti”, ha assicurato su X il segretario della Sicurezza Usa, Marwayne Mullin, poche ore dopo la disfatta repubblicana alle Midterm. Ma non sarà facile, là dove i dem puntano a “fare a pezzi l’Ice”, come assicurato dalla senatrice del Minnesota Peggy Flanagan che, la notte del 3 novembre, parlava già di un “sistema migratorio basato in sicurezza pubblica per tutti, dignità e giusto processo”.
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